L’autore della prima opera volgare italiana in prosa

                                                                                             Giovanni Miccolis

 Mola è citata in alcuni antichi documenti, il più noto dei quali fu redatto da Matteo Spinelli, che nacque a Giovinazzo nel 1230, nel palazzo (casa-torre) ora conosciuto come Spinelli- Sagarriga, essendo stato il fabbricato acquisito da quest’ultima famiglia nel 1700.

Le notizie sulla sua vita si ricavano dal giornale (Diurnali) da lui stesso redatto e relativo agli avvenimenti dal 1247 al 1268 ( «Lo iorno di San Pietro de lo mese di Junio 1253 intrao in Napole Papa Innocentio…In quisto tempo Matteo era di XXIII anni» – par. 55). Egli fu sindaco della città di Giovinazzo e Legato presso Manfredi e Carlo I ed, essendo al loro servizio, ne seguì le milizie nei vari spostamenti. Da Federico II fu investito del feudo di Lavello, terra assegnata in seguito da Carlo I d’Angiò a Galard d’Ivry dopo la rivolta ghibellina del 1268. Suo fratello Eustasio (nato ca. 1245) nel 1276 ebbe il comando d’alcune navi da Carlo I e forse morì in quello stesso anno. Suo zio Coletta fu nel 1250 sindaco di Giovinazzo («Messer Coletta Spinello de Jovenazzo mio Zio, Sindico della Terra» – par. 32). Un suo discendente omonimo (Messer Matteo…Dottore in leggi, Ciambellano Regio, Maestro Razionale della Gran Corte e della Criminale d’Eboli), morto a Napoli il 25-1-1339, fu sepolto nella chiesa di San Domenico .

Altro celebre discendente fu Niccolò (Napoli 1325 – Padova 1406), diplomatico e uomo politico napoletano, famoso per la sua dottrina (dottore in legge, Canonico della Cattedrale di Napoli, Abate reggente di diverse chiese) il quale, quando abbandonò la carriera ecclesiastica per sposarsi, fu: diplomatico della Repubblica di Bologna e poi Consigliere di Giovanna I, quindi Gran Cancelliere del Regno di Sicilia dal 1366; 1° Conte di Gioia, Signore di Roccaguglielma, Toritto, San Giovanni, Tricarico, Celo e Pescosolido (feudi confiscati dai Durazzo nel 1381); Maestro Razionale della Contea di Provenza; Siniscalco del Piemonte e della Contea di Provenza; Ambasciatore angioino a Roma, Avignone e Firenze; Ambasciatore del Papa a Firenze. Alla caduta di Giovanna I fu imprigionato da Carlo III di Durazzo in Castel dell’Ovo nel 1381; quando fu liberato, espatriò e fu al servizio di Gian Galeazzo I Visconti, duca di Milano, del quale fu consigliere e ambasciatore in Francia nel 1394. Nel 1378 fu il promotore dell’elezione dell’antipapa Clemente VII e uno degli autori del seguente Scisma d’Occidente. Nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli esiste la cappella della famiglia Spinelli di Giovinazzo con l’iscrizione:”…Memoriam Spinellorum A Juvenatio Una Cum Eorum Cinere Collapsam, A Nicolao Spinelli, Qui Reginae Ioannae P.ae A Poculis Fuit Giole Comite, Matteo Spinello, Dicto De Juvenatio…” (“Tesoro Lapidario Napoletano” di Stanislao d’Aloe, pag. 241).

Poiché i fatti narrati nei Diurnali si fermavano al 15 agosto 1268 («Lo iorno di Santa Maria di mezo Agosto» – par. 210), Daniel Papebroch (1628–1714), grande Bollandista che realizzò una traduzione in latino dell’opera (“Diarum rerum gestarum in regno Napoletano”), ipotizzò la morte di Spinelli nei combattimenti contro Corradino. Angelo di Costanzo (1507-1590), nel “Proemio alla Storia di Napoli” annotò: «In volermi porre a scrivere mi vennero in mano gli annotamenti di Matteo da Giovinazzo che scrisse del tempo suo dalla morte di Federico II, sino a’ tempi di Carlo II». Da tale affermazione alcuni storici dedussero che soltanto una parte dell’opera si salvò, altri che la dichiarazione del di Costanzo era del tutto generica, o completamente errata.

