di Francesco Pietanza
Sono note le ultime mobilitazioni delle marinerie, provocate dalle scelte dell’Unione Europea, dall’inefficacia degli Enti pubblici, dall’inefficienza delle associazioni di categoria e dall’aumento dei “costi fissi”. Dopo aver confermato alcune agevolazioni (esenzione IVA sul carburante), la protesta si è assopita. I prezzi del prodotto ai consumatori non cambieranno (attestandosi a livelli sempre più alti) e, tra qualche mese, non escludiamo nuovi “impeti” per interessi particolari. Potrebbe essere un’altra occasione sprecata, per gli operatori e per gli Enti interessati, di modernizzare tutto il settore attraversando la filiera di innovazione tecnologica e produttiva.
Sarebbe miope fermarsi ai vantaggi dall’esenzione dell’IVA senza considerare nel complesso uno spazio che definisce la nostra Vita. La sensazione è che agli amministratori faccia più comodo accarezzare l’indignazione piuttosto che promuovere il cambiamento.
I veicoli di propaganda sono essenzialmente due: aumento del carburante e larghezza delle maglie.
- Dopo le mobilitazioni che hanno attraversato l’Italia, con le maggiori flotte protagoniste di un vero e proprio ammutinamento, lo Stato ha deciso di lasciare invariata l’esenzione dell’IVA sul costo del gasolio “marittimo”. L’aumento nell’ultimo anno è stato vertiginoso ed ha coinvolto tutti gli Esseri umani, tutte le categorie e tutti i settori. Le associazioni di categoria stimano al 70% l’incidenza del carburante sui costi di gestione delle imbarcazioni. I metodi di recupero del profitto, a fronte di queste spese, sono molteplici: aumento del costo del prodotto (che solitamente rimane alto nonostante le successive agevolazioni); contratti che non garantiscono i marinai; delega ad altri Enti, generalmente comunali, dei costi di filiera (manutenzione dei luoghi di vendita, smaltimento dei rifiuti…). Il paradigma è noto: nella crisi si cercano agevolazioni pubbliche, si abbattono i costi “fissi” scaricandoli sui consumatori e sui lavoratori. La crisi del mondo produttivo è rigettata nel mare del consumo e del lavoro, reso sempre più variabile e precario.
- L’altro veicolo di propaganda della protesta è la larghezza delle maglie decisa dall’UE tramite il Regolamento per la Pesca. Una scelta che sembrerebbe favorire la distribuzione dei Mari del Nord garantendo un sistema produttivo più ampio di quello Mediterraneo e che genera un profitto su larga scala ben oltre quello “locale” delle nostre acque. In realtà, leggendo il Regolamento, sembra che ci siano ancora margini per eventuali modifiche alle disposizioni sulle taglie. Le intenzioni dell’UE sono condivisibili: ridurre la pesca “intensiva” (overfishing), fatta contro ogni normativa e buon senso, che si disinteressa dei cicli biologici di nascita e crescita degli organismi marini e, pur di presentare sempre qualcosa all’altare della vendita (e del profitto), fa strage di “taglie piccole” (che ancora devono crescere e riprodursi) magari pescando “sotto costa” e contribuendo alla desertificazione dell’ambiente marino, alla riduzione delle taglie “standard” ed all’annientamento di alcune specie. Gran parte della normativa in materia di controllo (larghezza delle maglie, Blue Box, comunicazioni sul pescato…) nasce proprio con l’esigenza di tenere sotto controllo, se non eliminare definitivamente, questo fenomeno non solo dannoso ecologicamente ma anche economicamente. La “licenza a punti” servirebbe a fare sistema intorno alla Legge, provando ad eliminare comportamenti contrari alla norma sia giuridica che civile. Nel Parlamento europeo è stata proposta la campagna “Pesce bene comune” con l’intenzione di richiamare l’opinione pubblica sul progressivo impoverimento delle risorse ittiche. È noto che alcuni “stock” soffrano uno sfruttamento eccessivo, nonostante la regolamentazione degli “sforzi di pesca” per limitare modalità distruttive che incidono negativamente anche sulle taglie del pescato.
Gli aspetti da cui partire per (r)innovare il settore dipendono tutti dalla sua integrazione con la Comunità locale. Perché spazi produttivi, filiere di commercializzazione e Comunità non sono elementi estranei ma termini di un discorso comune. Per questo la Pesca, anche nelle sue attività di profitto, è pienamente commons.
