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L’Associazione “Città Nostra” ha presentato ieri sera nella ristrutturata cappella-oratorio dell’Assunta il libro “Il venerabile Cesare Sportelli ed il suo mondo”.

Dopo l’introduzione del Direttore Nicola Lucarelli, hanno svolto le relazioni Don Franco Fanizza, parroco del Sacro Cuore e il dott. Giovanni Miccolis, autore del saggio. Ecco la relazione di Miccolis.

Il libro che viene qui presentato intende far conoscere meglio il nostro Venerabile concittadino, il buon Cesare Sportelli che è sempre stato un personaggio poco conosciuto, seppur protagonista di tutto rilievo della meravigliosa avventura dei Redentoristi.
La sua docilità, la completa disponibilità e la sincera umiltà nella missione da lui scelta, sono stati sempre superficialmente valutati, in maniera tale da indurre in errore ed offuscare i meriti di un personaggio principale nella costruzione della gloriosa Congregazione.
Di lui purtroppo non solo mancano notizie sull’esatto luogo di sepoltura, ma si rilevano scarse conoscenze sulla sua vita e sulle sue attività per poter apprezzarne le virtù e le qualità umane, morali e spirituali.
Dopo un primo e scarno profilo biografico pubblicato su “Città Nostra”, avvertii un certo interesse ad approfondire l’argomento in don Franco Fanizza, parroco del Sacro Cuore e mio caro amico d’infanzia. Nei primi mesi di quest’anno riuscii a reperire una copia del libro pubblicato nel 1937, contenente le lettere scritte da Cesare (Clemens M. Henze, “Epistolae Ven. Servi Dei Caesaris Sportelli”- Edizione “Sumptibus Domus Generalitiae”, via Merulana 31, Roma) e, dopo averlo scannerizzato, lo misi a disposizione sul sito della rivista “Città Nostra” per sensibilizzare i concittadini sulla figura del nostro Venerabile. La prefazione in latino del libro, che la prof.ssa Catia Campanile ha gentilmente trasposto in italiano, contiene, è pur vero, notizie biografiche, ma sicuramente insufficienti per coinvolgere i molesi nella riscoperta del nostro Venerabile. Le lettere, peraltro, poche notizie forniscono sulla vita di un uomo schivo, consacrato interamente alla missione che si era scelta. Mi misi alla ricerca quindi dei rari documenti scritti a suo tempo e delle eventuali biografie sul nostro insigne concittadino.
Iniziali documenti possono essere considerati gli scritti di Alfonso de’ Liguori nei quali si ritrovano numerose lettere dirette a Cesare Sportelli, delegato a reggere le Case Religiose di volta in volta costituite. Lo stesso Alfonso sentì il bisogno di scrivere un compendio della vita del suo amato compagno. Prese appunti e ne annunciò l’impegno al ministro del Re, Carlo De Marco (scrisse: “dovendosi dare alle stampe la storia di sua vita”), promessa non realizzatasi per l’incalzare degli eventi, difficoltà varie che portarono anche all’allontanamento di Alfonso dalla Congregazione per lungo periodo. Ed infatti, negli anni successivi al 1750, la vita della nuova Congregazione continuò ad essere sempre più travagliata. Nelle difficoltà legali Alfonso era stato coadiuvato egregiamente dall’ex avvocato Cesare, come nel caso di Pagani. Purtroppo, con la morte del molese, dovette personalmente combattere contro i nemici dell’ordine religioso e risolvere i problemi economici che divenivano spesso assillanti. Inoltre, nel 1762 il Papa Clemente XIII lo volle vescovo di Sant’Agata dei Goti, anche contro la sua volontà e potè rientrare in Congregazione – a Pagani – soltanto nel 1775, quando ormai era vecchio e sofferente per l’artrite che gli aveva deformato la spina dorsale e gli impediva di tenere alzata la testa. Se poco dopo il 1750 Alfonso si interessò per iniziare le pratiche di introduzione alla causa di beatificazione di Cesare, negli anni successivi la soluzione di numerose difficoltà fu causa di distrazione.
