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De Santis, nel ricordare la Chiesa di San Domenico, afferma: “E’ la più ampia fra quelle che adornano il borgo; è ad una sola navata, senz’arte e senza fregi, e prospetta una vasta piazza, che prende nome da lei. Vi è annesso un Convento pur vasto, fondato fin dal 1577 per una famiglia di Predicatori sotto l’invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un’altra di Padri Domenicani”.

Dalle sue parole sembrerebbe che in quel luogo sia esistita una comunità di Carmelitani, sostituita successivamente da una di Domenicani, fatto prontamente contestato da Raffaella Lasalandra nel suo studio pubblicato nel libro “Pagine di Storia Molese”: “Le ricerche da me effettuate conducono alla conclusione che a Mola non è mai esistito un convento di quell’ordine. Elemento abbastanza indicativo a sostegno di questa tesi è anche il fatto che nei volumi dei «Legati» dell’A.C.M. non è mai citato un lascito ad eventuali carmelitani di Mola”.

In effetti, agli atti dell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano di Roma, la “busta” intitolata Apulia-Commune Provinciae 1590-1699, contenente la “Lista dei Priori et Frati della Provincia di Puglia”, cita 23 conventi in comuni della Provincia, tra i quali Bari, Noja e Putignano, ma non la nostra città.

Mola non aveva, quindi, un convento di Carmelitani, fondato nel 1577 e scomparso in meno di venti anni. Resta il fatto però che la Chiesa in esame era dedicata in origine alla Madonna del Carmine e furono proprio i Carmelitani dell’antica osservanza (o Carmelitani calzati) a diffondere la venerazione della Beata Vergine del Monte Carmelo ed a promuovere l’erezione di chiese in suo onore; il loro Ordine si chiamò: Ordo Fratrum Beatissimae Mariae Virginis de Monte Carmelo.

Mancini ritiene che una comunità di Frati Predicatori sia esistita prima del 1577, quando passò nella nuova chiesa la confraternita del SS. Rosario: “Ad iniziativa dell’Ordine dei Predicatori e col generoso contributo di non pochi concittadini di ogni classe sociale, nella prima metà del secolo XVI fu costruita l’ampia chiesa di S. Domenico. Appena si fu installata nell’annesso convento una comunità di Frati Predicatori, il primo superiore, a mezzo del Generale Padre Sisto Fabri, chiese al sommo pontefice Gregorio XIII (1502-1585) che la confraternita del SS. Rosario, dalla Chiesa Matrice (ove da oltre un secolo officiava nella cappella attualmente dedicata a S. Rocco), si trasferisse nella nuova chiesa dei Domenicani. Ottenuto l’assenso apostolico, nell’agosto del 1577 la confraternita passava nella nuova chiesa con l’obbligo di mantenere il culto verso la Madonna del Rosario nella cappella a Lei dedicata e di corrispondere un canone annuo di ducati 2,57 alla Comunità Domenicana, che riservava a sé la sola direzione spirituale della confraternita, lasciando questa pienamente libera nell’amministrazione dei propri beni”.

I “Frati Predicatori” sono citati come fondatori della Chiesa sia da De Santis che da Mancini, ma probabilmente con un diverso significato. De Santis afferma: “…una famiglia di Predicatori sotto l’invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un’altra di Padri Domenicani”, con una precisa distinzione tra “Predicatori” e “Domenicani”. Mancini parla, invece, dei “Frati Predicatori” appartenenti all’Ordine dei Predicatori e l’Ordo Fratum Praedicatorum è proprio quello dei Domenicani.

Fatte queste necessarie premesse, si può ragionevolmente affermare che a Mola vi siano stati frati carmelitani che favorirono la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo, ma non crearono una loro stabile comunità, fatto attribuibile, invece, ai frati predicatori (domenicani).

Altro problema esiste per quanto riguarda l’anno di fondazione: De Santis ritiene che il convento sia stato fondato nel 1577; Mancini considera già esistente la Comunità dei Domenicani quando nell’agosto 1577 passò nella nuova chiesa la Confraternita del SS. Rosario. Il 1577 è accettato come anno di fondazione anche da due rinomati studiosi: Michele Garruba nella “Serie critica de’ sacri pastori baresi” (1844, rist. an. Forni ed.) e Gerardo Cappelluti ne “L’ordine domenicano in Puglia: saggio storico” (Ed. C.E.T.I., 1965).

