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	<title>Città Nostra &#187; Storia</title>
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	<description>Il giornale dei molesi</description>
	<lastBuildDate>Thu, 29 Jul 2010 17:19:37 +0000</lastBuildDate>
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		<title>DE SANTIS GIUSEPPE senior – CARBONARO</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Jun 2010 12:30:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Nel ricordare il nonno dell&#8217;illustre storico molese non voglio ritornare sull&#8217;odiosa polemica attuata da Giovanni Pinto fatta, peraltro, nel momento pi&#249; sconveniente possibile: nella presentazione della ristampa anastatica della celebre opera &#8220;Ricordi storici di Mola di Bari&#8221;. Mi piace soltanto mettere in risalto l&#8217;impegno morale e civile di un nostro eroico concittadino del quale il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; ">Nel ricordare il nonno dell&rsquo;illustre storico molese non voglio ritornare sull&rsquo;odiosa polemica attuata da Giovanni Pinto fatta, peraltro, nel momento pi&ugrave; sconveniente possibile: nella presentazione della ristampa anastatica della celebre opera &ldquo;Ricordi storici di Mola di Bari&rdquo;. <br />
	<span id="more-3529"></span>Mi piace soltanto mettere in risalto l&rsquo;impegno morale e civile di un nostro eroico concittadino del quale il famoso nipote parla con rispetto e con commozione: &laquo;Nacque, a 16 settembre 1789, dal Dottor Nicola e da Veronica Valen&not;tini in Mola, dov&rsquo;ebbe a precettore il Gesuita Giam&not;battista Noya; fu laureato Dottore dal Collegio Medico di Napoli nel 1810; nella riscossa del 1821 milit&ograve; volontario nelle legioni provinciali; nel 1860 fu, con speciale diploma, incaricato dell&rsquo;insegna&not;mento di Storia e Letteratura Nazionale nell&#39; Isti&not;tuto Normale Maschile di Bari; e pi&ugrave; tardi, fin quasi alla vigilia della sua morte, che avvenne in patria a 14 novembre del 1875, di quello della Geo&not;grafia e della Letteratura Francese nelle Scuole Tecnico-Ginnasiali Tanzi da lui medesimo dirette. Fu profondo conoscitore della lingua di Cicerone e di quella di Dante; predilesse, ma per breve tempo, le scienze mediche; poscia, abbandonatele del tutto, si consacr&ograve; fervidamente agli studii di Geografia. Tradusse dal francese vani corsi di Cosmografia del Cortambert, la Fisica scritta per la Scuola di Mutuo insegnamento di Parigi, un&rsquo;ope&not;ra del Paw, che credo trattasse d&igrave; Filosofia della Storia Greca, ed il Medico Giovane del Bourgeoise, che nel 1835 pubblic&ograve; arricchito di note, di nume&not;rosi articoli e di un Compendio di Farmacologia. Tradusse dal latino, ed annot&ograve; pure, la Cura delle Malattie di G. P. Frank; compose un Vocabolario Barese-Italiano, pel quale egli concepiva le pi&ugrave; grandi speranze, ma fato avverso f&egrave; sospendere dell&#39;uno e dell&#39;altra l&#39;intrapresa pubblicazione. Nel 1871 di&egrave; alla luce le Prime Linee della Geografia d&#39;Italia, che gli servirono di schema per un si&not;mile lavoro di pi&ugrave; ardua lena, ed a cui egli con&not;sacr&ograve; le continue e costanti fatiche di pi&ugrave; anni; e morendo lasci&ograve;, oltre i gi&agrave; cennati, moltissimi altri manoscritti non indegni di qualche considerazione&raquo; (pag. 164 dei Ricordi&#8230;).<br />
	Sugli anni giovanili il nipote accenna appena: &ldquo;nella riscossa del 1821 milit&ograve; volontario nelle legioni provinciali&rdquo;. In realt&agrave;, De Santis Giuseppe senior fu un fervente carbonaro ed ader&igrave; alla Vendita di Mola, chiamata &ldquo;Apostolato&rdquo;, in qualit&agrave; di segretario. A quel tempo aveva la carica pubblica di cancelliere comunale che mise pi&ugrave; volte a repentaglio per l&rsquo;ardore con il quale portava avanti l&rsquo;attivit&agrave; rivoluzionaria di appassionato carbonaro. <br />
	Le notizie sull&rsquo;attivit&agrave; dei Carbonari in Terra di Bari sono state acquisite da Giuseppe De Ninno in due grossi volumi manoscritti dell&rsquo;Archivio di Stato barese, redatti a suo tempo per la polizia borbonica, e nei quali sono indicate le generalit&agrave; degli appartenenti alla setta. La Vendita di Mola fu fondata, forse agli inizi del 1800, a cura del tenente in ritiro Francesco Ruggiero di Nicola e del cancelliere circondariale Leonardo Russo di Tommaso. Quest&rsquo;ultimo svolgeva la sua attivit&agrave; sovversiva anche a Monopoli, con l&rsquo;incarico di &ldquo;maestro&rdquo; nella Vendita &ldquo;La Merlina&rdquo;, ed a Bisceglie, in qualit&agrave; di &ldquo;deputato&rdquo; nell&rsquo;Assemblea.<br />
	Nel 1820 la Vendita molese contava 194 affiliati e fu &ldquo;gran maestro&rdquo; Giovanni Martinelli di Vitantonio, il quale ricopr&igrave; la carica di sindaco della citt&agrave; dal 1819 al 1822. Nonostante il suo incarico istituzionale Martinelli s&rsquo;iscrisse anche nelle legioni volontarie che nel 1821 si mossero per affrontare gli Austriaci.<br />
	Molti molesi erano presenti nelle Vendite di altri comuni. Allo stesso tempo, diversi forestieri aderirono alla setta molese: Raffaele Veneziani di Lecce, Maurantonio Modugno di Molfetta; Gioacchino Gambatesa di Apricena; Salvatore d&rsquo;Alba di Monopoli; Michelangelo Ninni di Gioia del Colle; Francesco Pisciotta di Turi; Domenico Oliva di Napoli; Andrea Fagiani di S. Vito degli Schiavi (ora dei Normanni); Pietro Maddalena di Bari; Vito Leonardo di Rutigliano. Alla Vendita di Mola erano associati anche Carlo Clemente conte Teodoro e Arnoldo Damoride, colonnello e barone di Villa-Buona, Gran Maestro fondatore della Vendita di San Germano, luogo detto Parco Moriello, sotto il titolo &ldquo;Resurrezione Filantropica&rdquo; (il relativo &ldquo;brevetto&rdquo; sar&agrave; esaminato nella seconda parte).<br />
	La societ&agrave; segreta molese aveva, complessivamente, ben poco di rivoluzionario: era piuttosto un circolo nel quale si eseguivano strani riti misteriosi e si discuteva, anche se animatamente, di cambiamenti sociali, della Costituzione negata, dell&rsquo;Unit&agrave; Nazionale, senza giungere all&rsquo;azione per realizzare i vari propositi. Vi s&rsquo;iscrissero, infatti, galantuomini, professionisti, sacerdoti, proprietari ed impiegati, ai quali docilmente si affiancarono artigiani e bottegai.<br />
	Tra loro vi furono, tuttavia, autentici rivoluzionari, tra i quali:<br />
	- Raffaele Pesce di Pietro che mise a disposizione della societ&agrave; tutto il suo denaro e si arruol&ograve; volontario nelle legioni provinciali. <br />
	- Onofrio Petrella di Natale che fu processato a Foggia nel 1827 per &ldquo;reit&agrave; di Stato&rdquo; ma, per mancanza di prove, gli fu imposto in ogni caso di rimanere a domicilio forzoso nella sua citt&agrave; natale. <br />
	- Paolo Volpe di Domenico che si era gi&agrave; distinto per la sua attivit&agrave; rivoluzionaria durante il breve periodo della Repubblica Partenopea, tempo nel quale fu eletto capitano della guardia civica dal Presidente del &ldquo;Comitato Patriottico&rdquo; di Barletta, signor Novelli. In quei giorni apparvero sulle spiagge adriatiche le navi moscovite ed i briganti ritennero giunto il loro momento per fare una carneficina dei galantuomini giacobini. Contro i rivoltosi si oppose con le armi Paolo Volpe e fu evitata una strage grazie al suo coraggio. Ritornato il Regno di Napoli nelle mani dei Borbone, Volpe fu arrestato dal colonnello Francesco Antonio Rusciano, comandante di un Reggimento di Fanteria in Puglia, e rinchiuso nei sotterranei del castello di Barletta per quattro mesi. Fu in seguito trasferito nel carcere di Trani per altri otto mesi. Intervenuto l&rsquo;indulto reale fu liberato, ma non evit&ograve; la feroce oppressione del celebre Inquisitore monsignor Ludovico Ludovici.<br />
	Appartenevano alla societ&agrave; segreta anche diversi ecclesiastici: don Emilio Giampietro, canonico; don Nicola Ignazio de Bellis, sacerdote; don Vitantonio Alberotanza, canonico; don Nicola Martinelli, sacerdote; don Vito Nicola Pepe, sacerdote; don Giovanni Mutassi, sacerdote; don Giuseppe Cascella, sacerdote; don Giovanni Berardi, sacerdote; don Giambattista Ruggiero, sacerdote; don Vito Defonte, canonico e valentissimo professore di filosofia e matematica. <br />
	I Dignitari della Vendita erano:<br />
	Nicola Pesce, primo assistente; Cristofaro Giampietro, secondo assistente; don Vito Defonte, oratore; Giuliano Colella, tesoriere; Francesco Ruggiero, maestro di cerimonie; Cristino Colonna, guarda bolli e sigilli; notar Domenico Susca, anima effervescente; Paolo Volpe, covritore; Giuseppe De Santis, segretario.<br />
	Quest&rsquo;ultimo, temerario nella sua attivit&agrave; di rivoluzionario, fu il solo che tenne corrispondenza con le altre Vendite della Provincia e che, allo scoppio della rivoluzione, in pubblica piazza arring&ograve; il popolo in favore del regime costituzionale. Dopo il congresso di Lubiana, gli Austriaci mossero verso il Regno di Napoli e De Santis senza indugio si arruol&ograve; come sergente nella Legione per marciare contro il nemico, insieme ad altri 72 carbonari molesi.<br />
	Il Risorgimento fu un lungo periodo di speranze, delusioni e lotte di uomini ardimentosi che aspiravano ad un mondo migliore con una patria comune.<br />
	In Europa il 1848 inizi&ograve; con grandi rivolte che ebbero imitatori in Italia. Il fermento fu trasmesso a tutta la penisola ed il 27 gennaio il re Ferdinando II, dopo lo scoppio d&rsquo;imponenti manifestazioni popolari, promise di emanare una Costituzione ispirata a quella francese del 1830. Sotto la pressione dei rivoluzionari, il Re giur&ograve; sulla carta costituzionale il 24 febbraio, ma appena gli eventi mutarono in Italia il sovrano stracci&ograve; la Costituzione, sciolse il Parlamento e minacci&ograve; pene severissime contro i dissidenti. <br />
	Alla notizia dell&rsquo;Atto Sovrano con il quale era stata concessa la Costituzione, a Mola vi furono grandi feste con la partecipazione di tutte le autorit&agrave;.<br />
	De Santis scrisse un appassionato discorso che il sindaco, barone Francesco Noya, lesse nella Chiesa Matrice, nell&rsquo;ambito delle manifestazioni pubbliche di giubilo che l&rsquo;Intendente aveva disposto nella sua lettera circolare. <br />
	Non appena il Re annull&ograve; l&rsquo;Atto Sovrano, i liberali cercarono di reagire. Il 18 maggio 1848 si tenne a Monopoli una riunione che non port&ograve; ad alcun risultato positivo. Segu&igrave; la famosa Dieta di Bari del 2 e 3 luglio nella quale il barone Francesco Noya fu segretario. Il nostro concittadino fu arrestato e processato per: &ldquo;provocazione diretta, mediante scritti stampati, ad eccitare gli abitanti del Regno ad armarsi contro l&rsquo;Autorit&agrave; reale; associazione illecita senza vincolo di segreto; usurpazione di titoli e funzioni&rdquo;.<br />
	Nel 1851, nel mentre il barone era in carcere, pervenne alle autorit&agrave; una nuova denuncia cos&igrave; riportata da Saverio Daconto nella sua splendida opera &ldquo;La Provincia di Bari nel 1848-49: narrazione storica dai documenti inediti dell&rsquo;Archivio di Stato&rdquo; (Ed. Valdemaro Vecchi, Trani 1908), :<br />
	&laquo;Cosi ai 10 di Agosto &#39;51, un Domenico Valentini e un Vito Galeone di Mola denunziavano al Procuratore Generale don Giuseppe De Santis e don Francesco Noya, cancelliere il primo, sindaco il secondo di quella citt&agrave;, per reati politici, frodi ed estorsioni commesse nell&#39;esercizio delle loro cariche, aggiungendo poi a voce innanzi al Giudice inquirente, don Carlo Basile, essere stato il De Santis nelle rivolte politiche del &#39;48 l&#39;agente principale, direttore di tutte le novit&agrave; sovversive, come vecchio carbonaro del &#39;20, nel qual tempo prese attiva parte contro il Governo. Avere il De Santis composto un discorso, pronunciato dal sindaco Noya nella Chiesa Madre nell&#39;Aprile &#39;48, dimostrante gli abusi, gli eccessi e i furti, commessi dall&#39;antico regime; che nelle notti dell&#39;Aprile gi&agrave; detto si riunivano sul Palazzo comunale molte persone riscaldate, sotto la direzione del De Santis, a porte chiuse, per attuare novit&agrave; sovversive. Che in quell&#39;epoca era stata ridotta in pezzi e bruttata di fango una statua del Re (D. G.), che esisteva nel corpo di guardia urbana, dai demagoghi diretti dal Noya e dal De Santis, il qual ultimo disponeva degli interessi del Comune e profittava a man franca, ecc., ecc. (A. S. B., 1 e fase II, proc.6). <br />
