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Nel ricordare il nonno dell’illustre storico molese non voglio ritornare sull’odiosa polemica attuata da Giovanni Pinto fatta, peraltro, nel momento più sconveniente possibile: nella presentazione della ristampa anastatica della celebre opera “Ricordi storici di Mola di Bari”.
Mi piace soltanto mettere in risalto l’impegno morale e civile di un nostro eroico concittadino del quale il famoso nipote parla con rispetto e con commozione: «Nacque, a 16 settembre 1789, dal Dottor Nicola e da Veronica Valen¬tini in Mola, dov’ebbe a precettore il Gesuita Giam¬battista Noya; fu laureato Dottore dal Collegio Medico di Napoli nel 1810; nella riscossa del 1821 militò volontario nelle legioni provinciali; nel 1860 fu, con speciale diploma, incaricato dell’insegna¬mento di Storia e Letteratura Nazionale nell' Isti¬tuto Normale Maschile di Bari; e più tardi, fin quasi alla vigilia della sua morte, che avvenne in patria a 14 novembre del 1875, di quello della Geo¬grafia e della Letteratura Francese nelle Scuole Tecnico-Ginnasiali Tanzi da lui medesimo dirette. Fu profondo conoscitore della lingua di Cicerone e di quella di Dante; predilesse, ma per breve tempo, le scienze mediche; poscia, abbandonatele del tutto, si consacrò fervidamente agli studii di Geografia. Tradusse dal francese vani corsi di Cosmografia del Cortambert, la Fisica scritta per la Scuola di Mutuo insegnamento di Parigi, un’ope¬ra del Paw, che credo trattasse dì Filosofia della Storia Greca, ed il Medico Giovane del Bourgeoise, che nel 1835 pubblicò arricchito di note, di nume¬rosi articoli e di un Compendio di Farmacologia. Tradusse dal latino, ed annotò pure, la Cura delle Malattie di G. P. Frank; compose un Vocabolario Barese-Italiano, pel quale egli concepiva le più grandi speranze, ma fato avverso fè sospendere dell'uno e dell'altra l'intrapresa pubblicazione. Nel 1871 diè alla luce le Prime Linee della Geografia d'Italia, che gli servirono di schema per un si¬mile lavoro di più ardua lena, ed a cui egli con¬sacrò le continue e costanti fatiche di più anni; e morendo lasciò, oltre i già cennati, moltissimi altri manoscritti non indegni di qualche considerazione» (pag. 164 dei Ricordi…).
Sugli anni giovanili il nipote accenna appena: “nella riscossa del 1821 militò volontario nelle legioni provinciali”. In realtà, De Santis Giuseppe senior fu un fervente carbonaro ed aderì alla Vendita di Mola, chiamata “Apostolato”, in qualità di segretario. A quel tempo aveva la carica pubblica di cancelliere comunale che mise più volte a repentaglio per l’ardore con il quale portava avanti l’attività rivoluzionaria di appassionato carbonaro.
Le notizie sull’attività dei Carbonari in Terra di Bari sono state acquisite da Giuseppe De Ninno in due grossi volumi manoscritti dell’Archivio di Stato barese, redatti a suo tempo per la polizia borbonica, e nei quali sono indicate le generalità degli appartenenti alla setta. La Vendita di Mola fu fondata, forse agli inizi del 1800, a cura del tenente in ritiro Francesco Ruggiero di Nicola e del cancelliere circondariale Leonardo Russo di Tommaso. Quest’ultimo svolgeva la sua attività sovversiva anche a Monopoli, con l’incarico di “maestro” nella Vendita “La Merlina”, ed a Bisceglie, in qualità di “deputato” nell’Assemblea.
Nel 1820 la Vendita molese contava 194 affiliati e fu “gran maestro” Giovanni Martinelli di Vitantonio, il quale ricoprì la carica di sindaco della città dal 1819 al 1822. Nonostante il suo incarico istituzionale Martinelli s’iscrisse anche nelle legioni volontarie che nel 1821 si mossero per affrontare gli Austriaci.
Molti molesi erano presenti nelle Vendite di altri comuni. Allo stesso tempo, diversi forestieri aderirono alla setta molese: Raffaele Veneziani di Lecce, Maurantonio Modugno di Molfetta; Gioacchino Gambatesa di Apricena; Salvatore d’Alba di Monopoli; Michelangelo Ninni di Gioia del Colle; Francesco Pisciotta di Turi; Domenico Oliva di Napoli; Andrea Fagiani di S. Vito degli Schiavi (ora dei Normanni); Pietro Maddalena di Bari; Vito Leonardo di Rutigliano. Alla Vendita di Mola erano associati anche Carlo Clemente conte Teodoro e Arnoldo Damoride, colonnello e barone di Villa-Buona, Gran Maestro fondatore della Vendita di San Germano, luogo detto Parco Moriello, sotto il titolo “Resurrezione Filantropica” (il relativo “brevetto” sarà esaminato nella seconda parte).
