II- Il Castello di Mola
Abbiamo visto come Anselmo descrisse la nostra città: “Mola parvum est oppidum, circumcirca fortibus muris cinctum, habens parvum fortalicium”[ un piccolo borgo, cinto da forti mura, con una piccola fortezza].
La piccola città con poderose mura era quella che volle Carlo I d’Angiò nella lettera del 6 giugno 1277 scritta a Venosa: “Poiché abbiamo deciso di provvedere a rendere abitabile quel luogo che si chiama Mola per la comodità di coloro che si trovano di passaggio ed anche per la sicurezza della costa, in modo che i pirati non abbiano una comoda base per assalire i nostri fedeli sud¬diti, ancor prima che gli uomini si rechino ad abitare questo luogo, è bene che questa terra sia circondata da mura e fortificata af¬finché non possa essere assalita dai predoni. Perciò, abbiamo inviato gli ingegneri Pietro di Angicourt e Giovanni da Toul, nostri fa¬migliari e fedeli sudditi, a compiere sul pre¬detto luogo di Mola, con l'aiuto eventuale di altri ingegneri della locativa circonvicina, un diligente sopralluogo della zona al fine di progettare e quindi provvedere alla misura e alla qualità delle mura che occorre costrui¬re nel citato luogo di Mola: ed inoltre, per fare una stima diligente e precisa circa la spesa occorrente.
Inoltre, il detto ingegnere Pietro di An¬gicourt, venuto poco fa presso la corte, ha riferito che egli e Giovanni (da Toul) si sono recati presso i luoghi di cui sopra e, dopo aver convocato dei mastri muratori baresi, esperti nella costruzione delle mura, con do¬cumento ufficiale, tutti concordemente hanno fatto un preventivo sulla base del quale per chiudere la terra di Mola perimetralmente occorrono delle mura per 250 canne di lun¬ghezza e 2 canne di altezza fino all'andito, con lo spessore di mezza canna, e dall'andito fra il pettorale e i merli di un'altra canna, dello spessore di una canna e mezza. Per ciò che riguarda i merli, uno sia con feritoia e l'altro senza; c così tutto il muro, che sarà della lunghezza di 250 canne, e dell'altezza totale, fino alla sommità dei merli [di canne tre]” (testo riportato da M. Calabrese nel suo libro a pagina 187).
Carlo I d’Angiò, per un comodo soggiorno durante le sue visite fece costruire anche un palazzo (palatium) all’interno delle mura della città. Infatti, con lettera del 19 gennaio 1279, ordinò al Giustiziere di Terra di Bari di realizzare la sua residenza con annessa cisterna, sotto la guida del soprastante Alberico de Mornay. Il Giustiziere s’impegnò immediatamente a realizzare un fabbricato lungo 10 canne, largo 3 canne e mezza ed alto 4 canne, con relativa cisterna di 10 canne per 3. Non furono date indicazioni precise nei documenti angioini sull’ubicazione di tale palazzo.
Il re si limitò a dire che il «predictum palatium fieri debet ab uno capite muri ambitus dicte terre, usque ad aliud caput eiusdem terre»; in altri termini di porre il palazzo tra due mura opposte. Tuttavia, tenuto conto della struttura della città edificata, non si comprende dove potesse essere situato il palazzo. La nuova Mola, infatti, era racchiusa in un quadrilatero irregolare i cui lati erano di canne 115, 43, 66, 33.
Due autori francesi, Patrick Boucheron e Jacques Chiffoleau, nella loro opera “Les palais dans la ville” – Lyon, 2004 – riportano il saggio di Jean-Marie Martin, il quale afferma a pagina 88 che “le palais de Mola utilise deux des murs d’enceintres (il se trouve donc dans un angle de la muraille)” [il palazzo di Mola utilizza due delle mura di cinta (si trova dunque in un angolo della muraglia)]. Una soluzione abbastanza ragionevole, anche se in contrasto con il testo letterale del documento angioino: non tra due mura opposte, ma fra due mura convergenti in un angolo.
