Premessa. Esattamente un anno fa, tra il 15 e il 16 marzo 2009, come molti ricorderanno, è andata in onda su RAI 1 una fiction in due puntate avente per titolo “Pane e Libertà”, tutta incentrata sulla vita e sull’attività politica del grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio (nativo di Cerignola), ottimamente interpretato dall’attore Pierfrancesco Favino.
Si è trattato certamente di un lavoro ponderoso e di assoluta qualità. Pur tuttavia, vi ho rilevato subito diverse inesattezze storiche riguardanti in particolare i rapporti intercorsi tra il “Paladino dei Cafoni di Puglia” (Giuseppe Di Vittorio) e il “Gigante Buono” di Conversano (Giuseppe Di Vagno) nel periodo 1914-1921 (si veda in proposito il volume da me curato “Giuseppe Di Vagno. Scritti e Interventi. 1914-1921”, edito dalla Camera dei Deputati a Roma nel 2006 ).
E tali inesattezze storiche ho provveduto a comunicarle immediatamente al Presidente della Fondazione Di Vagno, così che questi ha poi potuto riprenderle, evidenziarle e puntualizzarle tutte in un pezzo giornalistico apparso sul “Corriere del Mezzogiorno” il 21 marzo 2009.
Nella stessa fiction, in verità, ho rilevato anche una grande dimenticanza storica relativa a Piero Delfino Pesce: infatti, a riguardo dell’attacco condotto dai fascisti di Caradonna ai primi di agosto del 1922 con l’ obiettivo di espugnare Bari Vecchia non si fa alcun riferimento al valente intellettuale repubblicano nel suo ruolo di Presidente del comitato dell’ “Alleanza del Lavoro”, impegnata in loco per la difesa delle libertà democratiche della classe lavoratrice barese e pugliese, d’intesa con la Camera Provinciale del Lavoro diretta da Giuseppe Di Vittorio.
Nella notte dell’8 agosto 1922 Bari Vecchia viene occupata militarmente da migliaia di fascisti e di soldati, dopo una strenua resistenza che viene fatta non solo da Giuseppe Di Vittorio, ma anche da Piero Delfino Pesce (tant’è vero che l’avvocato molese viene arrestato e messo in galera insieme a 46 compagni di lotta!).
Si tratta evidentemente di una dimenticanza di non poco conto. Ma la cosa incredibile è che qui a Mola (dove Piero Delfino Pesce è nato, vissuto e morto) nessuno se n’è accorto, nessuno ha rilevato niente: né gli amministratori cittadini, né gli “studiosi”, né gli insegnanti delle diverse scuole.
Nessuno, poi, in occasione del 70° Anniversario della sua morte (11 dicembre 2009) ha speso un minimo di impegno per ricordarlo pubblicamente e per commemorarlo degnamente.
Ma se una città non sa custodire e salvaguardare per le nuove generazioni la sua memoria storica come può andare avanti, come può progettare il suo futuro!?!?
Sulla base di tali motivazioni, mi sono accinto doverosamente a tratteggiare il seguente profilo biografico e politico di Piero Delfino Pesce e l’ho affidato alla sensibilità culturale del sig. Nicola Lucarelli, direttore del periodico “Città Nostra”.
Piero Delfino Pesce nasce a Mola il 1° giugno dell’anno 1874 da una famiglia della borghesia cittadina fortemente distintasi per gli ideali patriottici durante il tormentato periodo risorgimentale.
Conduce gli studi classici presso l’antico Collegio-Convitto di Molfetta e s’iscrive, poi, nel 1892 presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Napoli.
L’esperienza universitaria a Napoli risulta determinante per la sua formazione culturale e politica; qui, infatti, ha come maestro il grande filosofo Giovanni Bovio di Trani, da cui assimila l’idea mazziniana-repubblicana.
Laureatosi a soli 22 anni, nel 1896, ritorna a Mola con una gran voglia di fare; comincia l’attività forense e s’impegna molto nell’attività politica, tant’è che nel volgere di pochi anni diviene il massimo esponente del repubblicanesimo in Puglia .
Piero Delfino Pesce esprime un vasto impegno anche nell’attività culturale: scrive novelle, compone poesie e si interessa d’arte, al punto che fonda a Bari la rivista “Aspasia”, alla quale chiama a collaborare i migliori scrittori di Puglia e d’Italia.