Lasalandra, al contrario, ritiene che l’anno di fondazione sia stato il 1591 ed a comprova cita fonti autorevolissime:

l’A.S.O.P. (Analecta Sacri Ordinis Fratrum Praedicatorum) che riferisce: «Molensis sub titolo SS. Rosario, in diocesi Barensi, anno 1591 fundatus.. »;

l’Archivio Generale dei Frati Predicatori: «Mola Hospitio: fu fondato nelli 1591»;

Giovanni Michele Piò – Della nobile e generosa progenie del Patriarca Domenico in Italia – Bologna, 1615: «Al luogo di Santa Maria del Rosario di Mola fondato nel 1591».

Accettando, però, la data indicata da Lasalandra non si spiegano gli avvenimenti narrati da Mancini del quale vale la pena ripetere le parole: “ Appena si fu installata nell’annesso convento una comunità di Frati Predicatori, il primo superiore, a mezzo del Generale Padre Sisto Fabri, chiese al sommo pontefice Gregorio XIII (1502-1585) che la confraternita del SS. Rosario, dalla Chiesa Matrice… si trasferisse nella nuova chiesa dei Domenicani. Ottenuto l’assenso apostolico, nell’agosto del 1577 la confraternita passava nella nuova chiesa con l’obbligo di mantenere il culto verso la Madonna del Rosario…”. Il Papa citato, Gregorio XIII, morì il 10 aprile 1585. Sisto Fabri fu il 50° Maestro Generale dei Domenicani dal 1583 al 1589.

Lasalandra insiste nel ritenere la data 1591 come quella di fondazione e sostiene che: “Volendo accettare il 1577 come anno di fondazione sembra perlomeno strano che i testatori locali, prodighi in punto di morte verso i religiosi in genere, si ricordino per la prima volta dei domenicani solo 1’11 febbraio 1595, data in cui Matteo Drago nel suo testamento lasciò 5 ducati «per la fabrica di Santo Domenico»”. La stessa, ad ogni modo, esclude quanto asserito dalla rivista Japigia che propone come data il 1597: “è la meno attendibile in quanto è dell’8 ottobre 1595 l’intervento del Cardinale Alessadrino in favore dei domenicani perché ad essi fossero consegnati i paramenti sacri della cappella del S. Rosario nella chiesa matrice dell’omonima Confraternita, di cui i padri predicatori erano divenuti i direttori spirituali”. E’ la stessa notizia riferita da Mancini e, comunque, risultante dal verbale riportato nel volume 15° “Conclusioni Capitolari” – Archivio Capitolare Molese.

Il Cardinale Alessandrino che intervenne a favore dei Domenicani di Mola non è Michele Ghislieri. Questi si fece chiamare “cardinale alessandrino” dopo la nomina fatta da Paolo IV, in ricordo della sua infanzia; assunse il nome di Pio V quando fu chiamato al soglio pontificio e morì il 1° maggio 1572. Si tratta, invece, del cardinale Carlo Michele Bonelli, il quale fu soprannominato “l’’Alessandrino”, perché nipote del papa Pio V.

Appena costruito il loro convento, i Domenicani di Mola, come è stato già ampiamente riferito, chiesero che la Confraternita del SS. Rosario si trasferisse nella loro chiesa, perché l’origine della devozione della Madonna del Rosario nacque proprio dopo l’apparizione a san Domenico in Prouille (Francia), nel primo convento da lui fondato.

In Terra di Bari vi erano altre confraternite del SS. Rosario, tutte riferibili ai Domenicani: Capurso (1578), Casamassima (1577), Cassano Murge (1576), Grumo Appula (1578).

La devozione verso la Madonna del Rosario si accrebbe dopo la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che terminò con la sconfitta della flotta ottomana ad opera della “Lega Santa”. Il successo fu attribuito all’intercessione della Madonna del Rosario, che il papa Pio V volle chiamare “Madonna della Vittoria” ed istituì la festa nel giorno del trionfo dei Cristiani sui Musulmani. Il quadro della Madonna esistente nella Chiesa

fu dipinto da Fabrizio Santafede (1560-1634) poco dopo la battaglia di Lepanto.