- Innovazione “ecologica”. La riduzione del costo del gasolio che, stando alle stime, coprirebbe il 70% dei costi di gestione, potrebbe essere affrontata innovando “ecologicamente” i sistemi di motorizzazione attuando, ad esempio (ma si potrebbe pensare anche ad altre soluzioni), un progetto complessivo di passaggio ad impianti “fuel cell” (tecnologia ad Idrogeno) degli attuali ed inquinanti motori diesel. Sono processi innovativi da intraprendere con la disponibilità economica e progettuale degli Enti (ad ogni livello).
- Dignità del Lavoro. Per chiarire la partecipazione dei lavoratori alle attività produttive si dovrebbero utilizzare approcci che garantiscano il lavoro sulle imbarcazioni dal punto di vista del reddito e della sicurezza. Il ricorso a contratti “alla parte” o “al nolo” (divisione degli utili, al netto o al lordo, tra armatore e marinai) sembra rallentare gli investimenti in sicurezza e tecnologia. Armatore e marinai sono interessati solo al risparmio per ottenere maggiore profitto. Altre tipologie contrattuali rendono molto debole la posizione del lavoratore tanto sulle imbarcazioni quanto nella Vita. La soluzione potrebbe essere la sottoscrizione di un contratto “a paga fissa” che libererebbe il marinaio nel ciclo produttivo, sottraendolo al paternalismo dell’armatore. Bisogna liberalizzare il lavoro.
- Pesce a “km 0”, per una filiera sana in una Comunità sana. Andrebbero pensate forme di sostegno locale alla “filiera corta del pescato”. L’acquisto dai produttori, attraverso la vendita diretta, dovrebbe abbassare i costi del prodotto assicurando qualità e risparmio. È interesse degli operatori del settore offrire un servizio ottimale ai consumatori, per questo le Cooperative di Pesca potrebbero gestire direttamente le “Piazze del Pesce” non gravando sulle casse comunali (generando forti ed insostenibili gap tra costi di gestione ed effettive entrate per il Comune) ma creando ulteriori attività di business per differenziare la filiera, occupare più personale e ricavare maggiore profitto da investire nel miglioramento delle strutture. Si dovrebbe maggiormente “terziarizzare” il comparto, con una maggiore attenzione allo smaltimento dei rifiuti.
Per finire, il settore va certamente sostenuto nella trasformazione industriale ma si deve emancipare dal sostegno pubblico che rappresenta una fonte di rendita parassitaria. Andrebbero ristrutturate le agevolazioni, puntando sull’innovazione tecnologica per abbattere i costi e sull’autonomia della filiera che deve essere in grado di competere sul mercato senza il bastone dello Stato. In questo quadro la capacità dei marinai di liberarsi dal “compromesso di produzione” con l’armatore potrebbe favorire una maggiore mobilità su tutta la filiera, creando opportunità di lavoro e profitto.
La mia è una visione parziale della situazione perché conosco in maniera parziale le dinamiche del settore. Sono le dinamiche quotidiane ad avere sempre l’ultima parola. Però queste dinamiche dovrebbero imparare a liberarsi dalla sindrome della conservazione che spesso ci caratterizza.






…la foto proposta qui, senza l’aggressione dei luoghi che è già avvenuta da quasi 20 anni, tutti conniventi e silenti, la dice lunga…foto vecchia e vecchi temi, scavalcati dall’UE e dalle grandi modificazioni avvenute nei tessuti sociali. I vecchi partiti ed i nuovi si trovano adesso a fare i modernisti “afforza”, scontrandosi con le vecchie logiche non di uno £stato cosiale”, bensì di un modo clientelare di assicurare l’acquisizione interclassista e clientelare dei voti. Sennò proprio quelli che ora cercano di cavalcare la tigre della protesta, poi faranno i comizi di convenienza …oltre alle cene che ben conosciamo, binettiane, degennariane e pure quelle tanto care ai compari che rastrellano voti al porto e nelle famiglie lunghe…il tempo presenta il conto ed il ministro spara numeri a casaccio sul gas che sta finendo…bestialità per far aumentare i prezzi? E’ questa l’Italia che non va, proprio non va, nè al mare, nè ai Monti…la bugia è il fondamento del potere…e io pago!Tutti tirano la fune dalla propria parte, mentre bisognerebbe solo fare un REFERENDUM, ma con le piazze piene…
L’intervento di Pietanza è molto ben articolato, però non tiene conto, come lui stesso riconosce, della realtà effettiva. I contratti alla parte non esistono più. Da quello che ne so, i marinai vengono pagati a giornata o a settimana già da parecchio tempo. Poi, armatori grossi ormai ce ne sono pochissimi. Cioè quelli che non vanno a bordo e stanno a casa a gestire, saranno tre-quattro non di più e avranno massimo due-tre barche a testa. Tutti gli altri vanno a bordo a pescare come comandanti assieme ai marinai salariati o ai soci delle cooperative. Insomma, la situazione è molto diversa e cambiata rispetto agli anni 70-80-90. Barche grosse ce ne sono sempre meno perchè conviene sempre meno andare a pescare a Otranto, a Siracusa, a Gallipoli.
