Tre libri per parlare di Sud. E non per piangersi addosso, ma per assumere conoscenza e coscienza. E’ quanto due giornalisti e uno scrittore hanno voluto dire ad un pubblico attento, nel corso del Festival “Il libro possibile”.

Una tre giorni (dal 14 al 17 luglio) che si sta tenendo nella splendida Polignano, e che vede centinaia di persone assieparsi, partecipi e interessate, intorno ad affermati autori, nelle piazze del paese e sulle balconate affacciate al mare. Una cittadina che, in questi giorni, appare quanto mai vitale, dinamica e attrattiva, con un look curatissimo e di charme.

E con una rinnovata kermesse che fa ben sperare per una maggiore diffusione della letteratura e della saggistica nelle nostre terre.

Pino Aprile (“Terroni”), Lino Patruno (“Alla riscossa terroni. Perché il sud non è diventato ricco. Il caso Puglia”) e Ruggero Cappuccio (“Fuoco su Napoli”) hanno sviluppato un interessante dibattito che ha messo in luce la storia inedita dell’Unità d’Italia e i mali che in 150 anni di storia unitaria ci hanno afflitto e ancora ci affliggono.

“Terroni” (Edizioni Piemme) è un libro che si legge tutto d’un fiato. Pino Aprile ci porta indietro nel tempo: alle trame imbastite da Cavour e dai Savoia per accaparrarsi a prezzi di saldo il Regno delle due Sicilie, allo scoccare dell’arrivo dei garibaldini e al saccheggio perpetrato dai Piemontesi a danno del Sud.

Un Regno, quello dei Borboni, che, a dispetto della storiografia ufficiale (la Storia la scrivono i vincitori), era finanziariamente molto solido, con una moneta d’oro e argento, con titoli di stato dal valore elevato; una base industriale molto promettente (nell’Esposizione Internazionale di Parigi del 1856, il Regno delle Due Sicilie ricevette il Premio come terzo Paese industrializzato del mondo, dopo l’Inghilterra e la Francia); una flotta mercantile seconda in Europa per tonnellaggio.

Il Tesoro delle Due Sicilie, ammontava a 443 milioni di Lire oro, pari a circa 200 miliardi di euro, rispetto ai 668 milioni di lire versati in tutte le banche d’Italia messe insieme. Insomma, i due terzi della ricchezza finanziaria dell’appena costituito Regno d’Italia provenivano dalle casse dei Borboni. Questo tesoro dopo l’unificazione fu trasferito immediatamente a Torino, per risanare le casse del Piemonte, uno Stato tra i più indebitati d’Europa a causa delle ingenti spese per finanziare le guerre contro l’Austria.

La presa ferrea dei Savoia sul Sud fu fatta di occupazione militare, di tasse elevate, di dazi doganali che stroncarono le esportazioni agricole, di fabbriche smantellate e con i macchinari più efficienti trasferiti al Nord. E di interi paesini (in specie in Irpinia e Basilicata) rasi al suolo e dati alle fiamme, con la popolazione, accusata di collaborazionismo con il brigantaggio, passata per le armi e con i corpi esposti nelle piazze: decine di migliaia di morti.

Ma fu anche l’inizio dell’alleanza dei Piemontesi con la delinquenza locale che si organizzò e divenne mafia, camorra, ‘ndrangheta, sviluppando il controllo del territorio con la compiacente e interessata tolleranza dello Stato sabaudo.

Dopo l’Unità, il Sud precipitò nella miseria più nera: una terra che non aveva mai conosciuto l’emigrazione vide l’inizio di un esodo biblico per le Americhe. Se oggi siamo quello che siamo, dobbiamo ricercarne le radici nel 1860 e dintorni.

Lino Patruno, con il suo libro “Alla riscossa terroni” (Editore Manni), traccia un’analisi in cui si passano in rassegna i “mali endemici” del Meridione, tra di essi, “un ceto sociale e politico meridionale che ha bloccato per i propri interessi troppi tentativi di riscatto e di modernizzazione del Sud”, alleato di fatto con le classi dirigenti del Nord, interessate a tenere il Sud in condizione di sudditanza e come serbatoio di manodopera a buon mercato.

Il “triangolo industriale” si è potuto sviluppare soltanto grazie allo sfruttamento dei lavoratori meridionali. E oggi, pur nel mutare delle condizioni storiche, in epoca di globalizzazione, una certa classe politica meridionale è oggettivamente alleata dei leghisti nel consentire il perpetuarsi del dominio sulle regioni meridionali: attraverso il federalismo fiscale e la “furbizia padana” di far sparire dall’agenda politica la “questione meridionale” per proporre una inedita e quanto mai egoistica “questione settentrionale”.

Insomma, si tratta di quei politici che ieri come oggi fanno il paio con quei generali borbonici che tradirono sotto la corruzione degli agenti dei Savoia.

E sono quei “traditori” rapaci e affamati di denaro e potere che Ruggero Cappuccio tratteggia nel suo romanzo “Fuoco su Napoli” (Feltrinelli). Un libro che, nella preannunciata distruzione di gran parte di Napoli sotto il fuoco dei Campi Flegrei e l’inondazione del mare, racconta le trame di uomini senza scrupoli che già pensano alla ricostruzione (e qui tornano alla mente le risate della “cricca” dopo il terremoto dell’Aquila) e alle ricchezze che ne potranno ricavare. Un male “interno” che spinge l’autore, con il pretesto della fantasia, ad indagare su Napoli ed i napoletani, presentando un quadro sconfortante di anarchia e di sfacelo morale, che ha colpito principalmente la borghesia, responsabile di essere venuta a patti con la plebe, ma soprattutto con la criminalità più o meno organizzata.

Acquisire conoscenza della nostra Storia e coscienza della nostra realtà per diventare soggetti attivi, se vogliamo il vero riscatto del Sud per decidere del nostro futuro in tempi così incerti: questo è il messaggio che ci arriva dal Festival del Libro di Polignano. Buona lettura. E che quello che leggiamo ci aiuti a trovare lo slancio per tramutare le parole in azione.