Il manoscritto di Spinelli fu la prima opera in prosa volgare e fu ritenuto il più importante documento storico dei fatti accaduti nel 1200: un riconoscimento unanime da parte di tutti gli storici e letterati italiani e stranieri. Altro elemento importante che si riscontra nell’opera di Spinelli, è che il dialetto pugliese ebbe grande rilevanza nel passaggio dal latino al volgare e fu parlato in tutto il Regno delle Due Sicilie quale lingua ufficiale. Nella grandiosa opera dell’abate Ferdinando Galiani (1728-1787)“Del dialetto napoletano”, stampata a Napoli nel 1789, è riferito che «i Diurnali di Matteo Spinello ci fanno conoscere primieramente, che in Giovinazzo, e nella Puglia parlossi allora quel dialetto, che oggi è passato alla capitale».  Lo dichiarò Giuseppe Maria Galanti (1743-1806) nella “Nuova Descrizione Geografica e Politica delle Due Sicilie”: «Il dialetto pugliese era comune a tutto il Regno, e dicevasi pur Siciliano, perché si parlava nella corte del Re di Sicilia». Lo affermò Cesare Balbo (1789-1853) ne La Vita di Dante” (Firenze, 1853). Anche Francesco de Sanctis (1817-1883) nella Storia della Letteratura Italiana”  ammise che «…si leggono non senza diletto i Diurnali, o come oggi si direbbe, giornali di Matteo Spinelli, la più antica cronaca italiana, non solo per la semplicità e naturalezza del racconto in un dialetto assai prossimo al volgare, ma per la vaghezza de’ fattarelli, che pare un favellatore e non uno storico». Quest’ultima osservazione si riferiva al fatto che Matteo descrisse episodi di piccola importanza rispetto agli avvenimenti dell’epoca, come quello del 13 marzo 1248: «nella Città di Trani uno Gentiluomo de li meglio, che si chiamava Messer Simone Rocca, aveva una bella mogliere, et alloggiava in casa sua uno Capitano di Saracini, chiamato Phocax: se ne innamorao, e a mezzo notte fece chiamare  Messer Simone; et come quello aperse la porta della camera, intrao per forza, et ne lo cacciao da là senza darli tempo, che si cauzasse et vestisse, et ebbe da  fare carnalmente con la mogliere». A Simone che chiedeva giustizia l’imperatore rispose ironico: «Simone, dove è forza, non è vergogna» (- par. 2).

Galiani, nell’opera già citata, sostenne della cronaca di Matteo da Giovinazzo che «la naturalezza, e la facilità dello stile semplice, e niente ricercato, farà pruova, che lo Spinello scrisse per appunto come parlava»; ed aggiunse che «Alfonso d’Aragona…deliberò, che messa da parte la corrotta, e straziata Latina lingua, di cui fino allora erasi  fatto uso, ed abbandonato del pari il Toscano Dialetto, come non nostro, s’inalzasse il volgar Pugliese ad esser la lingua nobile della Nazione».

Altra difesa meticolosa del dialetto pugliese la svolse Giuseppe Biamonti nelle “Lettere di Pamfilo a Polifilo sopra l’Apologia del libro della Volgare Eloquenza di Dante”  (Firenze, 1821).

Tuttavia, sull’aspetto storico dei Diurnali, gli storici riscontrarono numerosi errori cronologici ed alcuni sostennero addirittura che si trattava di un falso documento redatto nel 1500. Sull’argomento si scatenò nei secoli scorsi una polemica rovente tra i difensori della bontà del documento ed i detrattori. Nel merito il duca Honoré Théodoric d’Albert de Luynes (1802-1867), famoso archeologo, nell’opera “Commentaire Historique et Chronologique sur Les Ephémérides intituléès Diurnali di Messer Matteo di Giovenazzo” (Paris, Firmin Didot, 1839) rilevò che i critici dei Diurnali avevano omesso di considerare che a quel tempo in Puglia l’anno civile cominciava dal primo settembre dell’anno precedente e volle commentare i singoli passi dell’opera dell’autore pugliese ricostruendo l’esatta cronologia degli eventi narrati. Affermazioni contestate da Camillo Minieri Riccio (1813-1882) nella “Cronaca di Matteo Spinelli da Giovenazzo. Ridotta alla sua vera dizione ed alla primitiva cronologia con un comento in confutazione a quello del Duca di Luynes sulla sua stessa cronaca  e stampato a Parigi nel 1839”- [Bologna, Seab, 1978, ristampa anastatica dell'edizione del 1865]. Bartolommeo Capasso (1815-1900), il famoso archivista napoletano, inserendosi nel dibattito sull’autenticità dei Diurnali, ne sostenne decisamente la falsità in una memoria apparsa negli “Atti dell’Accademia di archeologia, lettere e belle arti”. Un intervento che infiammò molti intellettuali meridionalisti, che ritennero fosse stato gravemente oltraggiato l’onore del Regno Napoletano e scrissero articoli polemici sulla stampa quotidiana. Tutto questo suscitò la curiosità della regina Margherita (1851-1926), che chiese chiarimenti a Giosuè Carducci, in visita nell’estate 1889.

