di Francesco Pietanza

Sono note le ultime mobilitazioni delle marinerie, provocate dalle scelte dell’Unione Europea, dall’inefficacia degli Enti pubblici, dall’inefficienza delle associazioni di categoria e dall’aumento dei “costi fissi”. Dopo aver confermato alcune agevolazioni (esenzione IVA sul carburante), la protesta si è assopita. I prezzi del prodotto ai consumatori non cambieranno (attestandosi a livelli sempre più alti) e, tra qualche mese, non escludiamo nuovi “impeti” per interessi particolari. Potrebbe essere un’altra occasione sprecata, per gli operatori e per gli Enti interessati, di modernizzare tutto il settore attraversando la filiera di innovazione tecnologica e produttiva.

Sarebbe miope fermarsi ai vantaggi dall’esenzione dell’IVA senza considerare nel complesso uno spazio che definisce la nostra Vita. La sensazione è che agli amministratori faccia più comodo accarezzare l’indignazione piuttosto che promuovere il cambiamento.

 

I veicoli di propaganda sono essenzialmente due: aumento del carburante e larghezza delle maglie.

 

  • Dopo le mobilitazioni che hanno attraversato l’Italia, con le maggiori flotte protagoniste di un vero e proprio ammutinamento, lo Stato ha deciso di lasciare invariata l’esenzione dell’IVA sul costo del gasolio “marittimo”. L’aumento nell’ultimo anno è stato vertiginoso ed ha coinvolto tutti gli Esseri umani, tutte le categorie e tutti i settori. Le associazioni di categoria stimano al 70% l’incidenza del carburante sui costi di gestione delle imbarcazioni. I metodi di recupero del profitto, a fronte di queste spese, sono molteplici: aumento del costo del prodotto (che solitamente rimane alto nonostante le successive agevolazioni); contratti che non garantiscono i marinai; delega ad altri Enti, generalmente comunali, dei costi di filiera (manutenzione dei luoghi di vendita, smaltimento dei rifiuti…). Il paradigma è noto: nella crisi si cercano agevolazioni pubbliche, si abbattono i costi “fissi” scaricandoli sui consumatori e sui lavoratori. La crisi del mondo produttivo è rigettata nel mare del consumo e del lavoro, reso sempre più variabile e precario.
  • L’altro veicolo di propaganda della protesta è la larghezza delle maglie decisa dall’UE tramite il Regolamento per la Pesca. Una scelta che sembrerebbe favorire la distribuzione dei Mari del Nord garantendo un sistema produttivo più ampio di quello Mediterraneo e che genera un profitto su larga scala ben oltre quello “locale” delle nostre acque. In realtà, leggendo il Regolamento, sembra che ci siano ancora margini per eventuali modifiche alle disposizioni sulle taglie. Le intenzioni dell’UE sono condivisibili: ridurre la pesca “intensiva” (overfishing), fatta contro ogni normativa e buon senso, che si disinteressa dei cicli biologici di nascita e crescita degli organismi marini e, pur di presentare sempre qualcosa all’altare della vendita (e del profitto), fa strage di “taglie piccole” (che ancora devono crescere e riprodursi) magari pescando “sotto costa” e contribuendo alla desertificazione dell’ambiente marino, alla riduzione delle taglie “standard” ed all’annientamento di alcune specie. Gran parte della normativa in materia di controllo (larghezza delle maglie, Blue Box, comunicazioni sul pescato…) nasce proprio con l’esigenza di tenere sotto controllo, se non eliminare definitivamente, questo fenomeno non solo dannoso ecologicamente ma anche economicamente. La “licenza a punti” servirebbe a fare sistema intorno alla Legge, provando ad eliminare comportamenti contrari alla norma sia giuridica che civile. Nel Parlamento europeo è stata proposta la campagnaPesce bene comune” con l’intenzione di richiamare l’opinione pubblica sul progressivo impoverimento delle risorse ittiche. È noto che alcuni “stock” soffrano uno sfruttamento eccessivo, nonostante la regolamentazione degli “sforzi di pesca” per limitare modalità distruttive che incidono negativamente anche sulle taglie del pescato.

 

Gli aspetti da cui partire per (r)innovare il settore dipendono tutti dalla sua integrazione con la Comunità locale. Perché spazi produttivi, filiere di commercializzazione e Comunità non sono elementi estranei ma termini di un discorso comune. Per questo la Pesca, anche nelle sue attività di profitto, è pienamente commons.

 

  • Innovazione “ecologica”. La riduzione del costo del gasolio che, stando alle stime, coprirebbe il 70% dei costi di gestione, potrebbe essere affrontata innovando “ecologicamente” i sistemi di motorizzazione attuando, ad esempio (ma si potrebbe pensare anche ad altre soluzioni), un progetto complessivo di passaggio ad impianti “fuel cell” (tecnologia ad Idrogeno) degli attuali ed inquinanti motori diesel. Sono processi innovativi da intraprendere con la disponibilità economica e progettuale degli Enti (ad ogni livello).
  • Dignità del Lavoro. Per chiarire la partecipazione dei lavoratori alle attività produttive si dovrebbero utilizzare approcci che garantiscano il lavoro sulle imbarcazioni dal punto di vista del reddito e della sicurezza. Il ricorso a contratti “alla parte” o “al nolo” (divisione degli utili, al netto o al lordo, tra armatore e marinai) sembra rallentare gli investimenti in sicurezza e tecnologia. Armatore e marinai sono interessati solo al risparmio per ottenere maggiore profitto. Altre tipologie contrattuali rendono molto debole la posizione del lavoratore tanto sulle imbarcazioni quanto nella Vita. La soluzione potrebbe essere la sottoscrizione di un contratto “a paga fissa” che libererebbe il marinaio nel ciclo produttivo, sottraendolo al paternalismo dell’armatore. Bisogna liberalizzare il lavoro.
  • Pesce a “km 0”, per una filiera sana in una Comunità sana. Andrebbero pensate forme di sostegno locale alla “filiera corta del pescato”. L’acquisto dai produttori, attraverso la vendita diretta, dovrebbe abbassare i costi del prodotto assicurando qualità e risparmio. È interesse degli operatori del settore offrire un servizio ottimale ai consumatori, per questo le Cooperative di Pesca potrebbero gestire direttamente le “Piazze del Pesce” non gravando sulle casse comunali (generando forti ed insostenibili gap tra costi di gestione ed effettive entrate per il Comune) ma creando ulteriori attività di business per differenziare la filiera, occupare più personale e ricavare maggiore profitto da investire nel miglioramento delle strutture. Si dovrebbe maggiormente “terziarizzare” il comparto, con una maggiore attenzione allo smaltimento dei rifiuti.

 

Per finire, il settore va certamente sostenuto nella trasformazione industriale ma si deve emancipare dal sostegno pubblico che rappresenta una fonte di rendita parassitaria. Andrebbero ristrutturate le agevolazioni, puntando sull’innovazione tecnologica per abbattere i costi e sull’autonomia della filiera che deve essere in grado di competere sul mercato senza il bastone dello Stato. In questo quadro la capacità dei marinai di liberarsi dal “compromesso di produzione” con l’armatore potrebbe favorire una maggiore mobilità su tutta la filiera, creando opportunità di lavoro e profitto.

 

La mia è una visione parziale della situazione perché conosco in maniera parziale le dinamiche del settore. Sono le dinamiche quotidiane ad avere sempre l’ultima parola. Però queste dinamiche dovrebbero imparare a liberarsi dalla sindrome della conservazione che spesso ci caratterizza.