Dalle ricerche fatte ho rilevato che una breve biografia fu scritta da un redentorista vissuto a Pagani ai tempi di Cesare e precisamente Giuseppe Landi, il quale riportò in una diecina di pagine le “Notizie del servo di Dio p. D. Cesare Sportelli sacerdote professo della Congregazione del SS. Redentore”. Il documento fu pubblicato dalla tipografia Guerra e Mirri di Roma nel 1893 e diffuso anche tramite la stampa eseguita dall’Istituto Tipografico dell’Orfanotrofio di Avellino nel 1895.
Ancora, presso la tipografia romana già menzionata (Guerra e Mirri) fu pubblicata nel 1911 la cosiddetta “postulazione” per la causa di beatificazione redatta da Claudio Benedetti in latino (Nucerina Panagorum beatificationis et canonizationis ven. Dei Caesaris Sportelli…positio super validate processuum). Per fortuna presso lo stesso editore era già stato riprodotto nel 1893 il documento, questa volta in italiano (Posizioni e articoli per i processi ordinarii su la fama di santità, delle virtù e dei miracoli del servo di Dio Cesare Sportelli).
Dopo le infruttuose ricerche presso le normali biblioteche, è stato possibile reperire presso la Casa Generalizia Redentorista di Roma:
-la biografia di Giuseppe Landi: un compendio come dicevo di appena dieci pagine, ma atto di grande interesse, perché riporta la testimonianza diretta di un sacerdote che assistette di persona alle prediche e confermò l’emozione che le sue parole suscitavano; assistette, inoltre, alla riesumazione del corpo conservatosi incorrotto dopo tre anni e sette mesi dalla morte; testo riprodotto per intero sul volumetto;
-la “postulazione” in italiano di Claudio Benedetti, composta di 87 pagine e 107 “articoli e posizioni”, un documento utilizzato spesso nella narrazione degli eventi che fanno parte del libro e che intendo mettere a disposizione sul sito di “Città Nostra” non appena mi sarà possibile acquisire fotocopie con un testo chiaro e facilmente leggibile (quelle attualmente in mio possesso sono in alcune parti quasi indecifrabili, perché tratte da una copia in cattivo stato di conservazione).
Ho fatto tuttavia ricerche di altri documenti in proposito ed ho accertato che il vescovo di Santa Severina, Alessandro de Risio, scrisse un corposo volume sulla Congregazione dei Redentoristi, nel quale dedicò un lunghissimo capitolo a Cesare Sportelli: Croniche della Congregazione del SS. Redentore. Un’opera che fu pubblicata a Palermo dall’editore B. Virzi nel 1858. Anche questo testo è riprodotto per intero nel volumetto di cui trattasi.

Così i documenti reperiti hanno consentito di ricostruire le vicende della vita e della morte gloriosa del nostro concittadino ed esaminiamo qui per grandi linee gli avvenimenti, rimandando, per un approfondimento, alla lettura del libro.
Le sue doti umane e caritatevoli furono subito evidenti nella prima giovinezza e nell’inizio della sua professione forense. Aveva dinanzi a sé una brillante carriera che gli avrebbe consentito fama e ricchezza. Era procuratore legale del Marchese di Procida ed aveva numerosi clienti tra i notabili della città, ma con la professione legale non trascurava il tempo da dedicare alla preghiera mattutina nella Chiesa di Santa Maria del Rifugio ed alle visite pomeridiane degli ospizi e degli ospedali, dove offriva conforto materiale e spirituale. I suoi risparmi li destinò alla fondazione della Congregazione dei Dottori che doveva avere lo scopo di assistere gratuitamente gli indigenti, abbandonati a sé stessi, soprattutto nel momento del bisogno e della malattia. Anche suo padre era medico e quindi sapeva molto bene quanto fosse necessario un intervento sincero e gratuito verso quegli ammalati che non avevano mezzi di sostentamento.