	Con tante accuse circostanziate il magistrato elev&ograve; il suo bravo processo con le rubriche di &ldquo;associazione illecita, di discorsi e fatti pubblici tendenti a spargere il malcontento contro il Governo, d&#39; infrangimento per solo disprezzo di una statua del Re, ed infine di estorsione con abuso di potere&rdquo; per il De Santis. S&#39;intesero, molti testimoni e tra gli altri si chiesero notizie e schiarimenti all&#39;Ajossa sugli addebiti particolari del De Santis, che secondo la denunzia si riferivano ad alcuni appalti del Comune, e l&#39;Intendente rispose non essere provati gli illeciti profitti e che solo il passato politico del cancelliere comunale aveva provocato la destituzione di lui dall&#39;impiego. <br />
	Ma v&#39;erano tutti gli altri cap&igrave; d&rsquo;accusa, i quali avrebbero procurato ben altre pericolose seccature ai due patrioti se non fosse gi&agrave; intervenuto in buon punto il regio indulto del 9 Maggio, in virt&ugrave; del quale si dichiarava abolito il procedimento penale&raquo;. <br />
	Galeone Vito, falegname, e Valentini Domenico, marinaio, erano iscritti alla carboneria molese con il grado di apprendista. Il giudizio contro Giuseppe De Santis fu istruito da Luigi Ajossa, Intendente della Terra di Bari. Questi, originario di Cinquefrondi (Reggio Calabria), apparteneva ad una nobile e potente famiglia. Fu inizialmente Intendente per la Provincia di Salerno, in seguito Ministro dei Lavori Pubblici e quindi Direttore Generale della Polizia. Svolse compiti di Intendente anche nella nostra provincia e fu insignito di pi&ugrave; titoli nobiliari: barone, marchese, principe. Era un uomo duro e intransigente ed il nostro concittadino sarebbe stato duramente punito se non fosse intervenuto l&rsquo;indulto reale citato innanzi.<br />
	Gli ultimi anni di De Santis furono pi&ugrave; sereni, trascorsi nello studio e nell&rsquo;insegnamento.<br />
	Giuseppe De Ninno disse del nostro concittadino: &ldquo;dal 1849 al 1852 fu varie volte processato per ragioni politiche; e fatto segno alle persecuzioni dal feroce Ajossa, fin&igrave; col perdere la carica di Cancelliere Comunale della sua citt&agrave; nativa. Se non che, nel 1862 fu dal primo Ministro delle P.I. del regno d&rsquo;Italia nominato professore di lettere italiane, di geografia e di storia nazionale nella Scuola Normale per gli allevi maestri in Bari; meritato premio alla larga cultura del De Santis ed al suo disinteressato patriottismo&rdquo;. <br />
	(segue la seconda parte: I Carbonari)</p>
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		<title>P. DELFINO PESCE A 70 ANNI DALLA MORTE</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 19:57:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Guido Lorusso</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Premessa. Esattamente un anno fa, tra il 15 e il 16 marzo 2009, come molti ricorderanno, &#232; andata in onda su RAI 1 una fiction in due puntate avente per titolo &#8220;Pane e Libert&#224;&#8221;, tutta incentrata sulla vita e sull&#8217;attivit&#224; politica del grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio (nativo di Cerignola), ottimamente interpretato dall&#8217;attore Pierfrancesco Favino. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/P.D.Pesce_.jpg"><img alt="" class="aligncenter size-large wp-image-3288" height="421" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/P.D.Pesce_-1024x898.jpg" title="P.D.Pesce" width="480" /></a></p>
<p style="text-align: justify; ">Premessa. Esattamente un anno fa, tra il 15 e il 16 marzo 2009, come molti ricorderanno, &egrave; andata in onda su RAI 1 una fiction in due puntate avente per titolo &ldquo;Pane e Libert&agrave;&rdquo;, tutta incentrata sulla vita e sull&rsquo;attivit&agrave; politica del grande sindacalista Giuseppe Di Vittorio (nativo di Cerignola), ottimamente interpretato dall&rsquo;attore Pierfrancesco Favino.</p>
<p><span id="more-3287"></span></p>
<p style="text-align: justify; ">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; ">Si &egrave; trattato certamente di un lavoro ponderoso e di assoluta qualit&agrave;. Pur tuttavia, vi ho rilevato subito diverse inesattezze storiche riguardanti in particolare i rapporti intercorsi tra il &ldquo;Paladino dei Cafoni di Puglia&rdquo; (Giuseppe Di Vittorio) e il &ldquo;Gigante Buono&rdquo; di Conversano (Giuseppe Di Vagno) nel periodo 1914-1921 (si veda in proposito il volume da me curato &ldquo;Giuseppe Di Vagno. Scritti e Interventi. 1914-1921&rdquo;, edito dalla Camera dei Deputati a Roma nel 2006 ).<br />
	E tali inesattezze storiche ho provveduto a comunicarle immediatamente al Presidente della Fondazione Di Vagno, cos&igrave; che questi ha poi potuto riprenderle, evidenziarle e puntualizzarle tutte in un pezzo giornalistico apparso sul &ldquo;Corriere del Mezzogiorno&rdquo; il 21 marzo 2009.<br />
	Nella stessa fiction, in verit&agrave;, ho rilevato anche una grande dimenticanza storica relativa a Piero Delfino Pesce: infatti, a riguardo dell&rsquo;attacco condotto dai fascisti di Caradonna ai primi di agosto del 1922 con l&rsquo; obiettivo di espugnare Bari Vecchia non si fa alcun riferimento al valente intellettuale repubblicano nel suo ruolo di Presidente del comitato dell&rsquo; &ldquo;Alleanza del Lavoro&rdquo;, impegnata in loco per la difesa delle libert&agrave; democratiche della classe lavoratrice barese e pugliese, d&rsquo;intesa con la Camera Provinciale del Lavoro diretta da Giuseppe Di Vittorio.<br />
	Nella notte dell&rsquo;8 agosto 1922 Bari Vecchia viene occupata militarmente da migliaia di fascisti e di soldati, dopo una strenua resistenza che viene fatta non solo da Giuseppe Di Vittorio, ma anche da Piero Delfino Pesce (tant&rsquo;&egrave; vero che l&rsquo;avvocato molese viene arrestato e messo in galera insieme a 46 compagni di lotta!).<br />
	Si tratta evidentemente di una dimenticanza di non poco conto. Ma la cosa incredibile &egrave; che qui a Mola (dove Piero Delfino Pesce &egrave; nato, vissuto e morto) nessuno se n&rsquo;&egrave; accorto, nessuno ha rilevato niente: n&eacute; gli amministratori cittadini, n&eacute; gli &ldquo;studiosi&rdquo;, n&eacute; gli insegnanti delle diverse scuole.<br />
	Nessuno, poi, in occasione del 70&deg; Anniversario della sua morte (11 dicembre 2009) ha speso un minimo di impegno per ricordarlo pubblicamente e per commemorarlo degnamente.<br />
	Ma se una citt&agrave; non sa custodire e salvaguardare per le nuove generazioni la sua memoria storica come pu&ograve; andare avanti, come pu&ograve; progettare il suo futuro!?!?<br />
	Sulla base di tali motivazioni, mi sono accinto doverosamente a tratteggiare il seguente profilo biografico e politico di Piero Delfino Pesce e l&rsquo;ho affidato alla sensibilit&agrave; culturale del sig. Nicola Lucarelli, direttore del periodico &ldquo;Citt&agrave; Nostra&rdquo;.</p>
<p>
	Piero Delfino Pesce nasce a Mola il 1&deg; giugno dell&rsquo;anno 1874 da una famiglia della borghesia cittadina fortemente distintasi per gli ideali patriottici durante il tormentato periodo risorgimentale.<br />
	Conduce gli studi classici presso l&rsquo;antico Collegio-Convitto di Molfetta e s&rsquo;iscrive, poi, nel 1892 presso la Facolt&agrave; di Giurisprudenza dell&rsquo;Universit&agrave; di Napoli.<br />
	L&rsquo;esperienza universitaria a Napoli risulta determinante per la sua formazione culturale e politica; qui, infatti, ha come maestro il grande filosofo Giovanni Bovio di Trani, da cui assimila l&rsquo;idea mazziniana-repubblicana.<br />
	Laureatosi a soli 22 anni, nel 1896, ritorna a Mola con una gran voglia di fare; comincia l&rsquo;attivit&agrave; forense e s&rsquo;impegna molto nell&rsquo;attivit&agrave; politica, tant&rsquo;&egrave; che nel volgere di pochi anni diviene il massimo esponente del repubblicanesimo in Puglia .<br />
	Piero Delfino Pesce esprime un vasto impegno anche nell&rsquo;attivit&agrave; culturale: scrive novelle, compone poesie e si interessa d&rsquo;arte, al punto che fonda a Bari la rivista &ldquo;Aspasia&rdquo;, alla quale chiama a collaborare i migliori scrittori di Puglia e d&rsquo;Italia.<br />
	Per lui, infatti, l&rsquo;attivit&agrave; del pensiero e l&rsquo;attivit&agrave; politica sono un nesso inscindibile: egli ritiene, cio&egrave;, che non si possa sviluppare un impegno politico serio e proficuo, se questo non &egrave; sorretto dal lavoro culturale, dalla ricerca e dalla sperimentazione.<br />
	Piero Delfino Pesce durante l&rsquo;et&agrave; giolittiana conduce a Mola diverse battaglie politiche:<br />
	-in una prima fase si batte contro le famiglie dei Noya e dei De Stasi che detengono con arroganza il potere municipale;<br />
	-in una seconda fase attacca il potentissimo Vito Alberotanza, che una volta salito alla carica di Sindaco si distingue per abusi e illegalit&agrave; d&rsquo;ogni genere nella gestione della cosa pubblica;<br />
	-in una terza fase, dopo essere stato eletto consigliere provinciale nel 1905, egli denuncia coraggiosamente la grande corruzione sviluppatasi intorno alla costruzione dell&rsquo;Acquedotto Pugliese e critica pesantemente il Presidente della Provincia di Bari, il senatore Balenzano, legato a doppio filo con la ditta appaltatrice dei lavori.<br />
	Tra il 1909 e il 1913 l&rsquo;impegno politico di Piero Delfino Pesce tocca due grandi temi: l&rsquo;occupazione militare della Libia del 1911-&rsquo;12 e il &ldquo;suffragio universale&rdquo;.<br />
	Egli ritiene che l&rsquo;attacco alla Libia sia un pericoloso diversivo del governo italiano e un grave cedimento a favore delle forze pi&ugrave; reazionarie del paese; per quanto riguarda il &ldquo;suffragio universale&rdquo; egli sostiene con forza la grande battaglia avviata da Gaetano Salvemini per l&rsquo;allargamento del diritto di voto alle masse contadine e operaie, in previsione delle elezioni politiche generali del 1913.<br />
	Nel 1911 Piero Delfino Pesce crea a Bari in Corso Cavour la Casa Editrice Humanitas; in quello stesso anno fonda anche la rivista &rdquo;Humanitas&rdquo;, che diviene in breve tempo per tutto il Mezzogiorno una grande palestra di democrazia e di libert&agrave;, aperta ad ogni contributo.<br />
	Egli pone subito la sua rivista al centro del dibattito politico dell&rsquo;epoca e si sottrae, cos&igrave;, all&rsquo;influenza egemonica dell&rsquo;idealismo crociano, che sostiene un atteggiamento di indifferenza e di distacco degli intellettuali verso le tematiche sociali e verso l&rsquo;impegno nei partiti.<br />
	Quando scoppia la prima guerra mondiale, Piero Delfino Pesce &egrave; l&rsquo;uomo-guida dell&rsquo; &ldquo;interventismo democratico&rdquo; in Terra di Bari.<br />
	Egli &egrave; favorevole alla guerra, in quanto, come tutti i mazziniani, ritiene questa una sorta di quarta guerra d&rsquo;indipendenza, protesa verso il completamento dell&rsquo;Unit&agrave; d&rsquo;Italia (cio&egrave; verso la liberazione di Trento e Trieste).<br />
	Egli nutre, inoltre, una forte opposizione contro l&rsquo;imperialismo asburgico e teutonico, affossatore e negatore delle libert&agrave; democratiche per i popoli del centro Europa e dell&rsquo;area balcanica.<br />
	Sulla stessa linea di Piero Delfino Pesce si schierano Gaetano Salvemini, Tommaso Fiore,Alfredo Violante, Giovanni Colella e tanti altri, anche Giuseppe Di Vittorio (Giuseppe Di Vagno, come molti socialisti,&egrave; attestato, al contrario, su posizioni pacifiste e antimilitariste).<br />
	Durante il periodo bellico, Piero Delfino Pesce svolge un ruolo di primissimo piano:viene nominato &ldquo;ispettore per le regioni meridionali&rdquo; dei segretariati Provinciali delle Opere di Assistenza, impegnati a dare sostegno alle famiglie povere dei combattenti al fronte.<br />
	Alla fine della prima guerra mondiale il quadro politico generale &egrave; convulso e caotico:<br />
	-i contadini disoccupati chiedono terra e lavoro (secondo quanto &egrave; stato loro promesso dal governo);<br />
	-scioperi operai e manifestazioni contro la fame e contro il caroviveri si susseguono ovunque a ritmo incessante;<br />
	- l&rsquo;inflazione &egrave; galoppante e la grande carestia non risparmia nessuno;<br />
	-in moltissimi centri agricoli del Sud si registrano tumultuose occupazioni di terre e le forze dell&rsquo;ordine intervengono facendo spessissimo uso delle armi;<br />
