Serata caldissima e afosa quella di sabato 17 luglio. E alcune migliaia di persone in piedi, assiepate e strette in Piazza San Benedetto, nel centro storico di Polignano.

Tutte ad ascoltare in perfetto silenzio, rotto qui e là da insistenti applausi, le parole di Roberto Saviano, il giovane scrittore, autore di “Gomorra”, il libro sulla camorra che ha venduto milioni di copie, e che continua ad essere tradotto e stampato anche nei posti più impensati del pianeta.

Saviano è tornato dopo quattro anni al Festival “Il libro possibile” di Polignano da uomo sotto scorta. Quando ci mise piede per la prima volta nel 2006, era ancora un uomo “libero” e presentava il libro che, di lì a poco, lo avrebbe reso famoso ma che gli ha cambiato la vita in peggio. Sabato scorso Saviano era circondato da un pervasivo apparato di sicurezza che, dall’ottobre del 2006, lo protegge. “E’ da quella data che non vivo più una vita normale, che non ritorno a casa dai miei affetti”, ha ricordato.

Intervistato dallo scrittore pugliese Mario Desiati, Saviano ha esordito parlando della necessità di “rompere la disillusione e il cinismo per cambiare il Sud, favorendo il ritorno delle nostre risorse umane che vivono altrove al fine di rivitalizzare il Meridione”.

E , rispondendo ad una domanda sulla criminalità organizzata in Puglia, Saviano ha detto che c’è uno strano silenzio a riguardo. “La mafia pugliese ha riconvertito le proprie attività dal narcotraffico, mimetizzandosi e cercando sponde nella politica e nell’imprenditoria, ma non è affatto sconfitta”.

In merito al ruolo dello scrittore oggi di fronte alle mafie, Saviano è stato chiaro: “Le organizzazioni criminali hanno paura della scrittura, del disvelamento dei meccanismi nascosti del loro potere e dell’intreccio che sta dietro alla loro azione. I mafiosi non temono tanto chi scrive, ma soprattutto chi legge: tanti occhi che valutano, capiscono e giudicano. In questo modo si spezza l’alone epico che circonda le mafie e che le rende temibili”.

Ma chi scrive ha bisogno di solidarietà. Eppure, da un po’ di tempo si assiste alla delegittimazione di giornalisti e scrittori impegnati a denunciare il crimine organizzato. “Si vorrebbe far credere che chi scrive di criminalità diffama il nostro Paese”, ha detto Saviano. In questo modo, le mafie hanno buon gioco nel delegittimare, chi vi si oppone, anche a costo della vita, diffondendo ad arte falsità e calunnie. Così è stato per il giornalista Pippo Fava, per Don Peppe Diana, per Don Giuseppe Puglisi. Uccisi dalle mafie e denigrati per offuscarne la memoria e l’impegno.

Ecco perché bisogna difendere chi scrive, perché “l’omertà non è solo non denunciare un reato che vedi coi tuoi occhi, ma è soprattutto non voler sapere, capire, conoscere”. E il pensiero di Saviano va al sacrificio di Anna Politkovskaja, la coraggiosa giornalista russa uccisa per aver fatto capire le ragioni di potere che stavano dietro la guerra in Cecenia e i suoi orrori.

Saviano non si limita a parlare del ruolo dello scrittore. Desiati lo coinvolge nel significato della letteratura in un mondo in continua trasformazione. E Saviano non si sottrae. La “potenza letteraria” del racconto è “portare il lettore a vivere altre vite”, tanto che, citando Jorge Luis Borges, “le parole smettono di essere di chi le scrive per diventare di chi le legge”. Si tratta di un processo di trasmissione così importante che lo scrittore non può cedere al potere, mai.

Ce lo ha insegnato il letterato e dissidente russo Varlam Salamov, sopravvissuto a lunghissimi anni di detenzione nei gulag sovietici. Saviano ricorda la “lezione” che Salamov impartì ai suoi carcerieri. I militari, al colmo delle mille angherie alle quali sottoponevano i prigionieri, si intestardirono al punto da volere che lo scrittore cedesse la sua anima. Ma Salamov non cedette, finendo per subire durissime punizioni ma uscendone alla fine vivo. E Salamov scrisse: “Avevo deciso di rifiutare e di resistere, a costo della vita, per qualcosa che fino ad allora credevo inesistente”. E’ la potenza della letteratura che si trasforma in potenza del volere.

Infine, Desiati lo porta sul terreno spinoso del meridionalismo. “Come uomo del Sud provo un sentimento di amore-odio per la mia terra”. Oggi, in tempi di egoismo leghista, ha proseguito Saviano, “non si può dimenticare che alcuni grandi uomini del Nord hanno creduto nel riscatto del Sud”. E Saviano ne ha ricordato due tra i tanti. Adriano Olivetti, che portò la sua fabbrica a Pozzuoli, mettendo al centro dello stabilimento l’Uomo, prima ancora che l’operaio. E Danilo Dolci, il triestino “visionario” che sbarcò in Sicilia per occuparsi degli “ultimi” di quella terra, tanto da organizzare a Partinico, lo sciopero alla rovescia. Alla base c’era l’idea che, se un operaio, per protestare, si astiene dal lavoro, un disoccupato può scioperare invece lavorando. Così Dolci mobilitò centinaia di disoccupati per riattivare pacificamente una strada comunale abbandonata. Ma i lavori vennero fermati dalla polizia e Dolci, con alcuni suoi collaboratori, fu arrestato. L’episodio suscitò indignazione nel Paese. Dolci venne successivamente scagionato, dopo un processo che ebbe grande risalto sulla stampa: a difenderlo fu il grande giurista Piero Calamandrei.

Il lascito morale di Danilo Dolci è anche la conclusione di Saviano. “Ciascuno cresce solo se sognato”, disse Dolci. Ed è il messaggio di speranza che Saviano ha voluto dare: “Il Sud può rinascere se gli regaliamo il nostro sogno”.