Cesare era nato a Mola da Bernardino, medico originario di Putignano, e da Barbara Pavia, anch’essa nata a Mola. Visse nella nostra città per i primi due anni e fu portato da suo zio a Putignano dove venne assistito dalla nonna materna Giovanna Antonia Valerio. Sua madre, infatti, aspettava un altro bambino con una gravidanza che si presentava difficile. A Putignano visse fino all’età di quattordici anni e andò in seguito ad Acquaviva, dove si era trasferita la sua famiglia per motivi di lavoro. In quella città visse poco più di un anno, il tempo necessario di completare gli studi superiori, e si trasferì a Napoli per conseguire la laurea in giurisprudenza. Dopo qualche anno fu raggiunto dalla madre e da suo fratello Felice. Vissero insieme e Cesare potè riconoscere ed apprezzare le grandi doti spirituali di sua madre, la quale, quando pregava, si estraniava e andava in estasi. Un giorno i fratelli rimasero perplessi durante un’estasi silenziosa e prolungata di Barbara, con le braccia alzate e sollevata dal suolo. La madre, ad un tratto, si girò verso i figlioli ed annunciò la morte del padre. Nell’estasi, infatti, aveva vissuto l’agonia di suo marito, con uno degli altri doni superiori che ella possedeva. Ed infatti, dopo due giorni giunse il corriere che portò la triste notizia e Cesare dovette partire per Acquaviva e vendere i beni del genitore, devolvendoli alle istituzioni caritatevoli; andò quindi a Putignano, dove fece atto di donazione del palazzo familiare alle Maestre Pie che erano dirette proprio dalla madre. Questa, infatti, era stata designata da mons. Tommaso Falcoia, padre spirituale suo e di Cesare, per dirigere un Conservatorio di fanciulle a rischio e la succursale delle Maestre Pie Filippini.
Mons. Falcoia era anche padre spirituale di Alfonso Maria de’ Liguori, già noto avvocato che aveva abbandonato la professione per dedicarsi ad attività missionarie, e fece incontrare i nostri due protagonisti. Alfonso aveva con sé nove collaboratori, religiosi e laici. Si unì subito dopo Vito Curzio, tesoriere del Marchese di Procida, antico amico di Cesare e suo fervente ammiratore.
Con l’inizio dell’attività missionaria, Cesare sistemò i suoi affari legali e si sciolse da ogni responsabilità con i suoi clienti.
Incominciò quindi la gloriosa avventura di quel gruppo di uomini nelle sperdute contrade abitate da contadini e da pastori. Erano tante le difficoltà e ben presto Alfonso fu abbandonato dai suoi compagni tranne Cesare Sportelli e Vito Curzio. L’attività potè in seguito riprendere e riguadagnare vecchi e nuovi proseliti fino alla costituzione nel 1732 della Congregazione.
Le prediche di Cesare erano appassionanti, tanti provavano commozione e chiedevano con insistenza di essere confessati. Al fine di perseguire appieno gli scopi della sua missione Sportelli desiderava ardentemente essere sacerdote, ma incontrò notevoli difficoltà perché risultava ancora residente a Putignano e poteva essere ordinato sacerdote soltanto dal vescovo di Polignano, diocesi che comprendeva anche Putignano. E quel vescovo, mons. Antonio Pini, non voleva concedere la dimissoria, cioè l’atto che consentiva il conferimento degli ordini sacri da parte di altro prelato e lo svolgimento dell’ufficio in altra diocesi. Si interessarono in tanti, ma inutilmente. Vani furono i tentativi della duchessa di Andria, di mons. Tommaso Falcoja e del vescovo Costantino Vigilante. Quest’ultimo, il famoso vescovo di Caiazzo, nominato nell’incarico da Benedetto XIII, educatore dei giovani sacerdoti redentoristi (Liguorini), riuscì a strappare soltanto le testimoniali per la dimissoria che permettevano la prima tonsura. Cesare interessò anche il suo compagno Alfonso, al quale scrisse una lunga lettera (riportata nel libro) nella quale si parla anche della sua nascita e dei primi anni di vita.
Finalmente, dopo la decisione di Tommaso Falcoja di andare a Roma per ottenere un provvedimento eccezionale, nel 1737 Cesare potè ricevere l’ordinazione e seguirono 13 anni intensi di attività sacerdotale.
Fu rettore delle più importanti Case Religiose dei Redentoristi, come quelle di Ciorani, di Pagani e di Materdomini. Di quest’ultima fu egli stesso il fondatore. Incarichi svolti con tutta umiltà, con spirito di servizio, e senza imporre agli altri i diritti che comunque derivavano dal suo mandato.
Svolse tutte le missioni che il suo Superiore gli comandava ed altre ne aggiungeva per guadagnare alla santa causa gli abitanti di villaggi sperduti. Nelle prediche cercava sempre il coinvolgimento emotivo dei presenti con parole ed esempi che facevano meglio comprendere lo spirito del Vangelo. Subito dopo tanti chiedevano di essere confessati e la sua disponibilità durava per tante ore, fino a dieci o dodici ore al giorno. Erano confessioni proficue con la conversione anche di persone che mai si erano avvicinate ai sacramenti. E la sua sapienza nell’arte del confessare era grandemente ammirata dallo stesso Alfonso che volle citarlo con l’esempio 45 sugli scritti per Maria Santissima.