Il settore non dà più i grossi redditi di una volta agli armatori. E’ vero che la politica si è sempre alimentata con i voti delle “famiglie lunghe” e molte di queste provengono dal settore della pesca. Gli stessi armatori e marinai hanno utilizzato la pratica clientelare a loro vantaggio, però non mi sembra il caso di colpevolizzare una categoria che, effettivamente, si fa il mazzo. Andare a pesca non è come stare seduti dietro una scrivania…
Quanto alla Comunità europea e alle sue regole, attenti perchè molto spesso peccano di astrattezza e, comunque, vengono fatte con l’occhio rivolto agli interessi monopolistici. E’ ben vero che bisogna in ogni modo impedire che si peschi il “crudo” perchè altrimenti in mare non resta niente, ma le regole europee favoriscono le grosse catene che lavorano il surgelato: Findus e compagnia pescante…
E comunque a Roma a protestare non c’erano solo gli armatori ma soprattutto i salariati e i cooperatori. Stiamo attenti a dire che gli armatori hanno strumentalizzato i dipendenti ai loro fini, perchè se saltano i proprietari di barca saltano migliaia di posti di lavoro.
Mi piace la correttezza. Io non sono un marinaio e tantomeno un armatore e l’ho scritto. Il settore lo conosco perchè spesso attraversa le nostre vite (per tante ragioni) e credo che comunque l’ultima parola debba spettare sempre alle persone che lavorano. Sono solo un cittadino.
Però nessuno, neanche l’Amministrazione comunale, può pretendere di schierarmi (perchè se si schiera il Comune mi schiero anche io) a sostegno di una protesta senza darmi tutte le informazioni per conoscere effettivamente la situazione. Per questo spero che il dibattito aperto da Nicola Bellantuono, a cui ho provato a contribuire, possa andare oltre il sostegno acritico.
Poi vi prego di non confondere il desiderio di conoscere con la criminalizzazione di una categoria. Se questo non è concesso, allora potete pure cancellare l’articolo ed ogni discussione perchè è possibile solo chinare il capo e dire di si!
Nessuno vuole fare chinare il capo a nessuno. Stiamo discutendo intorno ad un tema importante per l’economia molese e dobbiamo essere liberi di confrontarci. Il dibattito aperto da Bellantuono e da Pietanza è molto importante e ben argomentato. Dico solo, attenti a peccare di astrattezza e a farsi condizionare dagli stereotipi. Non dovrebbe sfuggire che la UE sta distruggendo interi Paesi: la Grecia molto probabilmente andrà in default. Se avete visto l’ultima puntata della trasmissione di Santoro “Servizio pubblico”, a nessuno sarà sfuggito che in Grecia non riescono più a mettere insieme il pranzo con la cena. I pensionati e i disoccupati stanno vendendosi l’oro di famiglia per mettere insieme qualche centinaia di euro per mangiare! Nella zona di Salonicco cominciano ad emergere malnutrizioni nei bambini, il commercio è totalmente fermo, ogni attività economica è paralizzata.
E anche in Italia, ci sono categorie, parti di Paese che non ce la fanno più. Il movimento dei pastori sardi, i forconi in Sicilia, i pescatori, i camionisti. Non si tratta di proteste corporative, non solo. C’è gente che non ha lavoro nè tutele.