	Di fronte a questa situazione gli industriali e gli agrari riorganizzano le loro forze e si preparano alla controffensiva.<br />
	Nascono, cos&igrave;, i fasci mussoliniani a Milano nel 1919 e nasce anche in Puglia l&rsquo; ANC ( Associazione Nazionale Combattenti).<br />
	In Terra di Bari, in vista delle elezioni politiche generali del novembre 1919, i Combattenti decidono di presentarsi con una &ldquo;lista autonoma&rdquo;, come se fossero un partito, sulla base di un programma democratico e filosalveminiano.<br />
	Di fronte al &ldquo;Partito dei Combattenti&rdquo;, Piero Delfino Pesce (ben sostenuto da Giuseppe Di Vagno) si mostra fortemente contrario e polemizza con tutti i dirigenti dell&rsquo; ANC barese (T. Fiore, A. Violante, ecc.): egli &egrave; dell&rsquo;avviso, infatti, che la lotta politica si debba fare nei partiti storici e tradizionali.<br />
	D&rsquo;altra parte, egli, a ragione, vede come estremamente pericolosa l&rsquo;eterogeneit&agrave; sociale e politica dei dirigenti del movimento combattentistico pugliese: fra questi, infatti, comincia a farsi sentire un certo Giuseppe Caradonna, ras agrario di Cerignola, e comincia a farsi sentire a Bari anche Araldo Di Crollalanza.<br />
	Nonostante le prese di posizione di Piero Delfino Pesce, il Movimento Combattentistico di Terra di Bari si presenta autonomamente nella competizione elettorale del novembre 1919 e ottiene di primo acchito un grosso risultato: riesce a far eleggere Gaetano Salvemini al Parlamento.<br />
	Ma subito dopo, Caradonna in Capitanata e Di Crollalanza a Bari acquistano sempre pi&ugrave; peso politico in seno all&rsquo; ANC e lavorano per un avvicinamento dei Combattenti verso il Fascismo; e, cos&igrave;, nel volgere di poco tempo tutto il Movimento Combattentistico si sposter&agrave; a destra e, ad un certo punto, risulter&agrave; essere completamente controllato e manovrato proprio da Caradonna e da Di Crollalanza.<br />
	Intanto, Piero Delfino Pesce continua a sviluppare un&rsquo;intensa attivit&agrave; intellettuale e culturale:<br />
	-tiene lezioni di diritto presso l&rsquo;Universit&agrave; Popolare di Bari;<br />
	-tiene la cattedra di Diritto ed Economia presso l&rsquo;istituto &ldquo;Giulio Cesare&rdquo;;<br />
	-esercita la professione di avvocato;<br />
	-diventa presidente dell&rsquo;Associazione della Stampa Pugliese;<br />
	-pubblica libri, scrive per la &ldquo;Voce Repubblicana&rdquo;;<br />
	-continua a dirigere magistralmente la rivista Humanitas;<br />
	-mantiene, inoltre, un forte impegno politico anche a Mola, tant&rsquo;&egrave; vero che con le elezioni amministrative del 1920 diventa consigliere comunale.<br />
	Dopo le elezioni politiche generali del 1921, il fascismo si espande ulteriormente e diventa sempre pi&ugrave; violento: le squadre fasciste mettono a ferro e fuoco l&rsquo;intera regione, dando avvio in tutti i Comuni alla distruzione sistematica delle Camere del Lavoro e delle sezioni socialiste, portano il terrore ovunque e danno una caccia spietata ai pi&ugrave; noti esponenti dei partiti di opposizione: e tutto ci&ograve; avviene spesso con il tacito avallo delle forze dell&rsquo;ordine, dei questori, dei prefetti e della stessa Magistratura.<br />
	Proprio la citt&agrave; di Mola, la sera del 24 settembre 1921, diviene teatro del pi&ugrave; efferato crimine commesso dal fascismo pugliese: Antonio Cicorella, l&rsquo;attivissimo segretario della Lega Contadina di Mola invita Giuseppe Di Vagno ad inaugurare il nuovo Circolo del P.S.I.; il valente deputato socialista tiene, cos&igrave;, un appassionato comizio, ma subito dopo viene assalito a tradimento in via Loreto da una squadra fascista venuta da Conversano e resta colpito mortalmente alla schiena da numerosi colpi di pistola sparati all&rsquo;impazzata.<br />
	Lo sdegno per il vile assassinio &egrave; altissimo nell&rsquo;opinione pubblica regionale e nazionale e tocca fortemente anche Piero Delfino Pesce, amico sincero del deputato socialista conversanese; l&rsquo; avvocato repubblicano, attraverso la rivista &ldquo;Humanitas&rdquo;, dal suo canto, riprender&agrave; ampiamente la cronaca del tragico fatto e si soffermer&agrave; senza indugi sui committenti del delitto, i fratelli Saverio e Paolo Tarsia Incuria ed Ettore Lovecchio-Musti, capi del Fascio di Conversano e luogotenenti di Giuseppe Caradonna nel Sud-est barese.<br />
	Per rispondere alla grande offensiva fascista nascono nell&rsquo;estate del 1921 gli &ldquo;Arditi del Popolo&rdquo;; in realt&agrave; il Fascismo mese dopo mese diventa sempre pi&ugrave; inattaccabile, anche perch&eacute; ottiene ogni libert&agrave; d&rsquo;azione dal governo in funzione antisocialista.<br />
	I partiti della sinistra, d&rsquo;altra parte, si dilaniano in accese ed inutili polemiche sulla tattica pi&ugrave; utile da seguire per arrivare alla &ldquo;rivoluzione socialista&rdquo; (si tenga conto che nell&rsquo;ottobre del 1917 &egrave; scoppiata la Rivoluzione Russa) e commettono il gravissimo errore di considerare il fascismo come un &ldquo;fenomeno passeggero&rdquo;, e, anzi, come il segno del crollo imminente del sistema capitalistico-borghese. In tal modo, alla fine, i partiti di sinistra sono costretti a muoversi solo sul piano difensivo.<br />
	E&rsquo; su queste basi che il 22 marzo 1922 si costituisce anche a Bari l&rsquo; &ldquo;Alleanza del Lavoro&rdquo;, alla cui guida si pongono Piero Delfino Pesce e Giuseppe Di Vittorio (quest&rsquo;ultimo &egrave; il segretario della Camera Provinciale del Lavoro).<br />
	Lo scopo dichiarato del Comitato dell&rsquo; &ldquo;Alleanza&rdquo; &egrave; il &ldquo;ripristino delle pubbliche libert&agrave;&rdquo; e la &ldquo;difesa dei diritti della classe lavoratrice&rdquo;.<br />
	Aderiscono all&rsquo; &ldquo;Alleanza &ldquo; tutte le organizzazioni sindacali (CGL- USI- UIL), i socialisti ufficiali, i socialisti riformisti, i comunisti, gli anarchici, i combattenti democratici, gli &ldquo;Arditi del Popolo&rdquo; e naturalmente anche i repubblicani di Piero Delfino Pesce.<br />
	Di fronte al pericolo incombente di una saldatura tra borghesia e fascismo, l&rsquo;intellettuale molese, se pur contrario ad ogni forma di violenza, scende sul terreno della lotta politica concreta, si schiera a fianco del partito socialista e del movimento sindacale e lancia la parola d&rsquo;ordine dell&rsquo; &ldquo;alleanza tra borghesia democratica e proletariato&rdquo;!<br />
	A Piero Delfino Pesce viene dato, cos&igrave;, l&rsquo;incarico di coordinare il Comitato a Bari ed egli con grande fervore lavora a fianco di Giuseppe Di Vittorio, di Domenico De Leonardis, di Vincenzo Pinto, di Filippo D&rsquo;Agostino e di Rita Majerotti.<br />
	Nell&rsquo;estate del 1922, poich&eacute; gli squadristi di Caradonna e di Starace danno addirittura l&rsquo;assalto ai Municipi, l&rsquo; &ldquo;Alleanza del Lavoro&rdquo; di Bari stabilisce di proclamare per il 1&deg; agosto un grande &ldquo;sciopero generale&rdquo;.<br />
	I fascisti, allora, decidono di sferrare un grande attacco proprio a Bari, con lo scopo di piegare quella che resta in definitiva l&rsquo;ultima grande base della resistenza democratica pugliese.<br />
	L&rsquo;obiettivo dichiarato dai fascisti &egrave; la conquista di Bari Vecchia, dov&rsquo; &egrave; ubicata la Camera del Lavoro che &egrave; il centro operativo dell&rsquo; &ldquo;Alleanza&rdquo;.<br />
	La mattina del 1&deg; agosto 1922 grossi contingenti di fascisti e di squadristi a cavallo capeggiati da Caradonna giungono a Bari e si concentrano in Piazza Prefettura; e di qui il giorno dopo danno avvio ad una &ldquo;spedizione punitiva&rdquo; contro le forze democratiche, che nel frattempo si sono asserragliate e barricate nel cuore della citt&agrave; vecchia, decise a difendersi ad ogni costo.<br />
	Gli uomini in camicia nera, in verit&agrave;, tentano a pi&ugrave; riprese e da pi&ugrave; parti di penetrare nei vicoli di Bari, aprendo un fuoco micidiale, ma per la fortissima resistenza della popolazione e delle forze democratiche sono costretti alla fine a battere in ritirata.<br />
	L&rsquo;azione di difesa di Bari Vecchia dura diversi giorni e viene abilmente guidata da Piero Delfino Pesce e da Giuseppe Di Vittorio.<br />
	Il capo del fascismo agrario di Puglia, Giuseppe Caradonna, indispettito, chiede, allora, al prefetto Olivieri l&rsquo;intervento dell&rsquo;Esercito, minacciando altrimenti di far giungere a Bari altri duemila fascisti armati fino ai denti.<br />
	E, cos&igrave;, nella notte dell&rsquo;8 agosto 1922, con un&rsquo;azione a sorpresa, alcuni battaglioni di soldati, con autoblindate e con mitragliatrici, occupano militarmente il cuore di Bari.<br />
	Per ordine del Prefetto la Camera del Lavoro viene fatta sgombrare e i Carabinieri mettono agli arresti tutti i dirigenti dell&rsquo; &ldquo;Alleanza&rdquo;.<br />
	Piero Delfino Pesce si ritrova ammanettato insieme a Giuseppe Di Vittorio e ad altri 46 compagni di lotta, sotto l&rsquo;accusa di &ldquo;formazione di bande armate contro i poteri dello Stato&rdquo; e viene poi rinchiuso in una buia cella del Castello Svevo di Bari, allora adibito come carcere giudiziario.<br />
	Con la conquista di Bari Vecchia e con l&rsquo;arresto in massa di tutti gli organizzatori dell&rsquo; &ldquo;Alleanza&rdquo;, le forze antifasciste baresi subiscono una pesantissima battuta d&rsquo;arresto.<br />
	Il capo del repubblicanesimo pugliese (processato nel Tribunale di Trani) viene liberato dopo due lunghi mesi di galera! Ma non appena fuori dal carcere, attraverso la rivista &ldquo;Humanitas&rdquo;, riprende coraggiosamente la lotta al fascismo.<br />
	I mazzieri fascisti, allora, per tutta risposta lo aggrediscono vigliaccamente per strada e devastano pi&ugrave; volte la tipografia e gli uffici della sua Casa Editrice in Corso Cavour a Bari.<br />
	Piero Delfino Pesce, per&ograve;, non d&agrave; segni di cedimento:per tutto il 1923, infatti, egli scrive articoli giornalistici acutissimi per la &ldquo;Voce Repubblicana&rdquo; sulla situazione politica in Puglia, deterioratasi fortemente a causa del fascismo.<br />
	In vista delle elezioni politiche generali dell&rsquo;aprile 1924 (le ultime) Piero Delfino Pesce sviluppa un intensissimo impegno politico, con l&rsquo;obiettivo di far assumere al Partito Repubblicano il ruolo di &ldquo;centro unificatore&rdquo; delle forze antifasciste baresi e pugliesi.<br />
	E per questo motivo la lotta elettorale viene condotta in Puglia da parte fascista in modo particolarmente duro contro i repubblicani: pesanti violenze contro i sostenitori della &ldquo;Lista della Vanga&rdquo; si registrano, infatti, a Bisceglie, a Brindisi, a Noci, ad Alberobello, a Trani, a Polignano e anche a Mola.<br />
	Alla vigilia del voto, a Mola viene saccheggiata la sezione repubblicana e vengono pure arrestati ben 7 delegati della &ldquo;Lista della Vanga&rdquo;.<br />
	Sempre a Mola, durante lo svolgimento delle operazioni di voto (il 16 aprile 1924) i fascisti presidiano tutti i seggi e attuano intimidazioni pesantissime nei confronti dei cittadini democratici (molti si rifugiano nelle campagne).<br />
	Di questa incredibile votazione a Mola Piero Delfino Pesce ci ha lasciato una straordinaria testimonianza sulla rivista Humanitas (numero del 13 aprile 1924).<br />
	Rappresaglie, aggressioni, brogli e illegalit&agrave; d&rsquo;ogni genere avvengono praticamente in tutta la Puglia e consentono alle liste fasciste di uscire vittoriose! Per quanto accaduto, i partiti d&rsquo;opposizione inoltrano una vibrata protesta al Presidente della Corte di Appello di Bari.<br />
	A tale protesta fa seguito su scala pi&ugrave; generale la coraggiosa denuncia in Parlamento dell&rsquo; on. Giacomo Matteotti, segretario nazionale del Partito Socialista Unitario (PSU).<br />
	Ed &egrave; proprio per tale motivo che Matteotti a Roma il 10 giugno 1924 viene rapito e trucidato dagli scherani di Mussolini!<br />
	L&rsquo;orrendo delitto provoca grande sgomento nel paese e d&agrave; nuova linfa agli oppositori del fascismo.<br />
	Nella capitale i deputati dell&rsquo;opposizione, sotto la spinta di Giovanni Amendola (leader dei liberali democratici) abbandonano, allora, il Parlamento e danno vita alla &ldquo;secessione dell&rsquo;Aventino&rdquo;.<br />