Giovanni Bernardino Tafuri (Nardò, 1695-1760) nella “Censura sopra i giornali di Matteo Spinello da Giovenazzo” affermò: «Nel considerare poi, che negli esemplari MSS. che corrono nel nostro regno, si trovano degli errori di cronologia di molto rimarco, m’induco a sospettare che gli esemplari medesimi per negligenza ed ignoranza di chi li trasse primieramente dall’originale, sieno stati in più luoghi corrotti nelle note numerali degli anni». Lo stesso Tafuri fornì una copia al Muratori, il quale la inserì nella grande opera “Rerum Scriptores Italicorum”. La traduzione di Papebroch, contenuta ne “Propyloeum ad Acta Santorum Maji”, si trova a Viterbo. Una ricopiatura dell’originale si ritrova nella “Bibliotheca Sicula” e nella “Raccolta di tutti i più rinomati scrittori del Regno di Napoli”. Una copia era in possesso della famiglia Gesualdo ed un’altra della Biblioteca Nazionale di Francia. Effettivamente tra le varie trascrizioni dell’opera vi erano delle diversità, ma rimaneva il problema dell’errata cronologia degli avvenimenti sul quale il duca de Luynes ritenne di aver risolto il problema ricostruendo le date degli avvenimenti con l’anno civile pugliese e con quelle usualmente conosciute.

 

Anche Mola è citata nell’opera di Matteo da Giovinazzo. Nel gennaio 1255 l’amministratore della chiesa di Foligno, in nome di Alessandro IV, invitò Manfredi a sottomettersi al Papa tramite il legato cardinale Ubaldino  («Et lo Papa fece prestamente Legato Apostolico lo Cardinale Ubaldino, et fece fare gente per tutte le Terre della Chiesa »- par. 80. Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini è accanto a Federico II nell’Inferno di Dante). Nel frattempo Manfredi attraversò la Terra di Bari per recarsi in Capitanata lasciando presidi armati in ogni località attraversata («Alli 17 di Giugno [1255] lassao gente a Monopoli, a Mola, a Polignano, a Bari, a Molfetta, Trani, Barletta, et se ne tornao malato in Terra de Lavoro»- paragrafo 84). Una circostanza ritenuta del tutto erronea dagli storici locali, poiché la nostra città fu “rifondata” da Carlo d’Angiò nel 1277, dimenticando tuttavia che Mola è citata in altri documenti precedenti alla sua rifondazione.

Alla fine del primo millennio la Terra di Mola si presentava come segue:

- alcune famiglie di pescatori costituivano l’antico nucleo del borgo abitato nel tratto costiero compreso tra il Torrione ed il Castello; un nucleo di piccola importanza che non ebbe mai l’appellativo di castrum o civitas, attribuito ai centri più rilevanti [soltanto nell’opera di Guidone si ritrova la denominazione di oppidum Moles ; «Item terno miliario a litore civitas ampia extitit Celia, oppidum Moles, Turris Caesaris... » (In nota: Moles hodie Mola) - pag. 466];

- nei territori limitrofi vi erano antiche comunità degli “abitatori” di grotte, nonché contadini e mezzadri attorno ad una casa signorile e ad una chiesa per le funzioni religiose.