Considerare i pescatori molesi dei privilegiati che vivono a scrocco della comunità può essere una visione molto datata della realtà.
…lo sostengo dall’inizio,ci vuole il referendum sull’UE, datemi pure del guastatore, ma il referendum (con risultato da onorare!) è sacrosanto. Il resto è stupideria in braccio ai soloni che ci hanno spacciato il paradiso contabile per il sol dell’avvenir…l’europa del falso storico, estesa a 45 paesi…ma chi paga? Andiamo…siamo ancora al paradosso ricardiano? E il peggio sta arrivando, con tutto il risultato della falsificazione prodiana a cui ha partecipato anche il corridoio dei “professori”…
Certamente non è mia intenzione difendere le scelte dell’UE e l’Italia è attraversata da un vento di contestazione molto articolato e per nulla facile da interpretare. Ci sono cose positive, cose negative. Ci sono anche cose molto negative. La situazione non è per niente chiara e, proprio per questo, è fondamentale un valore aggiunto di conoscenza delle cose.
Evidentemente non sono stato preciso. Non ho descritto i pescatori, tanto gli armatori quanto i marinai, come privilegiati che vivono a scrocco della comunità. A dire il vero non lo penso neanche. Però mi sembra abbastanza evidente che la mancanza di innovazione nel settore, schiacciato dal costo assurdo del carburante, faccia nascere proteste che chiedono solo sussistenza e non “osano” pensare altro. Perchè non vogliono, perchè non hanno ossigeno, questo è secondario. Il fatto che ci siano più incentivi per la dismissione delle barche piuttosto che sulla trasformazione delle stesse lo trovo inaccettabile. La produzione senza innovazione è solo sussistenza ed assistenzialismo. Non per colpa dei lavoratori del settore ma soprattutto a causa degli Enti che dovrebbero governare queste cose (ed invece sono interessate solo alle campagne elettorali).
Quanto alla contrattazione, io credo che un reddito fisso mensile, piuttosto che “alla parte” oppure a giornata possa essere più vantaggioso tanto per i marinai che per gli armatori. Però accetto che qualcuno mi dica che non sia possibile perchè, sempre a causa del prezzo del carburante, i profitti possono essere anche estremamente variabili di mese in mese. Però questa chiarezza potrebbe rendere consapevole anche il consumatore che, da un giorno all’altro, vede aumentarsi il prezzo del prodotto.
Il punto è questo: gli Enti pubblici vogliono innovare o no? A me sarebbe piaciuto un Ordine del Giorno del Consiglio comunale in cui venissero prospettate anche iniziative a sostegno della filiera, e non solo di consivisione asettica delle proteste.
…ma comanda l’economia di mercato, la lobby energetica copartecipata e garante delle cedole annuali staccate allo “stato”, i prezzi calmierati saltano, il libersmo mette all’incasso la propria filosofia e la proletarizzazione di settori sociali mai intaccati prima dalle crisi…avanza: ed i “professori” e le “professoresse” con contratto a termine, sentitamente ringraziano! Dico così, in un paese ics, il premier rinuncia allo stipendio di 400 mila euro, ma da dietro porta all’incasso autentiche “missions” in nome e per contro di gangli internazionali e transnazionali, eterne stock-options che se ne fregano di 400 mila euro… . Come pure, lo dico senza commettere reato, c’è stato chi ha rinunciato (per dar prova di buonismo…) all’indicizzazione Istat del proprio stipendio (3,7% mi pare, o 3,3% nel 2011), ma no allo stipendio da capo di stato. E’ la realtà, come la legge, le norme, le direttive…dura lex, sed dura…finché dura! E noi ci spartiamo “il ciambotto”…
La UE è una colossale fregatura, un’operazione di mungitura, da parte delle lobbies e dei poteri forti, di interi Paesi e di classi sociali.
L’euro è una moneta fasulla basata su una costruzione artificiosa, che dà più forza ai forti (Germania, in primis) e distribuisce iniquità ai più deboli. Il ceto medio si sta impoverendo. Il valore degli stipendi è diminuito in potere d’acquisto del 40% da quando c’è l’euro. Con la cura Monti l’Italia forse riuscirà a non fare default, ma al prezzo di una diffusa insicurezza sociale, di una recessione che lascerà sul terreno fabbriche chiuse, lavoratori disoccupati, risparmi disgregati, categorie come i piccoli commercianti, gli artigiani, i pescatori, senza adeguate possibilità di darsi reddito.
