I lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella “Platea dei Beni Capitolari”; i Domenicani possedevano 862 opere; le monache di Santa Chiara avevano 137 opere; i francescani erano, per così dire, i più poveri, tanto che si occupavano di commercio che fu ritenuto attività di contrabbando.
De Santis, nel ricordare la Chiesa di San Domenico, afferma: “E’ la più ampia fra quelle che adornano il borgo; è ad una sola navata, senz’arte e senza fregi, e prospetta una vasta piazza, che prende nome da lei. Vi è annesso un Convento pur vasto, fondato fin dal 1577 per una famiglia di Predicatori sotto l’invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un’altra di Padri Domenicani”.
Carlo d’Angiò, per un comodo soggiorno durante le sue visite, fece costruire sue residenze che chiamò “Palatia” a Bari, Barletta, Brindisi, Melfi, Mola e Villanova.
Il 19 aprile era il giorno in cui morì il venerabile Cesare Sportelli. Qualcuno ha rievocato la ricorrenza? Ritengo di no, anche se si trattava di una domenica.
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L’Associazione “Città Nostra” ha presentato ieri sera nella ristrutturata cappella-oratorio dell’Assunta il libro “Il venerabile Cesare Sportelli ed il suo mondo”.
Giovanni Miccolis – Durante la terribile peste che interessò Mola dal 19 gennaio 1691 al 13 marzo 1692 i territori dei paesi colpiti dal morbo furono isolati dal resto del Regno. Si trattò di un severissimo isolamento di Conversano, Mola, Castellana, Monopoli e Fasano dal resto della provincia per mezzo di un cordone di baracche controllate da soldati. La costa era sorvegliata continuamente da feluche che rendevano impossibile l’allontanamento dalla riva di qualsiasi barca. La quarantena era completata da un cordone di baracche controllate da soldati.Altra misura di sicurezza attuata dalle autorità fu una seconda delimitazione di territorio per un controllo totale del contagio e che comprendeva i territori di Bari, Bitonto, Palo, Modugno, Bitritto, Loseto, Cellamare, Turi, Rutigliano, Capurso, Triggiano e Noja. [vedere “Un triste periodo della storia di Mola”- Città Nostra n. 44].Il 5 aprile 1692 i sopravvissuti si raccolsero nelle chiese cittadine e tra canti di gioia salutarono la fine del terribile flagello; allo stesso tempo forse maledissero l’insensibilità del feudatario, Simone II Vaaz.Dimenticati i lutti, i molesi ripresero con tenacia a riorganizzare la loro esistenza e le loro attività. Costanza e fermezza ammirate dai cittadini dei paesi confinanti che definivano i molesi “capa tosta”. In breve la popolazione crebbe fino a novemila abitanti. Aumentarono le produzioni di carrube, olio, mandorle, legumi, fichi secchi. Si sviluppò il commercio dei prodotti agricoli dei paesi limitrofi. Furono costruiti frantoi che producevano olio pregiato. Le barche di Mola trasportavano i prodotti della terra in ogni porto dell’Adriatico e riportavano in patria derrate e manufatti di altri paesi. Molte famiglie borghesi si arricchirono e mostrarono il loro prestigio con palazzi grandiosi e splendide masserie.Il clero era anch’esso ricchissimo per i numerosi lasciti testamentari degli appestati. Possedeva notevoli proprietà terriere, tanti beni immobili, consistenti rendite. I francescani di Santa Maria del Passo si dedicavano anche alla commercializzazione, o per meglio dire al contrabbando di prodotti agricoli.L’Università di Mola chiese di passare sotto il Regio Demanio per allontanare gli odiati feudatari. Un obiettivo raggiunto nel 1755: i Vaaz perdettero la città di Mola, ma continuarono ad abitare nel castello e nei palazzi posseduti…..
Vittorio Capotorto Alcuni anni fa l’attore e regista americano Kevin Kostner interpretò, in un bellissimo film, il personaggio di un postino a cavallo, nella nascente nazione degli Stati Uniti d’America. Si trattava di una storia basata su avvenimenti realmente accaduti (così dicevano nella presentazione) tendente a mostrare l’estrema funzionalità delle Poste Americane, il cui servizio veniva assicurato anche a costo della vita e che in quel momento rappresentava…diciamo un dipartimento emblema dell’identità ed unità nazionale. Ed infatti è rinomato che è quasi impossibile che negli USA venga smarrito un plico o una lettera, in arrivo o in partenza. Invece è poco noto, sulle italiche sponde, che i postini qui hanno in dotazione una chiave universale, con la quale aprono i portoni esterni dei palazzi, per accedere agli spazi interni, in cui sono generalmente collocate le singole cassette della posta. Una chiave la cui toppa è inserita nel quadro generale esterno (il cosiddetto citofono) contenente i nomi e relativi campanelli dei residenti, come si puo’ notare dalla foto, che riprende Mr. Jose’ Lopez, postino di New York City (precisamente della zona di Harlem, in Manhattan, dove abito). Mentre invece mi pare che dalle vostre parti il postino debba suonare ad ogni campanello delle abitazioni, fino a quando qualcuno “in casa” non apra il portone. Questa notizia, inerente la disparità organizzativa dei due “dipartimenti” oltreoceanici, potrebbe dare adito a qualunque interpretazione “politica”, amministrativa e sociale (maggior numero di casalinghe, pensionati, disoccupati….quindi a casa); certamente, pero’, vista la innata diffidenza dei molesi….per i molesi, qualcuno avrebbe potuto maliziosamente collegare il possesso della chiave da parte dei postini a qualche furto negli appartamenti, ad essere benevoli. Per parte mia invece, da giocherellone quale mi considero, voglio invece pensare a “faccende d’amore”, nel senso che per i postini italiani sarebbe stato piu’ “anonimo” entrare nel tale appartamento, per far vedere alla signora Sempronia le bellezze esotiche contenute nei pa….palinsesti di numerosi depliants che offrono viaggi meravigliosi a prezzi stracciati. Naturalmente in questi casi il pagamento per detti “viaggi sognanti”…al reale, sarebbe stato rigorosamente….in natura. Concludendo, nell’epoca della globalizzazione, di cui tutti ormai parlano, la risposta al dilemma finale, sul se promuovere o no una sottoscrizione popolare per dotare i postini della suddetta chiave, al pari dell’America, lo rimanderei a quando Mola avrà finalmente imboccato la strada della rinascita, che vedrà almeno ridotta la disoccupazione. In quel momento ci saranno meno persone in casa che potrebbero aprire al postino e la necessità di avere la posta quotidianamente forse farebbe optare per il sì. Circa poi quello che avverrebbe in taluni appartamenti….lo capiremo dal vertiginoso aumento delle domande di assunzione che verranno fatte, per diventare postini.