I rari documenti esistenti attestano la presenza di una comunità a Mola. E’ noto un atto notarile del 1077 con il quale un certo Mele, figlio di Colaianni di Bari, assegnò a suo figlio Stefano le proprietà possedute a Mola (pertinenti in  Maule). Altro documento del 1123, riportato nel “Codice Diplomatico Barese”, riferisce di un certo Grimoaldo Alfenarite che donò alla Basilica di S. Nicola diversi poderi ed una chiesa esistenti in Mola (in partibus Mauli). In Mola forse morì nel 1150 il misterioso Agosmundus [nome formato forse da due parole: una greca agos (colpa, peccato) ed una latina mundus (mondo)], seppellito nella chiesa Matrice, così come attesta la lapide murata nella Cappella del Santissimo. Nelle terre di Mola esisteva già un clero nel 1171 dipendente dall’arcivescovo di Bari (De Santis, nei suoi “Ricordi Storici”, riportò il documento con il quale il clero di Mola era ammesso alle funzioni della festività dell’Assunta nel turno del 18 agosto, unitamente a quello di Santeramo, Sannicandro e Binetto). Durante la dominazione normanna e quindi sveva il piccolo porto di Mola era utilizzato per gli spostamenti sull’altra sponda dell’Adriatico o per i viaggi in Terrasanta, così come riferì Giannone nella sua “Istoria civile del Regno di Napoli” («…nel Regno di Ruggiero, de’ due Guglielmi e degli altri re suoi successori…in congiunture di viaggi e di spedizioni navali i porti più frequentati e scelti a tal fine erano  que’ di Vesti, Barletta, Trani, Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola e di Monopoli»- pag. 509, edizione a cura del molese Lionardo Panzini [Leonardo Pansini] – Milano, 1824). Nel “Cartularium Cupersanense” si parla di un certo Chirico, figlio di Giovanni da Mola, che conferisce alcuni privilegi alla sua futura moglie, davanti a giudici ed al notaio, il giorno 31 gennaio 1244.

Matteo Spinelli non fu un personaggio importante od un illustre letterato. Il suo giornale, tuttavia, rimane un documento di grande rilevanza, sia per conoscere gli avvenimenti storici compresi tra la morte di Federico II ed il regno di Carlo I d’Angiò e sia per attestare, in modo inequivocabile, che la Puglia era in quel tempo terra di potere e di cultura. Il primo regno normanno si ebbe in Puglia (Questo Regno da che fu stabilito da’ Normanni fu chiamato Regno di Puglia… fino all’anno 1501, in cui fu diviso in due parti. Le Provincie di Puglia, Basilicata e Calabria furono tenute da Ferdinando Re di Spagna; il resto, che separato dalla Puglia, chiamossi ‘Regno di Napoli’, fu tenuto da Ludovico XII, Re di Francia. Dopo quattro anni tutte le provincie furono sotto la dominazione di Ferdinando, il quale forse per mostrarsi possessore di queste ultime, che la capitale contenevano, chiamar si volle ‘Re di Napoli’. [Saggio sulla popolazione del Regno di Puglia...pag. 39- Luca de Samuele Cagnazzi]). Dalla Normandia venne in Italia Tancredi, conte di Hauteville (Altavilla), e suo figlio Guglielmo Bracciodiferro fu primo conte di Puglia. Ultima degli Altavilla fu Costanza, moglie di Enrico di Svevia e madre di Federico II.

Il tallone d’Italia era, con i suoi lussureggianti boschi ed i suoi castelli, l’ambiente preferito dei sovrani; nei palazzi reali di Foggia e di Bari, alle tavole imbandite dei castelli della Terra di Bari, si declamavano poesie in volgare. La sede dello studio del volgare fu realizzata nella capitale del regno, a Palermo, ma in tante parti della Puglia fiorivano “cenacoli di poeti”. Lo stesso Federico II si dilettava in componimenti poetici e le sue due più belle liriche (Poi che ti piace amor” e “De la mia disianza”) forse furono dedicate alla sua dolcissima Bianca, madre di Manfredi. Quest’ultimo sposò Elena Angelo Comneno il 2 giugno 1259 a Trani e si trattenne per qualche tempo a Barletta dedicandosi agli ozi ed alla poesia. Lo Svevo era forte, coraggioso, esuberante e, come il padre Federico II, fu poeta della celebre Scuola Siciliana. Di lui scrisse un cronista: “et sciebat bene cànere et cantiones invenire”( e sapeva cantare bene e inventare canzoni).  Spesso si univa di notte a musici e trovatori e passeggiava per le strade cantando romanze d’amore: «Lo Re venne a Barletta, et ‘nce fece stantia molti mesi; et nelle feste di Natale se ´nce fece gran triunfo, perché ogni iorno se ne fecero balli, dove erano Donne bellissime d’onne sorte, et lo Re presentava equalmente a tutte, et non se sapea, quale chiù li piacea» (par. 136); «Lo Re spisso la notte esceva per Barletta,  cantando Strambuotti  et Canzuni, che iva  pigliando lo frisco,  et  con isso ivano dui Musici Siciliani, ch’erano gran Romanzaturi » (par. 140).