Poi, c’è da dire che è vero quello che dice Pietanza, cioè che va riconvertito il settore della pesca, però le riconversioni si possono fare quando ci sono settori collaterali che “tirano”. Si può riconvertire (e bisogna farlo, perchè la pesca nel mediterraneo non può più dare reddito sufficiente a tutti gli operatori) verso il diportismo, la cantieristica, ecc., quando c’è un’espansione della base economica. Ma in fase di recessione gli investimenti, in ogni settore, si contraggono e diventano più difficili.
Ora il problema è la sussistenza e non si può pensare di lasciare allo sbando intere categorie. Inoltre, lo Stato non può pensare a smantellare le poche garanzie sociali che sono rimaste ed assentarsi dagli investimenti.
La Storia ci insegna che dalla crisi di Wall Street si uscì con massicci investimenti statali negli Stati Uniti, con il New Deal di F.D. Roosevelt, e perfino il fascismo creò l’IRI per rilanciare l’occupazione nell’industria.
Oggi invece il governo dei professori è portatore della più feroce ricetta ultra-liberista, proprio quella che ha causato lo sfascio dell’economia con la sua finanziarizzazione selvaggia.
Non si guarisce un ammalato portandogli al capezzale il medico che gli ha già dato la cura sbagliata!
Davide però l’IRI, il New Deal (ed anche la pianificazione dell’Unione Sovietica) rappresentarono delle verie e proprie riorganizzazioni delle agevolazioni “pubbliche” ai settori produttivi. Furono delle innovazioni in tutti i sensi. Si affrontò la crisi ristrutturando il sostegno statale all’industria e non mantenendo il vecchio paternalismo assistenzialista di stampo liberale “classico”. La stessa contrattazione cambiò radicalmente ed i lavoratori assunsero un ruolo decisivo nei cicli produttivi attraverso il salario mensile “fisso”.
Oggi non mi sembra ci sia questa lungimiranza o questo coraggio ed il settore della pesca è solo un esempio. Tu dici bene, per quale ragione non si diversifica la filiera? E’ la filiera che potrebbe integrare gli esuberi e calmierare gli aumenti. Certo le difficoltà ci sono, ma è meglio assistere al declino o provare ad aprire vertenze sul credito per innovare le procedure?
La “cura” Monti è sicuramente artificiosa e non mi piace per niente ma secondo me reggerà, ed anche bene, perchè ha una chiara idea di welfare “alternativo” basato sulle persone e non più sul lavoro. Che ci piaccia o meno attorno a questo futuro dovremmo organizzarci.
…attenzione alle letture statiche della storia, attenzione all’assimilazione tra modelli e storture, cioè prodotti di una bibliografia che merita le riletture del caso, dove la pianificazione si consumava su una falsa propaganda e sulla soppressione di settori primari, con l’ipoteca della ricchezza rubata a tanti stati fatti diventare satelliti ed oggetto di spoliazione politica e subimperialista:la fi unione sovietica del carnefice Stalin. Carnefice delle persone e delle idee. In quanto all’accettazione “reggerà”, si aprono le scommesse…io parto da altra valutazione: e penso all’architrave …
La pianificazione dell’Unione sovietica fu tutt’altra cosa rispetto al New Deal. Non si può paragonare Roosevelt a Stalin… In ogni caso, mi fa rabbrividire la politica che sta perseguendo il governo Monti. Non c’è un welfare alternativo. Dire che si sposta la protezione dal lavoro alle persone, è una scusa pietosa per mascherare l’attacco alle conquiste di oltre cento di anni di lotte sindacali.
Quando la Fornero dice che chi perde il lavoro dovrà essere aiutato a ritrovarlo dall’azienda che lo licenzia, si vede che questa signora ha fatto nella sua vita solo la professoressa universitaria e che comunque mente spudoratamente. Si è mai visto un’azienda che licenzia un dipendente e gli trova un altro posto di lavoro? Quando un’azienda licenzia, chiude ogni rapporto con l’ex dipendente e figuriamoci se ha voglia di seguirlo nelle sue traversie!