Per lui, infatti, l’attività del pensiero e l’attività politica sono un nesso inscindibile: egli ritiene, cioè, che non si possa sviluppare un impegno politico serio e proficuo, se questo non è sorretto dal lavoro culturale, dalla ricerca e dalla sperimentazione.
Piero Delfino Pesce durante l’età giolittiana conduce a Mola diverse battaglie politiche:
-in una prima fase si batte contro le famiglie dei Noya e dei De Stasi che detengono con arroganza il potere municipale;
-in una seconda fase attacca il potentissimo Vito Alberotanza, che una volta salito alla carica di Sindaco si distingue per abusi e illegalità d’ogni genere nella gestione della cosa pubblica;
-in una terza fase, dopo essere stato eletto consigliere provinciale nel 1905, egli denuncia coraggiosamente la grande corruzione sviluppatasi intorno alla costruzione dell’Acquedotto Pugliese e critica pesantemente il Presidente della Provincia di Bari, il senatore Balenzano, legato a doppio filo con la ditta appaltatrice dei lavori.
Tra il 1909 e il 1913 l’impegno politico di Piero Delfino Pesce tocca due grandi temi: l’occupazione militare della Libia del 1911-’12 e il “suffragio universale”.
Egli ritiene che l’attacco alla Libia sia un pericoloso diversivo del governo italiano e un grave cedimento a favore delle forze più reazionarie del paese; per quanto riguarda il “suffragio universale” egli sostiene con forza la grande battaglia avviata da Gaetano Salvemini per l’allargamento del diritto di voto alle masse contadine e operaie, in previsione delle elezioni politiche generali del 1913.
Nel 1911 Piero Delfino Pesce crea a Bari in Corso Cavour la Casa Editrice Humanitas; in quello stesso anno fonda anche la rivista ”Humanitas”, che diviene in breve tempo per tutto il Mezzogiorno una grande palestra di democrazia e di libertà, aperta ad ogni contributo.
Egli pone subito la sua rivista al centro del dibattito politico dell’epoca e si sottrae, così, all’influenza egemonica dell’idealismo crociano, che sostiene un atteggiamento di indifferenza e di distacco degli intellettuali verso le tematiche sociali e verso l’impegno nei partiti.
Quando scoppia la prima guerra mondiale, Piero Delfino Pesce è l’uomo-guida dell’ “interventismo democratico” in Terra di Bari.
Egli è favorevole alla guerra, in quanto, come tutti i mazziniani, ritiene questa una sorta di quarta guerra d’indipendenza, protesa verso il completamento dell’Unità d’Italia (cioè verso la liberazione di Trento e Trieste).
Egli nutre, inoltre, una forte opposizione contro l’imperialismo asburgico e teutonico, affossatore e negatore delle libertà democratiche per i popoli del centro Europa e dell’area balcanica.
Sulla stessa linea di Piero Delfino Pesce si schierano Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore,Alfredo Violante, Giovanni Colella e tanti altri, anche Giuseppe Di Vittorio (Giuseppe Di Vagno, come molti socialisti,è attestato, al contrario, su posizioni pacifiste e antimilitariste).
Durante il periodo bellico, Piero Delfino Pesce svolge un ruolo di primissimo piano:viene nominato “ispettore per le regioni meridionali” dei segretariati Provinciali delle Opere di Assistenza, impegnati a dare sostegno alle famiglie povere dei combattenti al fronte.
Alla fine della prima guerra mondiale il quadro politico generale è convulso e caotico:
-i contadini disoccupati chiedono terra e lavoro (secondo quanto è stato loro promesso dal governo);
-scioperi operai e manifestazioni contro la fame e contro il caroviveri si susseguono ovunque a ritmo incessante;
- l’inflazione è galoppante e la grande carestia non risparmia nessuno;
-in moltissimi centri agricoli del Sud si registrano tumultuose occupazioni di terre e le forze dell’ordine intervengono facendo spessissimo uso delle armi;
Di fronte a questa situazione gli industriali e gli agrari riorganizzano le loro forze e si preparano alla controffensiva.
Nascono, così, i fasci mussoliniani a Milano nel 1919 e nasce anche in Puglia l’ ANC ( Associazione Nazionale Combattenti).