	Conseguentemente si rimette in movimento anche l&rsquo;antifascismo pugliese, e, cos&igrave;, Piero Delfino Pesce assume il ruolo di capo del &ldquo;Comitato dell&rsquo;opposizione aventiniana&rdquo; in Bari.<br />
	L&rsquo;opposizione aventiniana, tuttavia, impostata fondamentalmente sul piano morale e legalitario &egrave; destinata al fallimento: manca ancora, in realt&agrave;, in tutti i partiti della sinistra la reale comprensione della pericolosit&agrave; del &ldquo;fenomeno fascismo&rdquo;, che s&rsquo;avvia ad instaurare la dittatura nel paese!<br />
	Passata l&rsquo;ondata di generale sgomento per il delitto Matteotti, il fascismo riprende quota, e, infatti, il 3 gennaio 1925 Mussolini fa emanare le cosiddette &ldquo;leggi eccezionali&rdquo;; e con queste leggi fa chiudere le sezioni dei partiti di opposizione e abolisce la libert&agrave; di stampa, di opinione e di associazione.<br />
	Piero Delfino Pesce, per la verit&agrave;, non s&rsquo;arrende, e nell&rsquo;aprile del 1925, come leader degli aventiniani baresi, organizza prima una manifestazione &ldquo;contro il fascismo affossatore delle libert&agrave;&rdquo; e poi una riunione clandestina in un cantiere edile ubicato tra Bari e Modugno: la polizia, per&ograve;, scopre tutto, fa un&rsquo;irruzione improvvisa, e, pertanto, Piero Delfino Pesce viene di nuovo arrestato e messo in carcere, insieme ai socialisti Rocco Giuliani, Eugenio Laricchiuta, Antonio Lauricella e Gaetano Morgese.<br />
	A questo punto bisogna dire che Piero Delfino Pesce, capo del repubblicanesimo in Puglia, viene fortemente perseguitato dal fascismo:<br />
	viene privato del suo lavoro; gli viene tolta la &ldquo;cattedra di diritto&rdquo; presso l&rsquo;istituto &ldquo;Giulio Cesare&rdquo; di Bari; &egrave; soppressa la sua rivista &ldquo;Humanitas&rdquo; e viene fatta chiudere la Casa Editrice.<br />
	Piero Delfino Pesce, allora, &egrave; costretto a ritirarsi nel suo palazzo a Mola, e qui egli trascorre gli anni grigi e bui della dittatura.<br />
	In ogni caso, l&rsquo; OVRA (cio&egrave; la polizia politica di Mussolini) lo tiene costantemente sotto controllo, in quanto si sospetta che egli continui a svolgere attivit&agrave; contraria al regime.<br />
	In verit&agrave;, Piero Delfino Pesce, che &egrave; uomo di forte fede democratica,cerca di tenere in qualche modo rapporti e contatti con alcuni noti antifascisti, come Tommaso Fiore, come il Conte Zanotti-Bianco e come il poeta armeno Hrand Nazariantz (esule a Bari).<br />
	Peraltro, insieme all&rsquo; OVRA, cominciano a funzionare dappertutto anche i &ldquo;Tribunali Speciali&rdquo;,e, cos&igrave;, agli oppositori del regime non restano vie di scampo:<br />
	-molti vengono arrestati e incarcerati (come Antonio Gramsci e Alfredo Violante);<br />
	-altri vengono mandati al confino (come Sandro Pertini e Vincenzo Calace);<br />
	-altri fuggono all&rsquo;estero per tentare di organizzare da qui un piano di resistenza e di lotta ( i fratelli Rosselli se ne vanno a Parigi, Gaetano Salvemini emigra negli Stati Uniti, Giuseppe Di Vittorio si rifugia in Francia, poi passa in Russia e successivamente se ne va a combattere in Spagna contro i fascisti di Francisco Franco;<br />
	-i pi&ugrave;, tuttavia, restano in Italia e sono costretti ad abbassare la testa: Guido Dorso resta ad Avellino, A. De Viti De Marco se ne sta a Roma, Benedetto Croce si rintana a Napoli, Tommaso Fiore rimane ad Altamura e Piero Delfino Pesce, come gi&agrave; detto, &egrave; costretto a ritirarsi a Mola.<br />
	Per la verit&agrave;, bisogna dire che durante la fase del pieno consolidamento della dittatura fascista, Araldo Di Crollalanza, che &egrave; figlio della baronessa Maria Noya di Mola e che &egrave; un uomo di punta del governo di Mussolini, sollecita pi&ugrave; volte Piero Delfino Pesce a collaborare col regime fascista, ma ne riceve un rifiuto sempre sdegnoso e perentorio.<br />
	In quegli anni che si caratterizzano per oscurantismo culturale e per vuota e tronfia retorica, Piero Delfino Pesce viene sorretto dalla forza del suo pensiero e dalla sua grande predisposizione verso ogni forma d&rsquo;arte, e in particolare verso il teatro, la musica e la pittura (scrive ben 18 testi teatrali, oggi misconosciuti a Mola!). Tommaso Fiore, non a caso lo chiama &ldquo;Il pi&ugrave; gentile fiore del sapere!&rdquo;<br />
	Piero Delfino Pesce cessa di vivere la sera dell&rsquo;11 dicembre 1939 in seguito ad un attacco di cuore:<br />
	ci ha lasciato una straordinaria lezione di vita e di impegno antifascista che non deve mai essere dimenticata!<br />
	Guido Lorusso</p>
<p style="text-align: justify; "><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/PD-Pesce-1922-3°-da-sin-fila-centrale.jpg"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-3289" height="341" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/PD-Pesce-1922-3°-da-sin-fila-centrale.jpg" title="PD Pesce 1922 - 3° da sin fila centrale" width="480" /></a></p>
<p>	DIDASCALIE FOTO<br />
	Foto n.1: Piero Delfino Pesce parla alla gente in un comizio svoltosi a Bari all&rsquo;esterno del Teatro Piccinni, prima del consolidarsi del regime fascista (la foto &egrave; tratta dal volume &ldquo;Mola tra Ottocento e Novecento&rdquo;, a cura del CRSEC BA/15, Edizioni dal Sud, Bari 1985).<br />
	Foto n.2: Piero Delfino Pesce (a fianco di Rita Majerotti, sulla destra) con i membri del Comitato dell&rsquo;Alleanza del Lavoro, Bari 1922. (la foto &egrave; tratta dal volume &ldquo;Omaggio a Piero Delfino Pesce&rdquo;, a cura del CRSEC BA/15, con testi di Guido Lorusso, Edizioni dal Sud, Bari 1989).</p>
]]></content:encoded>
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		<title>MOLA ALLA FINE DEL 1400</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 19:25:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[II- Il Castello di Mola Abbiamo visto come Anselmo descrisse la nostra citt&#224;: &#8220;Mola parvum est oppidum, circumcirca fortibus muris cinctum, habens parvum fortalicium&#8221;[ un piccolo borgo, cinto da forti mura, con una piccola fortezza]. &#160; La piccola citt&#224; con poderose mura era quella che volle Carlo I d&#8217;Angi&#242; nella lettera del 6 giugno 1277 [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify; "><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/2-castello.jpg"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-3166" height="360" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/2-castello.jpg" title="2-castello" width="480" /></a></p>
<p style="text-align: justify; ">II- Il Castello di Mola</p>
<p>	Abbiamo visto come Anselmo descrisse la nostra citt&agrave;: &ldquo;Mola parvum est oppidum, circumcirca fortibus muris cinctum, habens parvum fortalicium&rdquo;[ un piccolo borgo, cinto da forti mura, con una piccola fortezza].</p>
<p><span id="more-3165"></span></p>
<p style="text-align: justify; ">&nbsp;</p>
<p style="text-align: justify; ">La piccola citt&agrave; con poderose mura era quella che volle Carlo I d&rsquo;Angi&ograve; nella lettera del 6 giugno 1277 scritta a Venosa: &ldquo;Poich&eacute; abbiamo deciso di provvedere a rendere abitabile quel luogo che si chiama Mola per la comodit&agrave; di coloro che si trovano di passaggio ed anche per la sicurezza della costa, in modo che i pirati non abbiano una comoda base per assalire i nostri fedeli sud&not;diti, ancor prima che gli uomini si rechino ad abitare questo luogo, &egrave; bene che questa terra sia circondata da mura e fortificata af&not;finch&eacute; non possa essere assalita dai predoni. Perci&ograve;, abbiamo inviato gli ingegneri Pietro di Angicourt e Giovanni da Toul, nostri fa&not;migliari e fedeli sudditi, a compiere sul pre&not;detto luogo di Mola, con l&#39;aiuto eventuale di altri ingegneri della locativa circonvicina, un diligente sopralluogo della zona al fine di progettare e quindi provvedere alla misura e alla qualit&agrave; delle mura che occorre costrui&not;re nel citato luogo di Mola: ed inoltre, per fare una stima diligente e precisa circa la spesa occorrente.<br />
	Inoltre, il detto ingegnere Pietro di An&not;gicourt, venuto poco fa presso la corte, ha riferito che egli e Giovanni (da Toul) si sono recati presso i luoghi di cui sopra e, dopo aver convocato dei mastri muratori baresi, esperti nella costruzione delle mura, con do&not;cumento ufficiale, tutti concordemente hanno fatto un preventivo sulla base del quale per chiudere la terra di Mola perimetralmente occorrono delle mura per 250 canne di lun&not;ghezza e 2 canne di altezza fino all&#39;andito, con lo spessore di mezza canna, e dall&#39;andito fra il pettorale e i merli di un&#39;altra canna, dello spessore di una canna e mezza. Per ci&ograve; che riguarda i merli, uno sia con feritoia e l&#39;altro senza; c cos&igrave; tutto il muro, che sar&agrave; della lunghezza di 250 canne, e dell&#39;altezza totale, fino alla sommit&agrave; dei merli [di canne tre]&rdquo; (testo riportato da M. Calabrese nel suo libro a pagina 187). <br />
	Carlo I d&rsquo;Angi&ograve;, per un comodo soggiorno durante le sue visite fece costruire anche un palazzo (palatium) all&rsquo;interno delle mura della citt&agrave;. Infatti, con lettera del 19 gennaio 1279, ordin&ograve; al Giustiziere di Terra di Bari di realizzare la sua residenza con annessa cisterna, sotto la guida del soprastante Alberico de Mornay. Il Giustiziere s&rsquo;impegn&ograve; immediatamente a realizzare un fabbricato lungo 10 canne, largo 3 canne e mezza ed alto 4 canne, con relativa cisterna di 10 canne per 3. Non furono date indicazioni precise nei documenti angioini sull&rsquo;ubicazione di tale palazzo. <br />
	Il re si limit&ograve; a dire che il &laquo;predictum palatium fieri debet ab uno capite muri ambitus dicte terre, usque ad aliud caput eiusdem terre&raquo;; in altri termini di porre il palazzo tra due mura opposte. Tuttavia, tenuto conto della struttura della citt&agrave; edificata, non si comprende dove potesse essere situato il palazzo. La nuova Mola, infatti, era racchiusa in un quadrilatero irregolare i cui lati erano di canne 115, 43, 66, 33. <br />
	Due autori francesi, Patrick Boucheron e Jacques Chiffoleau, nella loro opera &ldquo;Les palais dans la ville&rdquo; &ndash; Lyon, 2004 &ndash; riportano il saggio di Jean-Marie Martin, il quale afferma a pagina 88 che &ldquo;le palais de Mola utilise deux des murs d&rsquo;enceintres (il se trouve donc dans un angle de la muraille)&rdquo; [il palazzo di Mola utilizza due delle mura di cinta (si trova dunque in un angolo della muraglia)]. Una soluzione abbastanza ragionevole, anche se in contrasto con il testo letterale del documento angioino: non tra due mura opposte, ma fra due mura convergenti in un angolo. <br />
	Il palazzo fu completato nel luglio 1280, l&rsquo;anno successivo la cisterna (o cisterne) e l&rsquo;annesso giardino. Si deve ritenere che le cisterne, realizzate in seguito, non potevano essere sotto ma affiancate al palazzo. Secondo le istruzioni regie dovevano avere una profondit&agrave; necessaria fino a ritrovare acqua (usque quo perveniretur ad aquam vivam). <br />
	Il sovrano venne in visita a Mola nel mese di novembre 1279, quando ancora le opere non erano state completate, e not&ograve; tanta umidit&agrave; nelle stanze del palazzo, nonostante il gran fuoco acceso nel camino. I tecnici reali constatarono che il terreno su cui poggiava la costruzione era umido, che tale umidit&agrave; impregnava i tufi del palazzo e che in prossimit&agrave; del fabbricato sgorgava dal terreno una fonte inesauribile, acqua fresca e buona.<br />
	Quella sorgente non fu sufficiente per&ograve; a riempire le cisterne, tanto che il Re ordin&ograve; al Giustiziere di Terra di Bari, con lettera del 25 luglio 1281, di far costruire un &ldquo;aqueductus&rdquo;, in pratica una semplice conduttura di creta ben cotta che doveva portare l&#39;acqua pio&not;vana dal tetto del palazzo alla cisterna. <br />
	Quel palazzo &egrave; ritenuto parte dell&rsquo;attuale castello, cos&igrave; com&rsquo;&egrave; scritto nel sito del Comune e nelle segnaletiche, ma &egrave; proprio vero? <br />
	Fra le tante obiezioni possibili la pi&ugrave; lampante appare quella dell&rsquo;ubicazione del manufatto. Ed, infatti, il &ldquo;palatium&rdquo; fatto costruire dal re Carlo d&rsquo;Angi&ograve; era all&rsquo;interno delle mura della citt&agrave;, ma il castello descritto durante gli avvenimenti tra la fine del &lsquo;400 e l&rsquo;inizio del &lsquo;500 era all&rsquo;esterno delle mura.<br />