Tornando alla pesca, senz’altro bisogna fare la diversificazione, ma in un momento di crisi strutturale come questa non è affatto facile impiantare cantieri navali, diporto nautico, servizi. Per la cronaca, la Fincantieri la stanno smantellando non a caso e per il diportismo e i servizi ci vuole comunque un porto turistico come si deve. Già, dimenticavo che con Urban ce lo avevano garantito e abbiamo visto com’è andata a finire…
Il momento è triste, ora bisogna stringersi nella solidarietà sociale tra tutti coloro che lavorano e producono e chiedere che lo Stato si assuma i suoi compiti di sostegno al reddito in attesa che parta un nuovo ciclo economico, anche se dubito fortemente che l’economia ripartirà se non a caro prezzo per il ceto medio e quello popolare.
I piani quinquennali sovietici, durante la NEP (ed anche dopo, fino agli inizi degli anni ’30) hanno creato un mercato interno in un Paese immenso come l’Unione Sovietica attraverso misure di sostegno alle attività industriali. Non solo è stato creato un mercato interno ma sono stati costruiti anche settori che, fino a qualche anno prima, non esistevano. Gli economisti impegnati in quelle pianificazioni spesso non erano neanche bolscevichi, ma sicuramente erano tra le menti più avanzate in campo economico che il mondo potesse avere in quel momento. I Piani, come il New Deal o gli interventi pubblici del Nazismo e del Fascismo sono state risposte equivalenti alla Crisi. La Guerra mondiale eliminò Nazismo e Fascismo e la Guerra Fredda fece fuori il Piano (eppure all’interno del “blocco rosso” c’erano esperienze economiche molto interessanti, come l’auto-organizzazione di Tito). Vi invito a leggere i volumi sulla pianificazione sovietica di H.R. Carr. Sono molto interessanti. E badate bene, il New Deal, esattamente come gli altri strumenti di pianificazione della società, non è stato per niente “pacifico”. Gli anni di Roosvelt sono stati quelli in cui il conflitto tra Capitale e Lavoro, negli Stati Uniti, passava attraverso la violenza.
Quindi è sbagliato associare i Welfare State alla tranquillità. Lo Stato sociale è stato una imposizione che ha provocato grosse contraddizioni. E’ stata una innovazione difficile che ha generato conflitti violentissimi.
Insomma… Roosevelt varava la Tennessee Valley Authority per dare lavoro a milioni di disoccupati e disciplinava l’attività delle banche assoggetandole al potere federale, mentre Stalin faceva sterminare i kulaki (i piccoli contadini proprietari) per procedere a tappe forzate verso la collettivizzazione delle terre e l’industrializzazione. Davvero mi pare che siamo su due piani completamente diversi. In USA un presidente democratico varava norme da stato keynesiano che aumentavano il benessere, il lavoro e la protezione sociale (e veniva poi rieletto con oltre il 60% dei voti), mentre in URSS un dittatore feroce costruiva uno stato che costringeva all’emigrazione forzata oltre gli Urali, distruggeva fisicamente gli oppositori interni e creava il culto della personalità.
Per affrontare la questione dello sviluppo industriale delle repubbliche sovietiche nel 1921 fu istituito il GOSPLAN (Commissione statale per la pianificazione). La struttura era preposta alla programmazione e alla gestione prima della NEP (nuova politica economica) e poi dei Piani quinquennali. Il piano era fondamentale non solo per l’economia ma anche per controllare un territorio enorme. La NEP (promossa da Lenin) si presentò essenzialmente come una politica liberale destinata a soddisfare i bisogni del consumatore attraverso i meccanismi del mercato. L’economia (ci spiegano Carr e Davies) restava nelle sue linee fondamentali un’economia di mercato: la connessione tra il settore statale e l’agricoltura privata attraverso il mercato dominava tutti gli altri rapporti economici. La maggior parte delle transazioni dell’industria di Stato passavano per il mercato. Furono incoraggiate le industrie dei beni di consumo per un mercato interno che andò a favorire particolarmente i “contadini benestanti”. Questo era il presupposto dell’alleanza tra operai e contadini, nei giorni successivi la Rivoluzione. Ad ogni modo i kulaki (i contadini benestanti) non erano pienamente allineati con il nuovo Stato e, di conseguenza, fu necessario pensare ad uno strumento capace di cambiare l’apparato produttivo facendo a meno di loro. Furono espulsi dalla forma “collettiva” della proprietà sovietica. Si ruppe l’alleanza tra operai e contadini perchè cambiarono i termini del compromesso sociale.