Il palazzo fu completato nel luglio 1280, l’anno successivo la cisterna (o cisterne) e l’annesso giardino. Si deve ritenere che le cisterne, realizzate in seguito, non potevano essere sotto ma affiancate al palazzo. Secondo le istruzioni regie dovevano avere una profondità necessaria fino a ritrovare acqua (usque quo perveniretur ad aquam vivam).
Il sovrano venne in visita a Mola nel mese di novembre 1279, quando ancora le opere non erano state completate, e notò tanta umidità nelle stanze del palazzo, nonostante il gran fuoco acceso nel camino. I tecnici reali constatarono che il terreno su cui poggiava la costruzione era umido, che tale umidità impregnava i tufi del palazzo e che in prossimità del fabbricato sgorgava dal terreno una fonte inesauribile, acqua fresca e buona.
Quella sorgente non fu sufficiente però a riempire le cisterne, tanto che il Re ordinò al Giustiziere di Terra di Bari, con lettera del 25 luglio 1281, di far costruire un “aqueductus”, in pratica una semplice conduttura di creta ben cotta che doveva portare l'acqua pio¬vana dal tetto del palazzo alla cisterna.
Quel palazzo è ritenuto parte dell’attuale castello, così com’è scritto nel sito del Comune e nelle segnaletiche, ma è proprio vero?
Fra le tante obiezioni possibili la più lampante appare quella dell’ubicazione del manufatto. Ed, infatti, il “palatium” fatto costruire dal re Carlo d’Angiò era all’interno delle mura della città, ma il castello descritto durante gli avvenimenti tra la fine del ‘400 e l’inizio del ‘500 era all’esterno delle mura.
Abbiamo visto che Anselmo indicò una piccola fortezza come unità distinta dalla città murata. Ma soffermiamoci brevemente anche sugli avvenimenti che si svolsero durante le due occupazioni dei Veneziani.
Nel periodo compreso tra il mese di giugno ed il mese di luglio 1495 i Veneziani sbarcarono con il loro esercito sulla costa molese. Non fu necessario alcun combattimento per occupare la città, in quanto i cittadini molesi preferirono arrendersi senza alcuna ostilità. Allo stesso tempo, non fu possibile espugnare il castello dove erano asserragliati gli Aragonesi.
Infatti, sier Bernardo Grimani, nel prendere possesso di Monopoli nel 1496 come governatore della città, si arrabbiò moltissimo della mancata conquista del castello di Mola e diede ordine che il castellano non uscisse dalla rocca, “sotto pena del capo” (castellano ut stare debeat clausus nec ullo modo exeat castellum et fortilicium sub pena capitis – Deliberazione del Senato Mar., Reg. 14, c. 88 – Archivio di Stato di Venezia).
Nel 1509 i Veneziani furono sconfitti ad Agnadello (Cremona) ed un’armata aragonese partì da Napoli con il compito di liberare i porti pugliesi. Anche Mola fu liberata dopo un assedio condotto brillantemente da Guglielmo Noya, colonnello di caval¬leria, già distintosi in precedenti batta¬glie.
Al¬la partenza dei Veneziani, salutata con giubilo dalle popolazioni che forse spera¬vano in un miglior trattamento, Gaspare Toraldo riebbe il suo feudo e, poiché Polignano era stata elevata a marchesato, ottenne il titolo di marchese di Mola e Polignano.
Il castello aveva subito notevoli danni ed il feudatario attuò un radicale restauro tramite l’architetto militare Evangelista Menga da Copertino, che gli diede l’attuale forma di poligono stellato.
Dopo l’incoronazione di Carlo V, avvenuta il 23/10/1520, si riaccesero le ingordigie dei regnanti per una nuova spartizione dell’Italia. E fu così che i Veneziani si diressero con il loro esercito per riprendersi i porti pugliesi.