In Terra di Bari, in vista delle elezioni politiche generali del novembre 1919, i Combattenti decidono di presentarsi con una “lista autonoma”, come se fossero un partito, sulla base di un programma democratico e filosalveminiano.
Di fronte al “Partito dei Combattenti”, Piero Delfino Pesce (ben sostenuto da Giuseppe Di Vagno) si mostra fortemente contrario e polemizza con tutti i dirigenti dell’ ANC barese (T. Fiore, A. Violante, ecc.): egli è dell’avviso, infatti, che la lotta politica si debba fare nei partiti storici e tradizionali.
D’altra parte, egli, a ragione, vede come estremamente pericolosa l’eterogeneità sociale e politica dei dirigenti del movimento combattentistico pugliese: fra questi, infatti, comincia a farsi sentire un certo Giuseppe Caradonna, ras agrario di Cerignola, e comincia a farsi sentire a Bari anche Araldo Di Crollalanza.
Nonostante le prese di posizione di Piero Delfino Pesce, il Movimento Combattentistico di Terra di Bari si presenta autonomamente nella competizione elettorale del novembre 1919 e ottiene di primo acchito un grosso risultato: riesce a far eleggere Gaetano Salvemini al Parlamento.
Ma subito dopo, Caradonna in Capitanata e Di Crollalanza a Bari acquistano sempre più peso politico in seno all’ ANC e lavorano per un avvicinamento dei Combattenti verso il Fascismo; e, così, nel volgere di poco tempo tutto il Movimento Combattentistico si sposterà a destra e, ad un certo punto, risulterà essere completamente controllato e manovrato proprio da Caradonna e da Di Crollalanza.
Intanto, Piero Delfino Pesce continua a sviluppare un’intensa attività intellettuale e culturale:
-tiene lezioni di diritto presso l’Università Popolare di Bari;
-tiene la cattedra di Diritto ed Economia presso l’istituto “Giulio Cesare”;
-esercita la professione di avvocato;
-diventa presidente dell’Associazione della Stampa Pugliese;
-pubblica libri, scrive per la “Voce Repubblicana”;
-continua a dirigere magistralmente la rivista Humanitas;
-mantiene, inoltre, un forte impegno politico anche a Mola, tant’è vero che con le elezioni amministrative del 1920 diventa consigliere comunale.
Dopo le elezioni politiche generali del 1921, il fascismo si espande ulteriormente e diventa sempre più violento: le squadre fasciste mettono a ferro e fuoco l’intera regione, dando avvio in tutti i Comuni alla distruzione sistematica delle Camere del Lavoro e delle sezioni socialiste, portano il terrore ovunque e danno una caccia spietata ai più noti esponenti dei partiti di opposizione: e tutto ciò avviene spesso con il tacito avallo delle forze dell’ordine, dei questori, dei prefetti e della stessa Magistratura.
Proprio la città di Mola, la sera del 24 settembre 1921, diviene teatro del più efferato crimine commesso dal fascismo pugliese: Antonio Cicorella, l’attivissimo segretario della Lega Contadina di Mola invita Giuseppe Di Vagno ad inaugurare il nuovo Circolo del P.S.I.; il valente deputato socialista tiene, così, un appassionato comizio, ma subito dopo viene assalito a tradimento in via Loreto da una squadra fascista venuta da Conversano e resta colpito mortalmente alla schiena da numerosi colpi di pistola sparati all’impazzata.
Lo sdegno per il vile assassinio è altissimo nell’opinione pubblica regionale e nazionale e tocca fortemente anche Piero Delfino Pesce, amico sincero del deputato socialista conversanese; l’ avvocato repubblicano, attraverso la rivista “Humanitas”, dal suo canto, riprenderà ampiamente la cronaca del tragico fatto e si soffermerà senza indugi sui committenti del delitto, i fratelli Saverio e Paolo Tarsia Incuria ed Ettore Lovecchio-Musti, capi del Fascio di Conversano e luogotenenti di Giuseppe Caradonna nel Sud-est barese.
Per rispondere alla grande offensiva fascista nascono nell’estate del 1921 gli “Arditi del Popolo”; in realtà il Fascismo mese dopo mese diventa sempre più inattaccabile, anche perché ottiene ogni libertà d’azione dal governo in funzione antisocialista.