	Abbiamo visto che Anselmo indic&ograve; una piccola fortezza come unit&agrave; distinta dalla citt&agrave; murata. Ma soffermiamoci brevemente anche sugli avvenimenti che si svolsero durante le due occupazioni dei Veneziani.<br />
	Nel periodo compreso tra il mese di giugno ed il mese di luglio 1495 i Veneziani sbarcarono con il loro esercito sulla costa molese. Non fu necessario alcun combattimento per occupare la citt&agrave;, in quanto i cittadini molesi preferirono arrendersi senza alcuna ostilit&agrave;. Allo stesso tempo, non fu possibile espugnare il castello dove erano asserragliati gli Aragonesi.<br />
	Infatti, sier Bernardo Grimani, nel prendere possesso di Monopoli nel 1496 come governatore della citt&agrave;, si arrabbi&ograve; moltissimo della mancata conquista del castello di Mola e diede ordine che il castellano non uscisse dalla rocca, &ldquo;sotto pena del capo&rdquo; (castellano ut stare debeat clausus nec ullo modo exeat castellum et fortilicium sub pena capitis &ndash; Deliberazione del Senato Mar., Reg. 14, c. 88 &ndash; Archivio di Stato di Venezia).<br />
	Nel 1509 i Veneziani furono sconfitti ad Agnadello (Cremona) ed un&rsquo;armata aragonese part&igrave; da Napoli con il compito di liberare i porti pugliesi. Anche Mola fu liberata dopo un assedio condotto brillantemente da Guglielmo Noya, colonnello di caval&not;leria, gi&agrave; distintosi in precedenti batta&not;glie.<br />
	Al&not;la partenza dei Veneziani, salutata con giubilo dalle popolazioni che forse spera&not;vano in un miglior trattamento, Gaspare Toraldo riebbe il suo feudo e, poich&eacute; Polignano era stata elevata a marchesato, ottenne il titolo di marchese di Mola e Polignano.<br />
	Il castello aveva subito notevoli danni ed il feudatario attu&ograve; un radicale restauro tramite l&rsquo;architetto militare Evangelista Menga da Copertino, che gli diede l&rsquo;attuale forma di poligono stellato.<br />
	Dopo l&rsquo;incoronazione di Carlo V, avvenuta il 23/10/1520, si riaccesero le ingordigie dei regnanti per una nuova spartizione dell&rsquo;Italia. E fu cos&igrave; che i Veneziani si diressero con il loro esercito per riprendersi i porti pugliesi. <br />
	Nei &ldquo;Diarii&rdquo; Marino Sanuto scrisse: &laquo;A d&igrave; 12 domenica fo il giorno di Pasqua &#8230; Monopoli si ha reso alla Signoria nostra, et cuss&igrave; Mola et Polignano, et li oratori di la comunit&agrave; di Mola, mia 40 de l&igrave; (cio&egrave; che dista 40 miglia da l&igrave;), &egrave; venuti con gran jubilo a darsi a S. Mar&not;co &raquo;.<br />
	Veniva spiegato l&rsquo;entusiasmo dei molesi di ritornare sotto il dominio veneto con la<br />
	relazione inviata al Senato, nella quale veniva spiegata la con&not;dizione dei molesi sotto il barone Toraldo: &ldquo;I cittadini erano venuti in tanta calamit&agrave; e miseria che non possevano resistere pi&ugrave; ma andavano dispersi et vagabondi, pejori che cingani, andavano mangiando le erbe crude come animali bruti e ci&ograve; specialmente per colpa del barone che aveva posseduto le terre dopo il tanto rimpianto dominio ve&not;neto&rdquo;. Il resoconto terminava dicendo che: &laquo;Polignano &egrave; del tutto nostro et cuss&igrave; Monopoli; la terra de Mola se ha reso, ma el Castello se tiene&raquo;. <br />
	Dal castello sparavano con le bombarde palle di pietra sulla citt&agrave; e sulle navi. Una galea veneziana, &ldquo;la Bemba&rdquo; fu gravemente danneggiata. Anche l&rsquo;abitato di Mola, vicinissimo alle artiglierie, sub&igrave; molti danni, come risulta da una relazione del barone di Lecce, il quale arrabbiato concluse: &laquo;vol levarsi e andare a prendere la rocha di Mola che ha molto daniz&agrave; la terra&raquo;.<br />
	Il castello, quindi, era al di fuori delle mura e non risulta da alcun documento che le mura fatte costruire da Carlo d&rsquo;Angi&ograve; dopo il 1277 fossero state modificate, &ldquo;in peius&rdquo;, peraltro, restringendo l&rsquo;area della citt&agrave; che aveva invece bisogno di pi&ugrave; spazio per l&rsquo;aumento degli abitanti.<br />
	Nella carta antica di Mola, rappresentata nell&rsquo;articolo, risulta del tutto evidente che la citt&agrave; murata ed il castello erano due entit&agrave; distinte.<br />
	Se l&rsquo;attuale castello non &egrave; l&rsquo;ampliamento del palazzo fatto costruire da Carlo d&rsquo;Angi&ograve; &egrave; possibile indicare una diversa origine?<br />
	Nella prima parte si &egrave; detto che Mola fu ceduta prima a Giovannella Gesualdo, in seguito a Riccardo Aldemorisco e quindi a Landolfo IV Maramaldo. Nessuno di questi risulta abbia fissato la propria dimora nella nostra citt&agrave;.<br />
	Nel 1464 Mola fu concessa in feudo a Luigi (o Niccol&ograve;) Toraldo che fece invece della nostra citt&agrave; la sua residenza. I feudatari dell&rsquo;epoca erano molto diffidenti verso le popolazioni amministrate e preferivano avere un palazzo separato dalle abitazioni cittadine e facilmente difendibile. Ed il palazzo di Luigi Toraldo non poteva essere il primitivo castello? <br />
	Nel 1491 il feudo di Mola pass&ograve; da Luigi a suo fratello Gaspare, il quale abitava nel castello, quando fu assediato dai Veneziani. E fu lo stesso Gaspare a chiedere l&rsquo;intervento di Evangelista Menga per dare al castello la forma attuale.<br />
	Guido Angiulli Di Palma (Rivista dell&#39;Istituto italiano dei Castelli &ldquo;Castellum&rdquo;, Roma <br />
	Castel S. Angelo, 1972 pagg. 40-42) afferma che: &laquo;del complesso angioino[...], si sono rinvenuti residui murari, del primitivo spessore di mezza canna, costituiti da conci in pietra rozzamente <br />
	squadrati secondo la tecnica muraria dell&#39;epoca e conformemente alle caratteristiche <br />
	inevitabili di quasi tutte le costruzioni militari, costruite sempre in fretta e spesso con <br />
	materiale d&#39;accatto&raquo;.<br />
	L&rsquo;attribuzione di quelle &ldquo;pietre rozzamente squadrate&rdquo; al palazzo angioino non &egrave; avvalorata da documenti, ma soltanto da ipotesi seppur ragionevoli. Mi permetto, tuttavia, far osservare che Carlo d&rsquo;Angi&ograve;, se dispose che le mura dovessero essere &ldquo;de bonis quadrellis incisis bona calce et arena&rdquo; (di buone pietre quadrate unite con buona calce e sabbia), perch&egrave; non doveva richiedere la stessa cura per il proprio palazzo? Ed ancora, si pu&ograve; affermare con certezza che quei residui murari non appartengano a costruzioni di due secoli successivi?<br />
	Una riflessione ed un approfondimento dell&rsquo;argomento ritengo siano doverosi.</p>
<p style="text-align: justify; "><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/3-terra-bari1.jpg"><img alt="" class="aligncenter size-full wp-image-3167" height="380" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/04/3-terra-bari1.jpg" title="3-terra bari1" width="480" /></a><br />
	&nbsp;</p>
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		<title>MOLA ALLA FINE DEL 1400</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 23:03:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[I- La descrizione di Giovanni Adorno Sappiamo che Mola fu rifondata nel 1277 e che il suo era un piccolo borgo abitato da 150 famiglie circa. La vita dei nuovi abitanti fu certo stentata per i terreni da dissodare rimasti incolti da secoli, per la mancanza d’imbarcazioni, per l’assenza d’altre attività produttive. Tuttavia, dopo la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/03/1-mola-antica.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-3068" title="1- mola antica" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/03/1-mola-antica.jpg" alt="" width="452" height="333" /></a></p>
<p><strong>I- La descrizione di Giovanni Adorno</strong></p>
<p>Sappiamo che Mola fu rifondata nel 1277 e che il suo era un piccolo borgo abitato da 150 famiglie circa. La vita dei nuovi abitanti fu certo stentata per i terreni da dissodare rimasti incolti da secoli, per la mancanza d’imbarcazioni, per l’assenza d’altre attività produttive.</p>
<p><span id="more-3067"></span>Tuttavia, dopo la partenza nel 1350 degli invasori ungheresi, cominciò un periodo di relativa calma che permise lo sviluppo delle attività produttive relative all’agricoltura ed alla pesca.</p>
<p>Nelle campagne vi erano vaste estensioni di terreni con alberi di olivo, di mandorlo e di carrubo; notevoli erano le colture di ortaggi; non mancavano coltivazioni di grano, orzo e avena. Importante era la pastorizia con 1.500 capi di grosso  bestiame e 18.000 di bestiame minuto.</p>
<p>Si svilupparono, inoltre, i trasporti via mare. Infatti, Mola aveva una discreta attività commerciale con altri porti «intra regnum» (Vieste, Trani, Bari, Monopoli, Otranto) ed «extra regnum» (Serenissima Repubblica di Venezia e le città dalmate di Ragusa, Cattaro, Antivari e Dulcigno). Le «tratte», in altre parole i prodotti esportati, riguardavano soprattutto olio, frumento, orzo, ceci, fave. Il mezzo di trasporto utilizzato si chiamava «grippo», una barca introdotta dopo i frequenti contatti con i marinai veneti nei loro numerosi fondachi sulla costa adriatica.  Alcune famiglie molesi trassero notevoli vantaggi nel commercio dei prodotti esportati e divennero ben presto benestanti; i loro cognomi risultano dai documenti di viaggio: Berlingerio, Colletta, Caczuolo, Colonna, Giannotto, Greco, Lionello, Lucortho, Marinello, ecc.</p>
<p>I redditi prodotti nella nostra città si incrementarono di molto. Quando Giovanna II, la vanitosa regina che dilapidò il tesoro reale ebbe bisogno di un prestito, concesse Mola a garanzia di 8.000 ducati offerti da Giovannella Gesualdo. Dopo pochi anni la città fu riscattata, ma la regina, alla ricerca di altro  denaro liquido, cedette nuovamente Mola per 6.500 ducati all’ammiraglio e consigliere della corona Riccardo Aldemorisco. Ancora altra cessione di credito ed i molesi finirono nelle mani di Landolfo IV Maramaldo, uomo spregevole, “usuraio armato”, come lo definì lo storico De Blasiis.</p>
<p>Nel 1436, scomparsa la regina Giovanna II, il nuovo sovrano di Napoli, Alfonso d’Aragona, preferì non saldare il debito e riconobbe Landolfo Maramaldo barone di Mola, titolare di tutte le giurisdizioni e dei corpi feudali. Un incarico che cessò nel 1449 allorché lo stesso Alfonso glielo tolse, so¬spettando della sua fedeltà. Nel 1464 il nuovo re di Napoli Ferdinando I concesse Mola in feudo a Luigi o Niccolò Toraldo (De Santis, a pagina 63, afferma che Ferrante I, con diploma del 21 maggio 1464, dichiarava Mola legalmente ed esclusivamente sua e la donava a Niccolò Toraldo; altri autori parlano di Luigi).</p>
<p>I redditi della città di Mola provenivano in gran parte dai commerci marittimi. I viaggi duravano diversi giorni e nel borgo rimanevano nell’attesa le trepidanti mogli. Un paese che sembrava abitato in prevalenza da donne e, a tal proposito, è interessante esaminare il resoconto di due famosi viaggiatori dell’epoca, Anselmo Adorno e suo figlio Giovanni.</p>
<p>Anselmo era discendente da un genovese che si era stabilito a Bruges ed era membro della corte del duca di Borgogna e dei re di Scozia. Suo padre Pietro, che aveva compiuto due pellegrinaggi a Gerusalemme, aveva fatto costruire nella sua città una cappella che era una replica del Santo Sepolcro e quindi un ospizio per i pellegrini, che divenne rifugio anche della sorella del re di Scozia, scacciata dal fratello Giacomo III.</p>
<p>Nel 1470 Anselmo fu incaricato di eseguire un viaggio in Terrasanta per ragioni politiche e diplomatiche e di fare una relazione sulla condizione delle terre attraversate, sia degli stati musulmani sia dei paesi della costa pugliese.</p>
<p>Partì da Bruges il 19 febbraio 1470 con alcuni compagni e si unì a Pavia suo figlio Giovanni, studente in quella città. Attraversò l’Egitto, la Palestina, la Siria e, di ritorno, i porti del basso Adriatico.</p>
<p>Rientrato a Bruges, Anselmo incaricò suo figlio Giovanni di stilare un resoconto sul viaggio eseguito. Un manoscritto che redatto in latino nei sei mesi successivi su pergamena, fu consegnato al re di Scozia Giacomo III; altra copia per uso proprio rimase a Bruges.</p>