Cesare diceva spesso: “corri, corri peccatore che la Mamma t’incappa”. Intendeva cioè “pescare” i traviati con un’esca dolcissima, la Vergine Maria, alla quale era molto devoto e menzionata sempre nelle sue prediche, chiamandola “Mamma Maria”.
Subiva con rassegnazione le cattiverie, le ingiustizie e le ingratitudini con esempi che troverete numerosi nel libro. Mai una reazione e tutto risolveva con sopportazione e dolcezza.
Si spostava con frequenza dove la Missione lo chiamava: in Puglia, in Irpinia, a Ciorani, a Pagani, a Materdomini, a Caposele, a Conza, a Contursi e così via. Spostamenti fatti a piedi od al massimo con un asino, sotto il sole cocente, la pioggia sferzante e la gelida neve, per tratturi impervi ed attraversando torrenti con l’acqua che gli arrivava alle ginocchia.
Quei sacrifici indebolirono alla fine il suo fisico e gli ultimi anni furono un susseguirsi di aggravamenti che fecero più volte temere per la sua vita. Sempre febbre e tosse, indebolimento generalizzato del fisico che talvolta lo lasciavano sfinito, crollato al suolo durante le prediche. Ma mai si arrese: si rialzava a fatica e continuava la sua Missione.
Aveva doti superiori. Durante la preghiera si estraniava completamente dall’ambiente circostante e talvolta lo videro sollevato dal suolo. Le sue confessioni erano rigorose (come quelle che di recente abbiamo constatato per il nostro amato Padre Pio), ma dolci e persuasive; sempre assolveva e sempre otteneva un risultato positivo. Faceva affermazioni che si dimostravano profetiche, così come riconobbe lo stesso Alfonso per quanto riguarda Villa degli Schiavi e Pagani. Aveva visioni celesti, come quando disse di aver visto la Madonna durante una febbre altissima e gli aveva concesso di rimanere ancora un poco in vita.
Il 14 settembre 1749 sembrò essere arrivata la fine: la febbre era altissima, il corpo immobile ed insensibile, il respiro assente. Ma durante le preghiere per il Santo Viatico mosse le labbra e si riprese pian piano. Seguirono pochi mesi di frequenti ricadute, congiunte a frenetica attività. Quando gli altri gli dicevano di smettere, lui riferiva di conoscere il momento finale della sua vita: nel giorno dedicato al santo sposo di Maria, durante le preghiere della sera e mentre il Superiore era a Melfi per le prediche.
E così avvenne. Il 19 aprile 1750, il giorno in cui è celebrato il patronato di san Giuseppe, spirò mentre i padri erano nell’oratorio in preghiera ed Alfonso era a Melfi.
A venerare la sua salma accorsero migliaia di fedeli dai paesi vicini e come dice Landi:
… dopo il suo felice transito, si vide che ognuno cercava le sue robbe usate, come preziose reliquie, e che con queste fece il Signore, varj prodigi, e miracoli per ogni parte, restammo tutti fuori di noi stessi. Non si può credere, e colle sue imagini, e colle sue reliquie, e colla sua invocazione, quante grazie ha dispensato il Signore”.
La sepoltura fu provvisoria, sotto terra, perché non era stata ancora completata la cappella destinata alla tumulazione dei Padri.
Nella relazione di Benedetti è scritto:
“Corse notizia della sua morte, tutta la città di Nocera de’ Pagani ne fu commossa.
La mattina seguente da questa città e dai paesi circonvicini concorsero di ogni ceto in grandissimo numero ad assistere al suo funerale in cui fu recitata un’orazione funebre che commemorava le sue eroiche virtù e le incessanti sue fatiche apostoliche.
La sera colle lacrime dei circostanti fu deposto in una nuova sepoltura provvisoria, donde fu più volte estratto per verificare i miracoli che glorificavano il suo sepolcro”.
La sepoltura provvisoria era dovuta al fatto che la Casa di Pagani, voluta e profetizzata da Cesare, era in fase di completamento ed al momento della sua morte mancavano alcune strutture accessorie.