I partiti della sinistra, d’altra parte, si dilaniano in accese ed inutili polemiche sulla tattica più utile da seguire per arrivare alla “rivoluzione socialista” (si tenga conto che nell’ottobre del 1917 è scoppiata la Rivoluzione Russa) e commettono il gravissimo errore di considerare il fascismo come un “fenomeno passeggero”, e, anzi, come il segno del crollo imminente del sistema capitalistico-borghese. In tal modo, alla fine, i partiti di sinistra sono costretti a muoversi solo sul piano difensivo.
E’ su queste basi che il 22 marzo 1922 si costituisce anche a Bari l’ “Alleanza del Lavoro”, alla cui guida si pongono Piero Delfino Pesce e Giuseppe Di Vittorio (quest’ultimo è il segretario della Camera Provinciale del Lavoro).
Lo scopo dichiarato del Comitato dell’ “Alleanza” è il “ripristino delle pubbliche libertà” e la “difesa dei diritti della classe lavoratrice”.
Aderiscono all’ “Alleanza “ tutte le organizzazioni sindacali (CGL- USI- UIL), i socialisti ufficiali, i socialisti riformisti, i comunisti, gli anarchici, i combattenti democratici, gli “Arditi del Popolo” e naturalmente anche i repubblicani di Piero Delfino Pesce.
Di fronte al pericolo incombente di una saldatura tra borghesia e fascismo, l’intellettuale molese, se pur contrario ad ogni forma di violenza, scende sul terreno della lotta politica concreta, si schiera a fianco del partito socialista e del movimento sindacale e lancia la parola d’ordine dell’ “alleanza tra borghesia democratica e proletariato”!
A Piero Delfino Pesce viene dato, così, l’incarico di coordinare il Comitato a Bari ed egli con grande fervore lavora a fianco di Giuseppe Di Vittorio, di Domenico De Leonardis, di Vincenzo Pinto, di Filippo D’Agostino e di Rita Majerotti.
Nell’estate del 1922, poiché gli squadristi di Caradonna e di Starace danno addirittura l’assalto ai Municipi, l’ “Alleanza del Lavoro” di Bari stabilisce di proclamare per il 1° agosto un grande “sciopero generale”.
I fascisti, allora, decidono di sferrare un grande attacco proprio a Bari, con lo scopo di piegare quella che resta in definitiva l’ultima grande base della resistenza democratica pugliese.
L’obiettivo dichiarato dai fascisti è la conquista di Bari Vecchia, dov’ è ubicata la Camera del Lavoro che è il centro operativo dell’ “Alleanza”.
La mattina del 1° agosto 1922 grossi contingenti di fascisti e di squadristi a cavallo capeggiati da Caradonna giungono a Bari e si concentrano in Piazza Prefettura; e di qui il giorno dopo danno avvio ad una “spedizione punitiva” contro le forze democratiche, che nel frattempo si sono asserragliate e barricate nel cuore della città vecchia, decise a difendersi ad ogni costo.
Gli uomini in camicia nera, in verità, tentano a più riprese e da più parti di penetrare nei vicoli di Bari, aprendo un fuoco micidiale, ma per la fortissima resistenza della popolazione e delle forze democratiche sono costretti alla fine a battere in ritirata.
L’azione di difesa di Bari Vecchia dura diversi giorni e viene abilmente guidata da Piero Delfino Pesce e da Giuseppe Di Vittorio.
Il capo del fascismo agrario di Puglia, Giuseppe Caradonna, indispettito, chiede, allora, al prefetto Olivieri l’intervento dell’Esercito, minacciando altrimenti di far giungere a Bari altri duemila fascisti armati fino ai denti.
E, così, nella notte dell’8 agosto 1922, con un’azione a sorpresa, alcuni battaglioni di soldati, con autoblindate e con mitragliatrici, occupano militarmente il cuore di Bari.
Per ordine del Prefetto la Camera del Lavoro viene fatta sgombrare e i Carabinieri mettono agli arresti tutti i dirigenti dell’ “Alleanza”.
Piero Delfino Pesce si ritrova ammanettato insieme a Giuseppe Di Vittorio e ad altri 46 compagni di lotta, sotto l’accusa di “formazione di bande armate contro i poteri dello Stato” e viene poi rinchiuso in una buia cella del Castello Svevo di Bari, allora adibito come carcere giudiziario.