<p>L’interessante documento restò sconosciuto al pubblico per diversi secoli, finché non fu acquistata una copia il 2 gennaio 1894 dal canonico Hautcouer, che ne fece dono alla Biblioteca delle Facoltà Cattoliche di Lille. Il resoconto di viaggio fu poi pubblicato nel 1978 da Jacques Heers e Geogette De Groer con il titolo “Itinéraire d’Anselme Adorno en Terre Sainte (1470-1471). Nel manoscritto, tuttavia, il titolo del resoconto era «Itinerarium Anselmi militis in Asiam et Africam descriptum a filio eijusdem Johanne de Brugis, per annum 1470, et dedicatum regi Scotiae».</p>
<p>Del bellissimo documento, redatto in latino, risulta per noi interessante, in primo luogo, la descrizione della Puglia che esamineremo soltanto nella versione italiana: “La Puglia o Apulia è una provincia quasi del tutto posta sul mare. E’ molto estesa e credo che sia la più fertile al mondo per la produzione di olio e di grano. Produce in abbondanza anche dell’eccellente vino, altri prodotti agricoli ed è ai primi posti per l’allevamento del bestiame e soprattutto dei maiali. E’ una regione  pianeggiante, dal clima temperato, caldissima d’estate, ma molto gradevole per la presenza di alberi da frutta e di diverse erbe profumate, che crescono ovunque nei campi spontaneamente senza l’intervento dell’uomo. Il terreno è molto sabbioso, ed è per questo che le strade non sono erose dalla pioggia, ma al contrario sono rese da essa più solide. La Puglia conta un grande numero di città importanti e belle, borghi fortificati e castelli. Lecce è la città più grande della regione, che dista da Brindisi 24 miglia, ma dieci dal mare. Molti ebrei ci abitano, pagandovi una tassa. Taranto è una città molto bella, il cui signore, il principe di Taranto, un tempo fu più potente del re. Nardò è una grande città. Otranto si trova sopra una cavità a picco sul mare. Ma ci sono altre città e noi ne abbiamo attraversato soltanto alcune, come vedremo in seguito”.</p>
<p>Dopo la descrizione di Monopoli  (“E’ città con sede vescovile sul litorale, non dispone propriamente di un porto, ma di una spiaggia. E’ molto popolata e gli abitanti, che traggono grande profitto dai loro uliveti, sono ricchi. Intorno alla città per più di trenta miglia sia i campi sia i prati sono pieni di uliveti.</p>
<p>Infatti ci sono boschi di ulivi, che è piacevole attraversare. E’ possibile altrove, come in Siria, in Barbaria, vedere boschi di ulivi, tuttavia questi ci sono sembrati più piacevoli a guardarli e più grandi, poiché si trovavano in una zona pianeggiante. La città è ben fortificata. Ma a poco meno di tre miglia c’è un castello sul mare che orienta in ogni occasione le scelte della città. Dista ventiquattro miglia da Ostuni”), segue quella di Mola (“Prima di raggiungere Mola, siamo passati per un grande paese chiamato Polignano, densamente popolato da gente dabbene, situato sul mare a sei miglia da Monopoli. E’ un piccolo borgo, cinto da forti mura, con una piccola fortezza. Le case sono alquanto scarse. In questo luogo sono molto più numerose le donne, tant’è che ci sono quattro donne per ogni uomo. Mola dista da Monopoli quindici miglia.”).</p>
<p>Nella versione originale il testo della seconda parte è il seguente: “Mola parvum est oppidum, circumcirca fortibus muris cinctum, habens parvum fortalicium. Domus satis exiguae sunt. Eo in loco femellae multo plures sunt viris, ita quod quattuor sunt feminae respectu unius viri. Distat enim Mola a Monopoli miliaribus XV”.</p>
<p>Sembra incredibile come in pochissime parole Giovanni Adorno sia riuscito a fornire una rappresentazione tanto complessa della nostra città, riferita all’anno 1471!</p>
<p>La prima considerazione che se ne trae è che Mola era un piccolo borgo (“parvum oppidum”). Adorno, nella sua relazione, chiamò “civitas”: Brindisi, Ostuni, Monopoli, Bari, Molfetta, Trani, Barletta, Manfredonia, Monte Sant’Angelo, Siponto e Troia; “oppidum”: Carovigno, Mola, Giovinazzo, Foggia.  In sostanza, descrivendo la Puglia Adorno affermò che la regione “Multas in se magnas et pulchras civitates ac oppida et castra habet (conta un gran numero di città importanti e belle, borghi fortificati e castelli)”. Faceva una distinzione, quindi, di centri più importanti dal punto civile ed ecclesiastico (civitas) e di agglomerati meno importanti, ma in ogni caso con ragguardevole popolazione, struttura economica ben definita ed organizzazione politica (oppida).</p>
<p>Altra distinzione individuava tra piccoli insediamenti sprovvisti di mura (“villae”) e centri fortificati (“castra”). Così, ad esempio, Polignano era descritta come una “villa”. “Castra” erano definiti molti centri urbani in qualche misura fortificati. Unità distinte e spesso separate rappresentavano i castelli.</p>
<p>Altri autori (ad esempio Vincenzo Massilla in “Commentarii…”, 1551) individuavano le strutture abitative in: “civitas, oppidum, casale, locus, terra, villa.</p>
<p>Ritornando alla descrizione di Mola, notiamo che ulteriore osservazione Adorno riportava per la struttura complessiva della città: “circumcirca fortibus muris cinctum (cinto da forti mura)”. Al viaggiatore appariva, quindi, evidente la cinta delle mura robuste che attorniava tutta la città, così come la volle Carlo d’Angiò. Le case del centro urbano erano tuttavia piccole e insufficienti rispetto agli abitanti (Domus satis exiguae sunt). Sappiamo, infatti, che ad ogni famiglia furono assegnate otto canne quadrate (circa 18 mq.) per l’abitazione e la stalla: si trattava di una piccola stanza e di un minuscolo locale per l’eventuale animale posseduto. All’epoca del viaggio, quasi certamente, non tutti gli abitanti di Mola risiedevano all’interno delle mura: infatti, la città di Mola fu edificata per 150 famiglie e alla fine del 1400 aveva una popolazione più che raddoppiata.</p>
<p>La crescita della popolazione continuò successivamente. Infatti, dai registri sulla tassa per il “focatico” del 1532 risultavano censite 464 famiglie che passarono a 745 nel 1545, a 770 nel 1561, a 1044 nel 1595.</p>
<p>A partire dalla seconda metà del ‘500, nel borgo abitavano soltanto i marinai e le antiche famiglie. I ceti emergenti costruirono, invece, le loro abitazioni al di fuori delle mura e lungo le vie sterrate che portavano verso Polignano, Rutigliano e Bari. Venne a formarsi un largo che era denominata la Piazza, centro di ritrovo per gli abitanti, per lo svolgimento dei mercati, per le assemblee cittadine, per la divulgazione di bandi pubblici. Le mura avevano perduto la caratteristica di difesa e tanti ricavarono piccole aperture per l’ingresso delle loro abitazioni.</p>
<p>Nel periodo della sosta a Mola i viaggiatori notarono la presenza di tante donne e pochi uomini (Eo in loco femellae multo plures sunt viris, ita quod quattuor sunt feminae respectu unius viri-[ In questo luogo sono molto più numerose le donne, tant’è che ci sono quattro donne per ogni uomo]). Il fatto non poteva spiegarsi che con l’assenza da casa dei mariti di quelle donne: uomini imbarcati sui natanti di Mola per i lunghi viaggi verso i porti della Dalmazia e dei domini veneziani. Il borgo, quindi, era abitato prevalentemente da marittimi.</p>
<p>Dalla città, in ogni caso, era separato un piccolo fortilizio o castello:  “habens parvum fortalicium”.</p>
<p>(segue la seconda parte: “Il castello di Mola”)</p>
<p>Giovanni Miccolis</p>
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		<title>LA CHIESA ED IL CONVENTO DI SAN DOMENICO</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 18:19:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Parte II I lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella “Platea dei Beni Capitolari”; i Domenicani possedevano 862 opere; le [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/Interno-della-Chiesa-dedicata-alla-Madonna-del-Rosario.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2753" title="Interno della Chiesa dedicata alla Madonna del Rosario" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/Interno-della-Chiesa-dedicata-alla-Madonna-del-Rosario-228x300.jpg" alt="" width="228" height="300" /></a>Parte II</p>
<p style="text-align: justify;">I lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella “Platea dei Beni Capitolari”; i Domenicani possedevano 862 opere; le monache di Santa Chiara  avevano 137 opere; i francescani erano, per così dire, i più poveri, tanto che si occupavano di commercio che fu ritenuto attività di contrabbando.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2752"></span>Guido Lorusso attesta che: “Grandissimo peso economico aveva conseguito…il Convento di San Domenico: anche questo possedeva vaste proprietà terriere con oliveti, vigneti, terre seminatoriali e giardini…e aveva pure forti interessi nella produzione e nella commercializzazione dell’olio d’oliva (Mola e la Terra di Bari nell’Età Napoleonica, Schena, 1995).</p>
<p style="text-align: justify;">Determinante per il prestigio del clero fu l’attività dei laici svolta nell’ambito delle Confraternite esistenti nella Matrice (Confraternita del SS. Sacramento,  C. della Morte e C. di San Rocco), nella chiesa della Maddalena (Confraternita dell’Addolorata e C. Maria SS. Assunta), nella chiesa di Loreto (Confraternita del Sacro Monte del Purgatorio e C. della Purificazione di Maria) e nella chiesa dei Domenicani (Confraternita del SS. Rosario). A quest’ultima “&#8230;con decreto del 29 febbraio 1769, il re Ferdinando IV concedeva il regio assenso alle regole dell&#8217;Arcíconfraternita del SS. Rosario, attribuendole la personalità giuridica, con diritto non solo di associarsi, di acquistare, di possedere, ma anche di partecipare alle pubbliche processioni” (Mancini). Le Confraternite avevano un certo numero di congregati obbligati a determinate attività, organi direttivi che controllavano e regolavano le funzioni del sodalizio, arredi e rendite proprie. Tra i sodalizi non mancarono contrasti per diritti e precedenze. Uno fu quello tra la Confraternita dell’Addolorata e quella del SS. Rosario. Fino al 1859 la precedenza nelle processioni religiose spettava alla Confraternita del SS. Rosario. L’altra, avvalendosi di un decreto regio a suo favore del 1826, ne reclamò la precedenza. Per alcuni decenni, nelle processioni, se era presente una Confraternita, l’altra disertava il rito. La sentenza della Congregazione del Concilio del 25 maggio 1901 restituì il diritto alla Confraternita del SS. Rosario. L’altra fece ricorso civile nel 1906 presso il Tribunale di Bari. Nel 1910 vi fu la sentenza definitiva che riportava al ”SS. Rosario” l’antico privilegio. Da ultimo, vorrei ricordare l’esistenza della sfortunata Confraternita di San Giorgio, sparita unitamente alla cappella esistente sulla via vecchia per Conversano.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Convento dei Domenicani fu edificato a sinistra della chiesa – tra la seconda metà del 1500 ed il 1620 &#8211;  fino alla strada che attualmente è denominata via Manzoni. Al lato opposto vi erano i giardini del sacerdote don Nicola de Leonibus, chiamati dai molesi “i ciardéine de liaun”, Alle spalle vi era un terreno adibito a sepoltura dei fedeli e, di seguito, i vasti giardini dei monaci. Il diritto di sepoltura (jus sepeliendi) fu dovunque oggetto di controversia con il Capitolo. Nel 1595 la Sacra Congregazione  aveva emanato norme sulla questione dei funerali: “&#8230;portandosi i cadaveri de’ defunti a sepelire nelle Chiese di Regolari, e giunto il cadavere dentro la Chiesa loro, non potesse il Clero secolare farvi altre funzioni sopra&#8230;che i preti secolari non havessero altro che la quarta funerale della cera debita alla Parrocchiale, che i medesimi cadaveri li portassero à drittura alla Chiesa de’ Regolari nella quale devono essere sepolti, senza portarli prima alla Chiesa parrocchiale per pigliare l’ultimo vale, e che finalmente si portasse la Croce sola della Chiesa della sepoltura&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Di fronte alla chiesa partiva una strada (attuale via Cesare Battisti) sulla quale si incontravano la chiesetta di sant’Oronzo, la chiesetta del Cuore di Gesù, il monastero delle Clarisse e la cappella dell’Assunta. Alle spalle della chiesa ed il convento non vi erano abitazioni; di fronte era presente uno spiazzo (la futura Piazza degli Eroi) che era il ritrovo animato dei contadini, i quali cercavano lavoro (a premmèette) e discorrevano dei loro problemi.</p>