La società segreta molese aveva, complessivamente, ben poco di rivoluzionario: era piuttosto un circolo nel quale si eseguivano strani riti misteriosi e si discuteva, anche se animatamente, di cambiamenti sociali, della Costituzione negata, dell’Unità Nazionale, senza giungere all’azione per realizzare i vari propositi. Vi s’iscrissero, infatti, galantuomini, professionisti, sacerdoti, proprietari ed impiegati, ai quali docilmente si affiancarono artigiani e bottegai.
Tra loro vi furono, tuttavia, autentici rivoluzionari, tra i quali:
- Raffaele Pesce di Pietro che mise a disposizione della società tutto il suo denaro e si arruolò volontario nelle legioni provinciali.
- Onofrio Petrella di Natale che fu processato a Foggia nel 1827 per “reità di Stato” ma, per mancanza di prove, gli fu imposto in ogni caso di rimanere a domicilio forzoso nella sua città natale.
- Paolo Volpe di Domenico che si era già distinto per la sua attività rivoluzionaria durante il breve periodo della Repubblica Partenopea, tempo nel quale fu eletto capitano della guardia civica dal Presidente del “Comitato Patriottico” di Barletta, signor Novelli. In quei giorni apparvero sulle spiagge adriatiche le navi moscovite ed i briganti ritennero giunto il loro momento per fare una carneficina dei galantuomini giacobini. Contro i rivoltosi si oppose con le armi Paolo Volpe e fu evitata una strage grazie al suo coraggio. Ritornato il Regno di Napoli nelle mani dei Borbone, Volpe fu arrestato dal colonnello Francesco Antonio Rusciano, comandante di un Reggimento di Fanteria in Puglia, e rinchiuso nei sotterranei del castello di Barletta per quattro mesi. Fu in seguito trasferito nel carcere di Trani per altri otto mesi. Intervenuto l’indulto reale fu liberato, ma non evitò la feroce oppressione del celebre Inquisitore monsignor Ludovico Ludovici.
Appartenevano alla società segreta anche diversi ecclesiastici: don Emilio Giampietro, canonico; don Nicola Ignazio de Bellis, sacerdote; don Vitantonio Alberotanza, canonico; don Nicola Martinelli, sacerdote; don Vito Nicola Pepe, sacerdote; don Giovanni Mutassi, sacerdote; don Giuseppe Cascella, sacerdote; don Giovanni Berardi, sacerdote; don Giambattista Ruggiero, sacerdote; don Vito Defonte, canonico e valentissimo professore di filosofia e matematica.
I Dignitari della Vendita erano:
Nicola Pesce, primo assistente; Cristofaro Giampietro, secondo assistente; don Vito Defonte, oratore; Giuliano Colella, tesoriere; Francesco Ruggiero, maestro di cerimonie; Cristino Colonna, guarda bolli e sigilli; notar Domenico Susca, anima effervescente; Paolo Volpe, covritore; Giuseppe De Santis, segretario.
Quest’ultimo, temerario nella sua attività di rivoluzionario, fu il solo che tenne corrispondenza con le altre Vendite della Provincia e che, allo scoppio della rivoluzione, in pubblica piazza arringò il popolo in favore del regime costituzionale. Dopo il congresso di Lubiana, gli Austriaci mossero verso il Regno di Napoli e De Santis senza indugio si arruolò come sergente nella Legione per marciare contro il nemico, insieme ad altri 72 carbonari molesi.
Il Risorgimento fu un lungo periodo di speranze, delusioni e lotte di uomini ardimentosi che aspiravano ad un mondo migliore con una patria comune.
In Europa il 1848 iniziò con grandi rivolte che ebbero imitatori in Italia. Il fermento fu trasmesso a tutta la penisola ed il 27 gennaio il re Ferdinando II, dopo lo scoppio d’imponenti manifestazioni popolari, promise di emanare una Costituzione ispirata a quella francese del 1830. Sotto la pressione dei rivoluzionari, il Re giurò sulla carta costituzionale il 24 febbraio, ma appena gli eventi mutarono in Italia il sovrano stracciò la Costituzione, sciolse il Parlamento e minacciò pene severissime contro i dissidenti.
Alla notizia dell’Atto Sovrano con il quale era stata concessa la Costituzione, a Mola vi furono grandi feste con la partecipazione di tutte le autorità.
De Santis scrisse un appassionato discorso che il sindaco, barone Francesco Noya, lesse nella Chiesa Matrice, nell’ambito delle manifestazioni pubbliche di giubilo che l’Intendente aveva disposto nella sua lettera circolare.