Con la conquista di Bari Vecchia e con l’arresto in massa di tutti gli organizzatori dell’ “Alleanza”, le forze antifasciste baresi subiscono una pesantissima battuta d’arresto.
Il capo del repubblicanesimo pugliese (processato nel Tribunale di Trani) viene liberato dopo due lunghi mesi di galera! Ma non appena fuori dal carcere, attraverso la rivista “Humanitas”, riprende coraggiosamente la lotta al fascismo.
I mazzieri fascisti, allora, per tutta risposta lo aggrediscono vigliaccamente per strada e devastano più volte la tipografia e gli uffici della sua Casa Editrice in Corso Cavour a Bari.
Piero Delfino Pesce, però, non dà segni di cedimento:per tutto il 1923, infatti, egli scrive articoli giornalistici acutissimi per la “Voce Repubblicana” sulla situazione politica in Puglia, deterioratasi fortemente a causa del fascismo.
In vista delle elezioni politiche generali dell’aprile 1924 (le ultime) Piero Delfino Pesce sviluppa un intensissimo impegno politico, con l’obiettivo di far assumere al Partito Repubblicano il ruolo di “centro unificatore” delle forze antifasciste baresi e pugliesi.
E per questo motivo la lotta elettorale viene condotta in Puglia da parte fascista in modo particolarmente duro contro i repubblicani: pesanti violenze contro i sostenitori della “Lista della Vanga” si registrano, infatti, a Bisceglie, a Brindisi, a Noci, ad Alberobello, a Trani, a Polignano e anche a Mola.
Alla vigilia del voto, a Mola viene saccheggiata la sezione repubblicana e vengono pure arrestati ben 7 delegati della “Lista della Vanga”.
Sempre a Mola, durante lo svolgimento delle operazioni di voto (il 16 aprile 1924) i fascisti presidiano tutti i seggi e attuano intimidazioni pesantissime nei confronti dei cittadini democratici (molti si rifugiano nelle campagne).
Di questa incredibile votazione a Mola Piero Delfino Pesce ci ha lasciato una straordinaria testimonianza sulla rivista Humanitas (numero del 13 aprile 1924).
Rappresaglie, aggressioni, brogli e illegalità d’ogni genere avvengono praticamente in tutta la Puglia e consentono alle liste fasciste di uscire vittoriose! Per quanto accaduto, i partiti d’opposizione inoltrano una vibrata protesta al Presidente della Corte di Appello di Bari.
A tale protesta fa seguito su scala più generale la coraggiosa denuncia in Parlamento dell’ on. Giacomo Matteotti, segretario nazionale del Partito Socialista Unitario (PSU).
Ed è proprio per tale motivo che Matteotti a Roma il 10 giugno 1924 viene rapito e trucidato dagli scherani di Mussolini!
L’orrendo delitto provoca grande sgomento nel paese e dà nuova linfa agli oppositori del fascismo.
Nella capitale i deputati dell’opposizione, sotto la spinta di Giovanni Amendola (leader dei liberali democratici) abbandonano, allora, il Parlamento e danno vita alla “secessione dell’Aventino”.
Conseguentemente si rimette in movimento anche l’antifascismo pugliese, e, così, Piero Delfino Pesce assume il ruolo di capo del “Comitato dell’opposizione aventiniana” in Bari.
L’opposizione aventiniana, tuttavia, impostata fondamentalmente sul piano morale e legalitario è destinata al fallimento: manca ancora, in realtà, in tutti i partiti della sinistra la reale comprensione della pericolosità del “fenomeno fascismo”, che s’avvia ad instaurare la dittatura nel paese!
Passata l’ondata di generale sgomento per il delitto Matteotti, il fascismo riprende quota, e, infatti, il 3 gennaio 1925 Mussolini fa emanare le cosiddette “leggi eccezionali”; e con queste leggi fa chiudere le sezioni dei partiti di opposizione e abolisce la libertà di stampa, di opinione e di associazione.
Piero Delfino Pesce, per la verità, non s’arrende, e nell’aprile del 1925, come leader degli aventiniani baresi, organizza prima una manifestazione “contro il fascismo affossatore delle libertà” e poi una riunione clandestina in un cantiere edile ubicato tra Bari e Modugno: la polizia, però, scopre tutto, fa un’irruzione improvvisa, e, pertanto, Piero Delfino Pesce viene di nuovo arrestato e messo in carcere, insieme ai socialisti Rocco Giuliani, Eugenio Laricchiuta, Antonio Lauricella e Gaetano Morgese.