<p style="text-align: justify;">Davanti al Convento vi era anche un grande frantoio che fu protagonista dei terrificanti avvenimenti del 1799. Infatti, dopo le incursioni nei palazzi dei notabili, all’alba del 6 febbraio Pietro Balzano distribuì ai suoi una lista delle persone da incarcerare e nelle ore successive vi fu un mesto pellegrinaggio verso il trappeto di San Domenico. Alle sei di mattina gli sventurati prigionieri erano rinchiusi nelle carceri improvvisate e venne letto il solenne decreto che condannava tutti alla fucilazione. Era il primo giorno di quaresima e l’Arciprete, accompagnato da altri sacerdoti, chiese un atto di clemenza. Allo stesso tempo, don Carlo Rinaldi e numerosi familiari dei carcerati si presentarono con grosse borse di denaro. Alle sante parole dei prelati, ma soprattutto alla vista di tanto denaro, i guardiani lasciarono liberi tutti i prigionieri, fuorché Michele Baldassarre, il poveretto che mesi prima, per dovere d’ufficio, aveva letto il dispaccio reale sulla leva forzosa. Nei suoi confronti fu stilato un nuovo decreto di condanna alla fucilazione ed immantinente Rocco Scarimbolo gli pose i “ceppi” ai piedi scalzi e lo trascinò dove era radunata una folla urlante. Sante Campanile, novello Pilato, si rivolse alla moltitudine per sapere cosa dovevano farne di quello sciagurato. E in tanti gridarono: “fucilatelo”. Il condannato chiese prima di essere graziato, quindi un sacerdote per confessarsi, ma i “carnefici” gli negarono anche quest’atto di misericordia. Lo consegnarono quindi a dei brutti ceffi che, spingendolo, colpendolo con calci e pugni, sputandolo ripetutamente, lo trascinarono fino alla Piazza, dove Vito Susca e la Papella gli tirarono due schioppettate. Il poveretto cadde sanguinante al suolo, mentre tutti gli altri che avevano un fucile od uno schioppo gli spararono contro rendendo il corpo irriconoscibile (Città Nostra n. 24- Furore).</p>
<p style="text-align: justify;">Lasalandra afferma che:  	“L&#8217;incidenza dei padri domenicani nella vita sociale di Mola fu notevole non solo in ragione della loro azione religiosa, ma anche per i vasti possedimenti di cui disponevano. La loro presenza invogliò alcuni molesi ad entrare nel monastero. Infatti negli atti del capitolo generale dell&#8217;ordine tenutosi a Parigi nel 1611 si legge: « Fr. Vincentius de Mola assignatur studio S. Eustorgii de Mediolano»; ed in quelli del capitolo generale tenutosi nel 1618 a Lisbona: «Assignamus in studentes pro rata provinciae &#8211; Apuliae &#8211; in studio Bononiensi&#8230; fr. Jordanum de Mola »”. Pur confermando l’importanza ed il prestigio che i Domenicani ebbero nella città di Mola, ritengo che la notizia sui nomi dei monaci riferita da Lasalandra possa essere (in parte) non rispondente al vero. Infatti, l’Archivium Fratrum Praedicatorum (Archivio Generale dell’Ordine dei Predicatori- A.G.O.P.), presso l’Istituto Storico Domenicano di Roma, Convento di Santa Sabina, riporta che Vincenzo di Mola apparteneva al convento di Gaeta (AGOP IV. 13, f. 63). Ho trovato, invece, un omonimo nel convento di Rutigliano nell’anno 1695: &#8220;priorem Vincenzium a&#8217; Mola&#8221;. Ciò non significa che i Domenicani non abbiano affascinato giovani molesi, inducendoli ad entrare in  convento. I Frati Predicatori erano zelanti studiosi delle Sacre Scritture ed eccellenti oratori e tra essi si ritrovano personalità eccezionali quali Tommaso d’Aquino, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Pio V e Benedetto XIII.</p>
<p style="text-align: justify;">Dopo i disordini del 1799 giunsero in Puglia i Francesi e con le disposizioni napoleoniche furono soppressi gli Ordini Religiosi, risparmiando soltanto i conventi francescani. Inizialmente si salvarono le comunità con meno di dodici unità (legge del 13 febbraio 1807), ma anche queste furono oggetto di “liquidazione” col successivo decreto del 7 agosto 1809 ed a Mola ne fece le spese il Convento dei Domenicani che aveva appena 10 professi. Ai fini dell’applicazione della disposizione regia, il ministro della Marina e del Culto Nicola Luigi Pignatelli di Cerchiara richiese a tutti gli Ordinari Diocesani, in data 26 settembre 1807, il censimento dei monasteri con meno di dodici unità.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p style="text-align: justify;">Le clarisse riuscirono a mantenere un patrimonio sufficiente per le proprie necessità. Anche il Capitolo Collegiale superò il difficile momento con danni sopportabili; nel 1842 la Collegiata era composta da un arciprete, due primiceri, ventidue canonici e un clero ricettizio di diciotto partecipanti.</p>
<p style="text-align: justify;">L’effettivo esproprio dei domenicani avvenne nel 1813 a favore del Comune. Tale Ente utilizzò i locali per la Gendarmeria Reale, il Carcere e per gli uffici del Municipio; nel contempo vendette, con aste pubbliche, le ricchissime terre già appartenute ai monaci. Gli acquirenti furono naturalmente i cittadini benestanti delle ricche famiglie molesi.</p>
<p style="text-align: justify;">Giuseppe Napoleone, con decreto dell’8 dicembre 1806, aveva istituito nuove sedi circondariali mandamentali e, tra queste, era compresa Mola, che utilizzò parte dei locali dell’ex convento a Gendarmeria Reale e Carcere Mandamentale, come riferito in precedenza. Gli uffici comunali comprendevano anche l’Ufficio di Conciliazione, il Corpo di Polizia Urbana, i Corpi delle Guardie Campestri e Notturne, il Servizio Sanitario, le Poste e Telegrafi, la Ricevitoria del Registro.</p>
<p style="text-align: justify;">La Pretura Mandamentale fu soppressa tra il 1923 ed il 1924 per modifiche dei Distretti Giudiziari ed i locali adibiti a carcere furono utilizzati, per altri due decenni circa, come custodia provvisoria dei detenuti.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1928, con l’intervento dell’ing. Vincenzo Chiaia, l’immobile adibito ad uffici comunali fu notevolmente modificato nell’aspetto esterno e nell’articolazione interna: la facciata del palazzo richiamava ampiamente gli stili architettonici del regime fascista. L’ing. Vincenzo Chiaia di Rutigliano era un rinomato professionista, molto stimato come direttore di imponenti lavori pubblici: egli fu, tra l’altro, direttore dei lavori per la realizzazione della Banca d’Italia a Bari, progettata dall’ing. Biagio Accolti Gil. L’edificio ristrutturato fu sede del Municipio fino al 1993.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine del 1700 la popolazione di Mola era di 8.400 abitanti ed una nuova espansione urbanistica si ebbe nei decenni successivi nel primo tratto dell’attuale via Matteotti (nei pressi del Calvario) e sul suolo dei giardini del sacerdote don Nicola de Leonibus ( l’attuale via V. Emanuele).</p>
<p style="text-align: justify;">Nel 1940 la popolazione di Mola era di circa 25.000 abitanti e le case delle strade periferiche distavano circa un chilometro dall’unica parrocchia esistente, quella della Matrice. Per questo mons. Marcello Mimmi istituì il 4 novembre 1945, nella chiesa di San Domenico, la nuova parrocchia della Beata Vergine del Rosario e conferì il possesso canonico a don Bruno Aloja. Tale intervento fu ritenuto insufficiente dal Prelato, il quale, il 10 dicembre 1949, istituì altra parrocchia, quella di Santa Maria di Loreto.</p>
<p style="text-align: justify;">Don Bruno Aloja, appena insediato, volle istituire una sezione dell’Azione Cattolica per rendere la nuova comunità religiosa centro di ritrovo e di crescita sociale e culturale, ma tale attività fu osteggiata dall’arciprete mons. Francesco Bitetto. Questi, in realtà, non voleva allontanare dalla Matrice tanti fedeli che animavano le attività della chiesa, e per giustificare la sua contrarietà avanzò pretesti vari, tra i quali l’offerta annuale di una candela alla Matrice quale sottomissione al tempio che aveva dato origine alla nuova parrocchia. La paziente insistenza di don Bruno riuscì a vincere la resistenza di mons. Bitetto. Il nuovo curato ritenne anche che era necessario acquisire alcuni locali dell’ex convento, confinanti con la chiesa, per le attività della comunità e per la creazione della casa parrocchiale. Anche in questo caso vi fu un’azione tenace di don Bruno, questa volta verso i politici locali, per acquisire il piccolo edificio tra il tempio ed il Municipio, già adibito a carcere, ed alcuni locali retrostanti che si affacciavano nel chiostro dell’antico convento. Negli anni successivi il vecchio edificio fu abbattuto ed al suo posto fu edificata la casa canonica con il decisivo contributo del nuovo parroco e di sua sorella. Nel 1980 fu realizzato nella Chiesa un grande affresco del pittore barese Umberto Colonna (1903-1993), in omaggio alla Madonna del Rosario; lo stesso autore aveva già realizzato nel 1965 altro splendido affresco nella Chiesa della Maddalena, sempre dedicato alla Madonna del Rosario.</p>
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		<title>LA CHIESA ED IL CONVENTO DI SAN DOMENICO</title>
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		<pubDate>Sat, 02 Jan 2010 17:36:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[De Santis, nel ricordare la Chiesa di San Domenico, afferma: “E’ la più ampia fra quelle che adornano il borgo; è ad una sola navata, senz&#8217;arte e senza fregi, e prospetta una vasta piazza, che prende nome da lei. Vi è annesso un Convento pur vasto, fondato fin dal 1577 per una famiglia di Predicatori [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">De Santis, nel ricordare la Chiesa di San Domenico, afferma: “E’ la più ampia fra quelle che adornano il borgo; è ad una sola navata, senz&#8217;arte e senza fregi, e prospetta una vasta piazza, che prende nome da lei. Vi è annesso un Convento pur vasto, fondato fin dal 1577 per una famiglia di Predicatori sotto l&#8217;invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un&#8217;altra di Padri Domenicani”.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2599"></span><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/FACCIATA-S.-Domenico-inizio-900.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2600" title="FACCIATA S. Domenico inizio 900" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/FACCIATA-S.-Domenico-inizio-900-190x300.jpg" alt="" width="190" height="300" /></a>Dalle sue parole sembrerebbe che in quel luogo sia esistita una comunità di Carmelitani, sostituita successivamente da una di Domenicani, fatto prontamente contestato da Raffaella Lasalandra nel suo studio pubblicato nel libro “Pagine di Storia Molese”: “Le ricerche da me effettuate conducono alla conclusione che a Mola non è mai esistito un convento di quell&#8217;ordine.  Elemento abbastanza indicativo a sostegno di questa tesi è anche il fatto che nei volumi dei «Legati» dell&#8217;A.C.M. non è mai citato un lascito ad eventuali carmelitani di Mola”.</p>
<p style="text-align: justify;">In effetti, agli atti dell’Archivio Generale dell’Ordine Carmelitano di Roma, la “busta” intitolata Apulia-Commune Provinciae 1590-1699,  contenente la “Lista dei Priori et Frati della Provincia di Puglia”, cita 23 conventi in comuni della Provincia, tra i quali Bari, Noja e Putignano, ma non la nostra città.</p>
<p style="text-align: justify;">Mola non aveva, quindi, un convento di Carmelitani, fondato nel 1577 e scomparso in meno di venti anni. Resta il fatto però che la Chiesa in esame era dedicata in origine alla Madonna del Carmine e furono proprio i  Carmelitani dell&#8217;antica osservanza (o Carmelitani calzati) a diffondere la venerazione della Beata Vergine del Monte Carmelo ed a promuovere l’erezione di chiese in suo onore; il loro Ordine si chiamò: Ordo Fratrum Beatissimae Mariae Virginis de Monte Carmelo.</p>
<p style="text-align: justify;">Mancini ritiene che una comunità di Frati Predicatori sia esistita prima del 1577, quando passò nella nuova chiesa la confraternita del SS. Rosario:  “Ad iniziativa dell&#8217;Ordine dei Predicatori e col generoso contributo di non pochi concittadini di ogni classe sociale, nella prima metà del secolo XVI fu costruita l&#8217;ampia chiesa di S. Domenico. Appena si fu installata nell&#8217;annesso convento una comunità di Frati Predicatori, il primo superiore, a mezzo del Generale Padre Sisto Fabri, chiese al sommo pontefice Gregorio XIII (1502-1585) che la confraternita del SS. Rosario, dalla Chiesa Matrice (ove da oltre un secolo officiava nella cappella attualmente dedicata a S. Rocco), si trasferisse nella nuova chiesa dei Domenicani. Ottenuto l&#8217;assenso apostolico, nell&#8217;agosto del 1577 la confraternita passava nella nuova chiesa con l&#8217;obbligo di mantenere il culto verso la Madonna del Rosario nella cappella a Lei dedicata e di corrispondere un canone annuo di ducati 2,57 alla Comunità Domenicana, che riservava a sé la sola direzione spirituale della confraternita, lasciando questa pienamente libera nell&#8217;amministrazione dei propri beni”.</p>