Nella Matrice, la cappella della Confraternita del SS. Rosario rimase vuota. Mancini sostiene: “Rimasta libera la cappella del Rosario nella Chiesa Matrice, con atto pubblico dell’11 luglio 1578, rogato per mano del notaio Valente de’ Valentis, il Capitolo, rappresentato dall’arciprete don Francesco Susca e da parecchi canonici, la cedette in perpetuo al signor don Francesco Carafa, marchese di Polignano e barone di Mola ed ai suoi eredi, con l’obbligo di collocarvi un nuovo quadro della Vergine del Rosario e di versare al Capitolo, il 15 agosto di ciascun anno, un canone di sei ducati. Il Capitolo, da parte sua, si obbligava di celebrare ogni sabato una Messa in onore della Madonna del Rosario e per la remissione dei peccati del marchese e di sua moglie donna Rosa Toralda, vita durante e in suffragio delle loro anime dopo la morte”.

Mola, in quel periodo, era stata venduta al marchese di Polignano. Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, scrisse: «Mola di Bari città regia della provincia, che porta il nome appunto di Bari, e per distinguerla dall’altra appellata di Gaeta, va così nominata nella carte… Nel 1436 da Alfonso I fu venduta a Landolfo Maramaldo per ducati 6.300. Per la sua ribellione nell’anno 1446 da Ferdinando fu venduta a Niccolò Toraldo, nella cui discendenza si conservò fino al 1551, quando ad istanza de creditori fu venduta insieme colla terra di Polignano a Giovanni Francesco Carafa per ducati 35.000. Nel 1583 fu poi venduta a Vincenzo della Tolfa per ducati 50.000. L’università cercò il Regio demanio, ed avendolo ottenuto, vendè tutti i corpi feudali al Conte di Conversano per ducati 53.500».

Il marchese di Polignano non rispettò i propri impegni, quasi certamente per problemi economici, e così la Cappella rimase vuota. In seguito, l’arcivescovo di Bari mons. Giambattista Ettore Caracciolo vi fece collocare alcune statue di santi che furono rimosse soltanto dopo oltre due secoli. In realtà, vi furono subito delle rimostranze, ma dopo la morte del prelato avvenuta nel 1780 vi era gran disordine nella diocesi che rimase senza vescovo fino al 1792, quando prese possesso mons. Gennaro Maria Guevara Suardo.

I padri domenicani, dopo aver ottenuto il trasferimento del quadro della Madonna del Rosario, già contenuto nella primitiva Cappella, pretesero anche “tutti i legati di S. Messe e di ufficiature già appartenenti alla cappella del Rosario della Matrice” (Mancini).

Naturalmente vi furono contestazioni violente del Capitolo, ma l’intervento del cardinale Alessandrino, come riferito in precedenza, fu a favore dei Domenicani, ordine al quale apparteneva il prelato. I sacerdoti della Matrice continuarono ad opporsi alla cessione e, come riferisce Mancini: “…Nel novembre 1598, il padre priore dei domenicani, fra Giovanni Donato da Castellaneta, reclamava ancora la cessione dei lasciti e il Capitolo, dopo animata discussione, decise di rimettersi al giudizio del Vicario Generale…”.

Il contrasto non si affievolì negli anni successivi. Nel 1616 vi fu una rabbiosa occupazione della cappella, così come informa Lasalandra: “L’arciprete Orazio Susca, i procuratori del Capitolo Matteo Santacroce e Giuseppe Parato, il sagrestano Francesco Ruggíeri, i sacerdoti Brancaccio Mutassi, Vito Caputo, Giovanni d’Angelo, Angelo Antonio Zuccarino, occuparono la cappella…”. La stessa autrice aggiunge: “Leonardo Aloysio di Conversano, conservatore apostolico del monastero dei domenicani di Mola, ricorse prontamente al papa Paolo V. Il risultato fu ovviamente in favore dei padri predicatori considerata l’enorme protezione di cui l’ordine godeva dovunque”.

Il 26 maggio 1616 il Capitolo fu condannato a pagare un risarcimento in “cera bianca” e così la vertenza si risolse definitivamente.