A questo punto bisogna dire che Piero Delfino Pesce, capo del repubblicanesimo in Puglia, viene fortemente perseguitato dal fascismo:
viene privato del suo lavoro; gli viene tolta la “cattedra di diritto” presso l’istituto “Giulio Cesare” di Bari; è soppressa la sua rivista “Humanitas” e viene fatta chiudere la Casa Editrice.
Piero Delfino Pesce, allora, è costretto a ritirarsi nel suo palazzo a Mola, e qui egli trascorre gli anni grigi e bui della dittatura.
In ogni caso, l’ OVRA (cioè la polizia politica di Mussolini) lo tiene costantemente sotto controllo, in quanto si sospetta che egli continui a svolgere attività contraria al regime.
In verità, Piero Delfino Pesce, che è uomo di forte fede democratica,cerca di tenere in qualche modo rapporti e contatti con alcuni noti antifascisti, come Tommaso Fiore, come il Conte Zanotti-Bianco e come il poeta armeno Hrand Nazariantz (esule a Bari).
Peraltro, insieme all’ OVRA, cominciano a funzionare dappertutto anche i “Tribunali Speciali”,e, così, agli oppositori del regime non restano vie di scampo:
-molti vengono arrestati e incarcerati (come Antonio Gramsci e Alfredo Violante);
-altri vengono mandati al confino (come Sandro Pertini e Vincenzo Calace);
-altri fuggono all’estero per tentare di organizzare da qui un piano di resistenza e di lotta ( i fratelli Rosselli se ne vanno a Parigi, Gaetano Salvemini emigra negli Stati Uniti, Giuseppe Di Vittorio si rifugia in Francia, poi passa in Russia e successivamente se ne va a combattere in Spagna contro i fascisti di Francisco Franco;
-i più, tuttavia, restano in Italia e sono costretti ad abbassare la testa: Guido Dorso resta ad Avellino, A. De Viti De Marco se ne sta a Roma, Benedetto Croce si rintana a Napoli, Tommaso Fiore rimane ad Altamura e Piero Delfino Pesce, come già detto, è costretto a ritirarsi a Mola.
Per la verità, bisogna dire che durante la fase del pieno consolidamento della dittatura fascista, Araldo Di Crollalanza, che è figlio della baronessa Maria Noya di Mola e che è un uomo di punta del governo di Mussolini, sollecita più volte Piero Delfino Pesce a collaborare col regime fascista, ma ne riceve un rifiuto sempre sdegnoso e perentorio.
In quegli anni che si caratterizzano per oscurantismo culturale e per vuota e tronfia retorica, Piero Delfino Pesce viene sorretto dalla forza del suo pensiero e dalla sua grande predisposizione verso ogni forma d’arte, e in particolare verso il teatro, la musica e la pittura (scrive ben 18 testi teatrali, oggi misconosciuti a Mola!). Tommaso Fiore, non a caso lo chiama “Il più gentile fiore del sapere!”
Piero Delfino Pesce cessa di vivere la sera dell’11 dicembre 1939 in seguito ad un attacco di cuore:
ci ha lasciato una straordinaria lezione di vita e di impegno antifascista che non deve mai essere dimenticata!
Guido Lorusso
DIDASCALIE FOTO
Foto n.1: Piero Delfino Pesce parla alla gente in un comizio svoltosi a Bari all’esterno del Teatro Piccinni, prima del consolidarsi del regime fascista (la foto è tratta dal volume “Mola tra Ottocento e Novecento”, a cura del CRSEC BA/15, Edizioni dal Sud, Bari 1985).
Foto n.2: Piero Delfino Pesce (a fianco di Rita Majerotti, sulla destra) con i membri del Comitato dell’Alleanza del Lavoro, Bari 1922. (la foto è tratta dal volume “Omaggio a Piero Delfino Pesce”, a cura del CRSEC BA/15, con testi di Guido Lorusso, Edizioni dal Sud, Bari 1989).








Ha ragione il Sig. Lorusso, da molese mi vergogno per non aver saputo dare merito ad un concittadino illustre come Piero Delfino Pesce. Grazie per averci ricordato l’importanza per la memoria storica della nostra comunità, di una Personalità di questo calibro.