Il Welfare State non ha funzionato in maniera diversa. E’ stato un grande compromesso tra Capitale e Lavoro che è stato imposto non senza violenza proprio a danno dei lavoratori con vantaggio per i settori più specializzati. Ripeto, oltre le percentuali di consenso (che, soprattutto negli Stati Uniti d’America, significano molto poco) c’è la storia. Ci sono gli scioperi violenti, ad esempio degli wooblies (Industrial Workers of the World), soffocati dal sindacato “amico” del padrone e del compromesso tra Capitale e Lavoro. Anche in Italia la strutturazione del compromesso tra Capitale e Lavoro è passato per il rogo delle sedi della CGIL, per i “Patti di Palazzo Vidoni” dove, nella sostanza, si costituivano i sindacati corporativi in opposizioni alle organizzazioni operaie.
Quel periodo, da destra a sinistra passando per le riforme ritenute “socialdemocratiche”, è stato estramente violento. E’ importante capirlo perchè nessuna ristrutturazione, nessuna innovazione può essere “dolce”.
Mi dispiace ma non sono d’accordo. Non si possono paragonare i milioni di morti fatti dallo stalinismo con il new deal americano che, invece, favorì non solo l’occupazione, ma con il Wagner Act “sancì la libertà di organizzazione collettiva, vietò le pratiche restrittive da parte degli industriali (fra cui la promozione di sindacati “gialli”) e portò all’istituzione del National Labor Relations Board al fine di prevenire e correggere ogni attività illecita messa in atto dagli imprenditori nei confronti dei sindacati e dei lavoratori”.
Dov’era la violenza se lo Stato negli USA si mise dalla parte dei lavoratori e contrastò il capitalismo selvaggio che aveva portato alla crisi del ’29? Può esserci stato qualche episodio, ma mai come in quel periodo in America i lavoratori, anche quelli manuali e despecializzati (basti pensare ai longshoremen, i portuali scaricatori), sono stati rispettati e hanno avanzato nelle conquiste sociali.
Tutt’altra storia nell’URSS. La NEP di Lenin fu sconfessata e abbandonata da Stalin che passò allo sterminio dei kulaki per procedere alla collettivizzazione assoluta delle terre. I kulaki non erano grandi possidenti. Infatti, per essere definiti kulaki nel periodo sovietico bastava “l’utilizzo di un operaio agricolo per una parte dell’anno, il possesso di macchine agricole un po’ più perfezionate del semplice aratro, di due cavalli e quattro mucche”.
In Italia, il fascismo fece un’altro tipo di politica economica, ben diversa sia da quella keynesiana di Roosevelt che da quella sovietica di Stalin. Il corporativismo prometteva a parole un pieno bilanciamento degli interessi tra lavoratori e imprenditori. Nella realtà, anche se non mancarono miglioramenti sociali come le 8 ore, le pensioni, la creazione dell’IRI, lo Stato si schierò sempre dalla parte dei datori di lavoro, proibendo il diritto di sciopero e la libera organizzazione sindacale.
Per non divagare, anche se si tratta di un confronto molto interessante, tornando alla pesca, quello che si chiede è che Stato e istituzioni locali si schierino dalla parte dei pescatori (ovviamente non dimenticando che la crisi maggiore la subiscono i salariati, però se gli armatori sono costretti a disarmare le barche saltano comunque i posti di lavoro). Però si schierino con intelligenza e senza fare demagogia, con proposte concrete.
Davide ti posso assicurare che, dopo la NEP di Lenin (chiaramente di stampo liberale), i Piani del periodo stalinista (fino all’inizio degli anni Trenta) ebbero un grande consenso dalla base proletaria dello Stato. Esattamente come le manovre di Roosvelt, quelle di Mussolini o quelle di Stalin :)
Comunque scusami, mi sono fatto prendere dalla divagazione…
Naturalmente la divagazione non era fuori luogo perchè il punto è evidente: com’è accaduto negli anni Trenta è necessario ripensare il sostegno pubblico alle attività industriali, per rilanciarle nella crescita (e non semplicemente assisterle nel declino). L’attuale atteggiamento degli Enti pubblici nei confronti della Pesca non mi sembra vada in questa direzione.