(segue la seconda parte)

5 Commenti

  1. maria rosaria
    12:24 del 4 gennaio, 2010

    Interessante questo articolo sulle origini di Mola e delle sue chiese,mi piacerebbe saperne di piu’ anche su altri monumenti del nostro paese.

  2. giovanni miccolis
    17:54 del 4 gennaio, 2010

    Nei due ultimi numeri della rivista mensile si è parlato del Monastero di Santa Chiara e del Palazzo Roberti.
    Per avere un quadro generale ed immediato dei monumenti della nostra città è bene far riferimento alle opere dei nostri storici: De Santis, Uva e Mancini.

  3. Ho apprezzato molto l’articolo. Approfitto per segnalare – e magari chiedere chiarimenti al dott. Miccolis – la presenza, all’interno della chiesa, di uno stemma araldico di cui ignoro l’attribuzione e l’origine, comunque diverso sia da quello dei Martinelli (sull’altare delle 2° cappella a destra), sia da quello riprodotto sull’altare della 3° cappella a destra.

    E’ contenuto nel cartiglio in chiave di volta della 1° cappella a destra, quella delimitata dalla cancellata.
    Riporta, in alto a sinistra di chi guarda, un sole con lineamenti umani rivolto verso un leone rampante, che è posto più in basso nella parte destra. All’angolo inferiore sinistro c’è una figura che non riesco ad interpretare (un paesaggio montuoso?).

    Parrebbe denotare qualche patronato su quella cappella, che però non ha un altare o decori antichi (lo stesso fonte battesimale vi è stato collocato una decina d’anni fa). D’altronde, presumo che quella cappella, che è la prima per chi entra, anche in passato abbia ospitato un fonte battesimale. Inoltre, la posizione del cartiglio rende lo stemma difficilmente visibile (ho potuto fotografarlo solo salendo sull’organo della controfacciata).

    Aggiungo anche che non ho ravvisato corrispondenze con alcuno degli stemmi delle famiglie molesi riportati nel testo di G. Berlingerio (Nobili civili e galantuomini nella Mola del XVIII secolo, Schena editore, 1996).

    Il “mistero” è tale o mi basterà solo leggere la seconda parte dell’articolo?

  4. giovanni miccols
    16:00 del 5 gennaio, 2010

    Non ho notato il “cartiglio” descritto dall’amico “nicolabel” (mi riprometto di fare una capatina al più presto nella chiesa).
    Certo si tratta di uno stemma di famiglia che, da quanto descritto, potrebbe essere quello della famiglia Volpe con un sole nascente a sinistra di chi guarda (spesso si aggiungevano lineamenti umani) e con una volpe (non un leone) a sinistra, abbaiante su un monte.
    Una famiglia ricca ed importante, molto vicina a quella degli Zuccarino, che aveva cappelle e patronati.

  5. Edgardo Noya (Blasonario generale di Terra di Bari, Tipografia Contegiacomo, Mola, 1913) descrive il blasone della famiglia Volpe nel modo seguente: “d’azzurro ad una volpe al naturale passante sopra un monte di tre cime di verde, uscente dal canton sinistro della punta ed abbaiante ad un sole uscente dal canton destro del capo, d’oro”.
    In effetti, vi sono alcune affinità con lo stemma presente nella chiesa, ivi inclusa la disposizione delle figure (nel blasone, i concetti di destra e sinistra sono invertiti, ossia sono presi assumendo di stare alle spalle dello stemma e non di fronte). Pur non essendo un esperto di araldica, aiutandomi con Wikipedia, noto però anche alcune significative differenze:
    a) l’animale riprodotto pare avere una criniera, che non è attributo di volpe;
    b) a differenza del leone, la cui rappresentazione “al naturale” è rampante, una volpe al naturale è “passante”, cioè nell’atto di camminare. Nello stemma, invece, entrambi gli arti anteriori paiono sollevati e la coda ritta in verticale, in una posizione che per la volpe, come per il lupo, dovrebbe essere descritta come “rapace”.

    Segnalo questo nell’eventualità che possa essere di qualche utilità per accrescere le conoscenze e formulare ipotesi sulla storia della chiesa e del convento.

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