Nei “Diarii” Marino Sanuto scrisse: «A dì 12 domenica fo il giorno di Pasqua … Monopoli si ha reso alla Signoria nostra, et cussì Mola et Polignano, et li oratori di la comunità di Mola, mia 40 de lì (cioè che dista 40 miglia da lì), è venuti con gran jubilo a darsi a S. Mar¬co ».
Veniva spiegato l’entusiasmo dei molesi di ritornare sotto il dominio veneto con la
relazione inviata al Senato, nella quale veniva spiegata la con¬dizione dei molesi sotto il barone Toraldo: “I cittadini erano venuti in tanta calamità e miseria che non possevano resistere più ma andavano dispersi et vagabondi, pejori che cingani, andavano mangiando le erbe crude come animali bruti e ciò specialmente per colpa del barone che aveva posseduto le terre dopo il tanto rimpianto dominio ve¬neto”. Il resoconto terminava dicendo che: «Polignano è del tutto nostro et cussì Monopoli; la terra de Mola se ha reso, ma el Castello se tiene».
Dal castello sparavano con le bombarde palle di pietra sulla città e sulle navi. Una galea veneziana, “la Bemba” fu gravemente danneggiata. Anche l’abitato di Mola, vicinissimo alle artiglierie, subì molti danni, come risulta da una relazione del barone di Lecce, il quale arrabbiato concluse: «vol levarsi e andare a prendere la rocha di Mola che ha molto danizà la terra».
Il castello, quindi, era al di fuori delle mura e non risulta da alcun documento che le mura fatte costruire da Carlo d’Angiò dopo il 1277 fossero state modificate, “in peius”, peraltro, restringendo l’area della città che aveva invece bisogno di più spazio per l’aumento degli abitanti.
Nella carta antica di Mola, rappresentata nell’articolo, risulta del tutto evidente che la città murata ed il castello erano due entità distinte.
Se l’attuale castello non è l’ampliamento del palazzo fatto costruire da Carlo d’Angiò è possibile indicare una diversa origine?
Nella prima parte si è detto che Mola fu ceduta prima a Giovannella Gesualdo, in seguito a Riccardo Aldemorisco e quindi a Landolfo IV Maramaldo. Nessuno di questi risulta abbia fissato la propria dimora nella nostra città.
Nel 1464 Mola fu concessa in feudo a Luigi (o Niccolò) Toraldo che fece invece della nostra città la sua residenza. I feudatari dell’epoca erano molto diffidenti verso le popolazioni amministrate e preferivano avere un palazzo separato dalle abitazioni cittadine e facilmente difendibile. Ed il palazzo di Luigi Toraldo non poteva essere il primitivo castello?
Nel 1491 il feudo di Mola passò da Luigi a suo fratello Gaspare, il quale abitava nel castello, quando fu assediato dai Veneziani. E fu lo stesso Gaspare a chiedere l’intervento di Evangelista Menga per dare al castello la forma attuale.
Guido Angiulli Di Palma (Rivista dell'Istituto italiano dei Castelli “Castellum”, Roma
Castel S. Angelo, 1972 pagg. 40-42) afferma che: «del complesso angioino[...], si sono rinvenuti residui murari, del primitivo spessore di mezza canna, costituiti da conci in pietra rozzamente
squadrati secondo la tecnica muraria dell'epoca e conformemente alle caratteristiche
inevitabili di quasi tutte le costruzioni militari, costruite sempre in fretta e spesso con
materiale d'accatto».
L’attribuzione di quelle “pietre rozzamente squadrate” al palazzo angioino non è avvalorata da documenti, ma soltanto da ipotesi seppur ragionevoli. Mi permetto, tuttavia, far osservare che Carlo d’Angiò, se dispose che le mura dovessero essere “de bonis quadrellis incisis bona calce et arena” (di buone pietre quadrate unite con buona calce e sabbia), perchè non doveva richiedere la stessa cura per il proprio palazzo? Ed ancora, si può affermare con certezza che quei residui murari non appartengano a costruzioni di due secoli successivi?
Una riflessione ed un approfondimento dell’argomento ritengo siano doverosi.