Non appena il Re annullò l’Atto Sovrano, i liberali cercarono di reagire. Il 18 maggio 1848 si tenne a Monopoli una riunione che non portò ad alcun risultato positivo. Seguì la famosa Dieta di Bari del 2 e 3 luglio nella quale il barone Francesco Noya fu segretario. Il nostro concittadino fu arrestato e processato per: “provocazione diretta, mediante scritti stampati, ad eccitare gli abitanti del Regno ad armarsi contro l’Autorità reale; associazione illecita senza vincolo di segreto; usurpazione di titoli e funzioni”.
Nel 1851, nel mentre il barone era in carcere, pervenne alle autorità una nuova denuncia così riportata da Saverio Daconto nella sua splendida opera “La Provincia di Bari nel 1848-49: narrazione storica dai documenti inediti dell’Archivio di Stato” (Ed. Valdemaro Vecchi, Trani 1908), :
«Cosi ai 10 di Agosto '51, un Domenico Valentini e un Vito Galeone di Mola denunziavano al Procuratore Generale don Giuseppe De Santis e don Francesco Noya, cancelliere il primo, sindaco il secondo di quella città, per reati politici, frodi ed estorsioni commesse nell'esercizio delle loro cariche, aggiungendo poi a voce innanzi al Giudice inquirente, don Carlo Basile, essere stato il De Santis nelle rivolte politiche del '48 l'agente principale, direttore di tutte le novità sovversive, come vecchio carbonaro del '20, nel qual tempo prese attiva parte contro il Governo. Avere il De Santis composto un discorso, pronunciato dal sindaco Noya nella Chiesa Madre nell'Aprile '48, dimostrante gli abusi, gli eccessi e i furti, commessi dall'antico regime; che nelle notti dell'Aprile già detto si riunivano sul Palazzo comunale molte persone riscaldate, sotto la direzione del De Santis, a porte chiuse, per attuare novità sovversive. Che in quell'epoca era stata ridotta in pezzi e bruttata di fango una statua del Re (D. G.), che esisteva nel corpo di guardia urbana, dai demagoghi diretti dal Noya e dal De Santis, il qual ultimo disponeva degli interessi del Comune e profittava a man franca, ecc., ecc. (A. S. B., 1 e fase II, proc.6).
Con tante accuse circostanziate il magistrato elevò il suo bravo processo con le rubriche di “associazione illecita, di discorsi e fatti pubblici tendenti a spargere il malcontento contro il Governo, d' infrangimento per solo disprezzo di una statua del Re, ed infine di estorsione con abuso di potere” per il De Santis. S'intesero, molti testimoni e tra gli altri si chiesero notizie e schiarimenti all'Ajossa sugli addebiti particolari del De Santis, che secondo la denunzia si riferivano ad alcuni appalti del Comune, e l'Intendente rispose non essere provati gli illeciti profitti e che solo il passato politico del cancelliere comunale aveva provocato la destituzione di lui dall'impiego.
Ma v'erano tutti gli altri capì d’accusa, i quali avrebbero procurato ben altre pericolose seccature ai due patrioti se non fosse già intervenuto in buon punto il regio indulto del 9 Maggio, in virtù del quale si dichiarava abolito il procedimento penale».
Galeone Vito, falegname, e Valentini Domenico, marinaio, erano iscritti alla carboneria molese con il grado di apprendista. Il giudizio contro Giuseppe De Santis fu istruito da Luigi Ajossa, Intendente della Terra di Bari. Questi, originario di Cinquefrondi (Reggio Calabria), apparteneva ad una nobile e potente famiglia. Fu inizialmente Intendente per la Provincia di Salerno, in seguito Ministro dei Lavori Pubblici e quindi Direttore Generale della Polizia. Svolse compiti di Intendente anche nella nostra provincia e fu insignito di più titoli nobiliari: barone, marchese, principe. Era un uomo duro e intransigente ed il nostro concittadino sarebbe stato duramente punito se non fosse intervenuto l’indulto reale citato innanzi.
Gli ultimi anni di De Santis furono più sereni, trascorsi nello studio e nell’insegnamento.
Giuseppe De Ninno disse del nostro concittadino: “dal 1849 al 1852 fu varie volte processato per ragioni politiche; e fatto segno alle persecuzioni dal feroce Ajossa, finì col perdere la carica di Cancelliere Comunale della sua città nativa. Se non che, nel 1862 fu dal primo Ministro delle P.I. del regno d’Italia nominato professore di lettere italiane, di geografia e di storia nazionale nella Scuola Normale per gli allevi maestri in Bari; meritato premio alla larga cultura del De Santis ed al suo disinteressato patriottismo”.
(segue la seconda parte: I Carbonari)