La tomba fu più volte riaperta come afferma Benedetti. Dopo pochi mesi fu nuovamente riaperta (come è riportato nella prefazione di Henze), forse in occasione della sepoltura di un confratello e si accorsero che il corpo era intatto e non puzzava. Inoltre, come dice Tannoia: “diede sangue avanti i Giudici Ecclesiastici, anche mesi sei dopo la sua morte”.
Finalmente era stata completata la Cappella destinata a ricevere i corpi dei Padri della Congregazione e come dice Landi:
“Dopo poi tre anni, e sette mesi, essendo fatta la sepoltura nuova, si stimò cacciarlo via da
quel luogo così umido, e basso, e metterlo insieme cogli altri nella già detta sepoltura. Trattanto si portò sopra il Collegio, e propriamente nella cappella di Maria Addolorata la cassa dove stava riposto il suo corpo, a questo fine appunto, mentre giacchè si sentivano da ogni parte dei suoi miracoli, volevamo vedere, se in nostra presenza avesse dimostrato qualche altra cosa prodigiosa, e come si fosse trovato dopo questo tempo di anni tre, e sette mesi”.
Dopo quel lungo periodo il corpo era ancora intatto, flessibile e senza puzza. Dai medici fu praticata un’incisione nel braccio ed uscì sangue. Il tutto fu verbalizzato.
La definitiva sepoltura fu forse la “Cappella di Maria Addolorata”, come riferisce Landi, ovvero “in quella dell’oratorio che ora sta a sinistra di chi entra nel nostro collegio di Pagani”, come riferisce Benedetti. Forse gli autori parlano del medesimo luogo, denominato “Cappella di Maria Addolorata” nella seconda metà del settecento e “Cappella dell’Oratorio” alla fine dell’Ottocento.
Occorre precisare, al riguardo, che, con il rientro di Alfonso a Pagani e dopo la sua morte, tutto fu trasformato nella primitiva Casa Religiosa. La costruzione della chiesa era iniziata nel 1756 ed i lavori, con varie interruzioni, durarono ben 47 anni. Tali lavori furono eseguiti sotto la direzione degli architetti regi Antonio e Pietro Cimafonte, allievi del Vanvitelli. La chiesa fu ultimata e consacrata nel 1805, ma successivamente vi furono varie aggiunte e rimaneggiamenti, così che l’attuale facciata ed altare maggiore risalgono al 1883.
Da aggiungere che, dopo il grave sisma del 1980, fu effettuata una ristrutturazione radicale di tutto il complesso basilicale.
A questo è dovuta l’affermazione di Henze: “… accadde al punto che adesso il luogo della sua sepoltura si ignora completamente”.
Purtroppo i Redentoristi si dimenticarono per tanto tempo del buon Cesare e quando decisero di avviare la causa di beatificazione (dopo oltre 140 anni) tutto era stato trasformato, tanto da non poter ritrovare più la sua tomba, e si erano avvicendate troppe generazioni, tanto che dei suoi miracoli c’era un vago ricordo, insufficiente a definire la causa di beatificazione.

Al fine di portare a termine il progetto di riscoperta di questo straordinario personaggio, “Città Nostra” invita chiunque sia in grado di dare notizie o produrre documentazioni sul Venerabile Sportelli a contattare la Redazione.

1 Commento

  1. marino moretto
    09:51 del 5 giugno, 2009

    ” Pace e Bene!”
    Sono il portavoce di un piccolo gruppo di preghiera ( 18 persone ) che si ritrovano occasionalmente per pregare – non è mai abbastanza – e per conoscere meglio, di volta in volta, quelle che noi chiamiamo “anime belle”.
    Abbiamo avuto modo di approfondire la conoscenza del Venerabile Cesare Sportelli, attraverso varie sedi e siti.
    Ora, ci rimane un desiderio. Gradiremmo, se possibile, acquisire delle immaginette con reliquia ( o qualcosa di simile) del ven. Cesare Sportelli. Potete gentilmente aiutarci o indicarci come fare?
    Nel ringraziarVi anticipatamente, rimaniamo in fiduciosa attesa.
    Grazie per l’attenzione.
    Donatella e Marino Moretto.
    il ns. indirizzo:
    MARINO MORETTO
    VIA GALLI, 10
    31056 RONCADE (TV)
    0422.848337

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