3 Commenti

  1. A. Laterza
    19:42 del 8 giugno, 2010

    Come sempre le ricostruzioni storiche di Giovanni Miccolis sono precise, puntuali e contribuiscono a fare luce sulla nostra Storia. E di questo gliene sono particolarmente grato.
    Vorrei però chiedere a Giovanni se non ritiene opportuno fare un po’ di storia controcorrente. Mi spiego meglio. Si sono aperti i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia, che ricorrono il prossimo anno.
    Siamo già sommersi da una notevole ondata di retorica e di ricostruzioni a senso unico.
    Come tanti, mi sto documentando sul come e sul perchè si arrivò alla spedizione garibaldina e all’unificazione. E sto leggendo cose che la storiografia ufficiale non ha mai detto. Esistono molti libri e documenti, per esempio, che fanno luce sugli eccidi perpetrati dalle truppe piemontesi per costringere i nostri avi ad accettare i nuovi dominatori. Si parla di decine di migliaia di morti, di migliaia di deportati nei carceri speciali del Piemonte, dei c.d. “briganti” (e di coloro che li fiancheggiavano) passati per le armi in esecuzioni spietate (oggi li chiameremmo partigiani), di interi paesi dati alle fiamme e rasi al suolo, ecc..
    Non che i Borboni fossero santi o benefattori, però, da questa documentazione emerge una politica di rapina delle risorse finanziarie (a quel tempo molto cospicue) praticate dai Savoia a danno del Regno delle Due Sicilie. E la distruzione sistematica (o comunque il fallimento indotto) del primo apparato industriale del sud, che era certo rudimentale, ma per quei tempi era tra i primi della penisola e dell’Europa.
    Dopo l’Unità d’Italia, il Sud, che non conosceva l’emigrazione, vide un flusso inarrestabile di milioni di persone abbandonare paesi, città e campagne per dirigersi verso le Americhe. La vera questione meridionale è iniziata con l’Unità d’Italia. Lo stesso Gramsci ne era perfettamente cosciente.
    Perchè non cominciare a fare luce su tutto questo? Se siamo stati così duramente penalizzati a vantaggio del nord, non è arrivato il tempo di contrastare seriamente la propaganda razzista della Lega Nord con argomenti e fatti precisi?
    Non è arrivata l’ora di dire chiaro e tondo che, dal come e dal perchè questa Unità è stata realizzata, ci abbiamo rimesso? Certo con i se non si fa la Storia, però se Garibaldi avesse proclamato una Repubblica indipendente e democratica a sud del Garigliano, invece di “lavorare” per i Savoia, ora staremmo probabilmente a raccontare un’altra “storia”…
    Dobbiamo prendere coscienza che la “Storia siamo noi”. E che se non capiremo le ragioni storiche ed economiche del “ritardo” meridionale non saremo mai in grado di contrastarlo e di superarlo.

  2. giovannimiccolis
    08:04 del 9 giugno, 2010

    Caro Andrea,
    ho già parlato dell’argomento nel n. 65 di maggio 2008 (“L’Unità d’Italia”).Il tema è molto complesso e controverso per poterne parlare compiutamente in un articolo.
    Ritengo, al momento, sia più utile parlarne in un prossimo incontro, quelle conversazioni che si tengono d’estate nel giardino Linsalata.
    Prendo sin d’ora l’impegno di riparlare su eventi ormai distanti nel tempo che rappresentano una memoria comune, ma sui quali le celebrazioni di “ricorrenze” agiscono come un prurito e risvegliano risentimenti di ingiustizie alle quali non si è dato congruo risarcimento almeno morale.
    Le vicende di quel periodo sono state narrate nei libri di storia dai vincitori magnificando le qualità dei valorosi conquistatori e deridendo i personaggi dello sconfitto regno borbonico ed il loro apparato burocratico e militare.
    A presto.

  3. A. Laterza
    13:35 del 9 giugno, 2010

    Caro Giovanni,
    ho riletto ieri sera il tuo articolo che citi, e che, mi devi scusare, non ricordavo. Dovremmo riprendere il tuo discorso e svilupparlo.
    Sarebbe opportuno che Città Nostra, proprio in occasione dei festeggiamenti per i 150 anni, che suonano così ipocriti, si facesse promotrice di fare luce su tutti quegli aspetti messi in ombra dalla storiografia ufficiale (quella dei vincitori).
    Per esempio, (e lancio l’idea a te e al Direttore), potremmo organizzare una conferenza-dibattito invitando Pino Aprile, l’autore di “Terroni”. Si tratta di un libro stampato di recente e che sta conseguendo una larga diffusione, proprio per il suo far luce sugli aspetti più controversi di un processo di unificazione a senso unico e che tanti guai e malessere ha portato alle nostre terre.

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