<p style="text-align: justify;">
<p><img class="size-medium wp-image-2601 alignleft" title="PIAZZA inizio 9oo" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/PIAZZA-inizio-9oo-300x191.jpg" alt="" width="300" height="191" /></p>
<p style="text-align: justify;">I “Frati Predicatori” sono citati come fondatori della Chiesa sia da De Santis che da Mancini, ma probabilmente con un diverso significato. De Santis afferma: “…una famiglia di Predicatori sotto l&#8217;invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un&#8217;altra di Padri Domenicani”, con una precisa distinzione tra “Predicatori” e “Domenicani”. Mancini parla, invece, dei “Frati Predicatori” appartenenti all’Ordine dei Predicatori e l’Ordo Fratum Praedicatorum è proprio quello dei Domenicani.</p>
<p style="text-align: justify;">Fatte queste necessarie premesse, si può ragionevolmente affermare che a Mola vi siano stati frati carmelitani che favorirono la costruzione di una chiesa dedicata alla Madonna del Carmelo, ma non crearono una loro stabile comunità, fatto attribuibile, invece, ai frati predicatori (domenicani).</p>
<p style="text-align: justify;">Altro problema esiste per quanto riguarda l’anno di fondazione: De Santis ritiene che il convento sia stato fondato nel 1577; Mancini considera già esistente la Comunità dei Domenicani quando nell’agosto 1577 passò nella nuova chiesa la Confraternita del SS. Rosario. Il 1577 è accettato come anno di fondazione anche da due rinomati studiosi: Michele Garruba nella “Serie critica de’ sacri pastori baresi”  (1844, rist. an. Forni ed.) e Gerardo Cappelluti ne “L’ordine domenicano in Puglia: saggio storico”  (Ed. C.E.T.I., 1965).</p>
<p style="text-align: justify;">Lasalandra, al contrario, ritiene che l’anno di fondazione sia stato il 1591 ed a comprova cita fonti autorevolissime:</p>
<p style="text-align: justify;">l’A.S.O.P.  (Analecta Sacri Ordinis Fratrum Praedicatorum)  che riferisce: «Molensis sub titolo SS. Rosario, in diocesi Barensi, anno 1591 fundatus.. »;</p>
<p style="text-align: justify;">l’Archivio Generale dei Frati Predicatori: «Mola Hospitio: fu fondato nelli 1591»;</p>
<p style="text-align: justify;">Giovanni Michele Piò &#8211; Della nobile e generosa progenie del Patriarca Domenico in Italia &#8211; Bologna, 1615: «Al luogo di Santa Maria del Rosario di Mola fondato nel 1591».</p>
<p style="text-align: justify;">Accettando, però, la data indicata da Lasalandra non si spiegano gli avvenimenti narrati da Mancini del quale vale la pena ripetere le parole: “ Appena si fu installata nell&#8217;annesso convento una comunità di Frati Predicatori, il primo superiore, a mezzo del Generale Padre Sisto Fabri, chiese al sommo pontefice Gregorio XIII (1502-1585) che la confraternita del SS. Rosario, dalla Chiesa Matrice… si trasferisse nella nuova chiesa dei Domenicani. Ottenuto l&#8217;assenso apostolico, nell&#8217;agosto del 1577 la confraternita passava nella nuova chiesa con l&#8217;obbligo di mantenere il culto verso la Madonna del Rosario…”. Il Papa citato, Gregorio XIII, morì il 10 aprile 1585. Sisto Fabri fu il 50° Maestro Generale dei Domenicani dal 1583 al 1589.</p>
<p style="text-align: justify;">Lasalandra insiste nel ritenere la data 1591 come quella di fondazione e sostiene che: “Volendo accettare il 1577 come anno di fondazione sembra perlomeno strano che i testatori locali, prodighi in punto di morte verso i religiosi in genere, si ricordino per la prima volta dei domenicani solo 1&#8217;11 febbraio 1595, data in cui Matteo Drago nel suo testamento lasciò 5 ducati «per la fabrica di Santo Domenico»”.  La stessa, ad ogni modo, esclude quanto asserito dalla rivista Japigia che propone come data il 1597: “è la meno attendibile in quanto è dell&#8217;8 ottobre 1595 l&#8217;intervento del Cardinale Alessadrino in favore dei domenicani perché ad essi fossero consegnati i paramenti sacri della cappella del S. Rosario nella chiesa matrice dell&#8217;omonima Confraternita, di cui i padri predicatori erano divenuti i direttori spirituali”. E’ la stessa notizia riferita da Mancini e, comunque, risultante dal verbale riportato nel volume 15° “Conclusioni Capitolari” &#8211; Archivio Capitolare Molese.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Cardinale Alessandrino che intervenne a favore dei Domenicani di Mola non è  Michele Ghislieri. Questi si fece chiamare “cardinale alessandrino” dopo la nomina fatta da Paolo IV, in ricordo della sua infanzia; assunse il nome di Pio V quando fu chiamato al soglio pontificio e morì il 1° maggio 1572. Si tratta, invece, del cardinale Carlo Michele Bonelli, il quale fu soprannominato “l’’Alessandrino”, perché nipote del papa Pio V.</p>
<p style="text-align: justify;">Appena costruito il loro convento, i Domenicani di Mola, come è stato già ampiamente riferito, chiesero che la Confraternita del SS. Rosario si trasferisse nella loro chiesa, perché l’origine della devozione della Madonna del Rosario nacque proprio dopo l’apparizione a san Domenico in Prouille (Francia), nel primo convento da lui fondato.</p>
<p style="text-align: justify;">In Terra di Bari vi erano altre confraternite del SS. Rosario, tutte riferibili ai Domenicani: Capurso (1578), Casamassima (1577), Cassano Murge (1576), Grumo Appula (1578).</p>
<p style="text-align: justify;">La devozione verso la Madonna del Rosario si accrebbe dopo la battaglia di Lepanto del 7 ottobre 1571, che terminò con la sconfitta della flotta ottomana ad opera della “Lega Santa”. Il successo fu attribuito all’intercessione della Madonna del Rosario, che il papa Pio V volle chiamare “Madonna della Vittoria” ed istituì la festa nel giorno del trionfo dei Cristiani sui Musulmani. Il quadro della Madonna esistente nella Chiesa</p>
<p style="text-align: justify;">fu dipinto da Fabrizio Santafede (1560-1634) poco dopo la battaglia di Lepanto.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/S-DOMENICO-inizio-900.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2602" title="S DOMENICO inizio 900" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2010/01/S-DOMENICO-inizio-900-300x209.jpg" alt="" width="300" height="209" /></a>Nella Matrice, la cappella della Confraternita del SS. Rosario rimase vuota. Mancini sostiene: “Rimasta libera la cappella del Rosario nella Chiesa Matrice, con atto pubblico dell&#8217;11 luglio 1578, rogato per mano del notaio Valente de&#8217; Valentis, il Capitolo, rappresentato dall&#8217;arciprete don Francesco Susca e da parecchi canonici, la cedette in perpetuo al signor don Francesco Carafa, marchese di Polignano e barone di Mola ed ai suoi eredi, con l&#8217;obbligo di collocarvi un nuovo quadro della Vergine del Rosario e di versare al Capitolo, il 15 agosto di ciascun anno, un canone di sei ducati. Il Capitolo, da parte sua, si obbligava di celebrare ogni sabato una Messa in onore della Madonna del Rosario e per la remissione dei peccati del marchese e di sua moglie donna Rosa Toralda,  vita durante e in suffragio delle loro anime dopo la morte”.</p>
<p style="text-align: justify;">Mola, in quel periodo, era stata venduta al marchese di Polignano. Lorenzo Giustiniani, nel suo “Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli”, scrisse: «Mola di Bari città regia della provincia, che porta il nome appunto di Bari, e per distinguerla dall&#8217;altra appellata di Gaeta, va così nominata nella carte&#8230; Nel 1436 da Alfonso I fu venduta a Landolfo Maramaldo per ducati 6.300. Per la sua ribellione nell&#8217;anno 1446 da Ferdinando fu venduta a Niccolò Toraldo, nella cui discendenza si conservò fino al 1551, quando ad istanza de creditori fu venduta insieme colla terra di Polignano a Giovanni Francesco Carafa per ducati 35.000. Nel 1583 fu poi venduta a Vincenzo della Tolfa per ducati 50.000. L&#8217;università cercò il Regio demanio, ed avendolo ottenuto, vendè tutti i corpi feudali al Conte di Conversano per ducati 53.500».</p>
<p style="text-align: justify;">Il marchese di Polignano non rispettò i propri impegni, quasi certamente per problemi economici, e così la Cappella rimase vuota. In seguito, l’arcivescovo di Bari mons. Giambattista Ettore Caracciolo vi fece collocare alcune statue di santi che furono rimosse soltanto dopo oltre due secoli. In realtà, vi furono subito delle rimostranze, ma dopo la morte del prelato avvenuta nel 1780 vi era gran disordine nella diocesi che rimase senza vescovo fino al 1792, quando prese possesso mons. Gennaro Maria Guevara Suardo.</p>
<p style="text-align: justify;">I padri domenicani, dopo aver ottenuto il trasferimento del quadro della Madonna del Rosario, già contenuto nella primitiva Cappella, pretesero anche “tutti i legati di S. Messe e di ufficiature già appartenenti alla cappella del Rosario della Matrice” (Mancini).</p>
<p style="text-align: justify;">Naturalmente vi furono contestazioni violente del Capitolo, ma l’intervento del cardinale Alessandrino, come riferito in precedenza, fu a favore dei Domenicani, ordine al quale apparteneva il prelato. I sacerdoti della Matrice continuarono ad opporsi alla cessione e, come riferisce Mancini: “&#8230;Nel novembre 1598, il padre priore dei domenicani, fra Giovanni Donato da Castellaneta, reclamava ancora la cessione dei lasciti e il Capitolo, dopo animata discussione, decise di rimettersi al giudizio del Vicario Generale&#8230;”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il contrasto non si affievolì negli anni successivi. Nel 1616 vi fu una rabbiosa occupazione della cappella, così come informa Lasalandra: “L&#8217;arciprete Orazio Susca, i procuratori del Capitolo Matteo Santacroce e Giuseppe Parato, il sagrestano Francesco Ruggíeri, i sacerdoti  Brancaccio Mutassi, Vito Caputo, Giovanni d&#8217;Angelo, Angelo Antonio Zuccarino, occuparono la cappella&#8230;”. La stessa autrice aggiunge: “Leonardo Aloysio di Conversano, conservatore apostolico del monastero dei domenicani di Mola, ricorse prontamente al papa Paolo V. Il risultato fu ovviamente in favore dei padri predicatori considerata l&#8217;enorme protezione di cui l&#8217;ordine godeva dovunque”.</p>
<p style="text-align: justify;">Il 26 maggio 1616 il Capitolo fu condannato a pagare un risarcimento in “cera bianca” e così la vertenza si risolse definitivamente.</p>
<p style="text-align: justify;">(segue la seconda parte)</p>
<p style="text-align: justify;">
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		<title>A PROPOSITO DEL CASTELLO</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Dec 2009 20:14:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Carlo d&#8217;Angiò, per un comodo soggiorno durante le sue visite, fece costruire sue residenze che chiamò &#8220;Palatia&#8221; a Bari, Barletta, Brindisi, Melfi, Mola e Villanova. I primi quattro palazzi furono edificati all&#8217;interno dei castelli fortificati preesistenti, gli altri due (Mola e Villanova) nelle nuove città, al momento stesso della costruzione delle mura. Per il palazzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Carlo d&#8217;Angiò, per un comodo soggiorno durante le sue visite, fece costruire sue residenze che chiamò &#8220;Palatia&#8221; a Bari, Barletta, Brindisi, Melfi, Mola e Villanova.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-2500"></span>I primi quattro palazzi furono edificati all&#8217;interno dei castelli fortificati preesistenti, gli altri due (Mola e Villanova) nelle nuove città, al momento stesso della costruzione delle mura. Per il palazzo di Mola utilizzò due angoli delle mura e si trovava quindi all&#8217;interno della nuova città e lungo le mura  (Patrick Boucheron, Jacques Chiffoleau &#8211; 2004  &#8220;Les palais dans la ville: espaces urbains et lieux de la puissance publique &#8230;&#8221;? &#8211; Pagina 88). Per dire il vero, questa soluzione interpretativa in parte contrasta con il testo  del documento (predictum palatium fieri debet ab uno capite muri ambitus dicte terre, usque ad aliud caput eiusdem terre), ma sembra la più logica perchè, date le misure delle mura innanzi citate, non si comprende dove potesse essere situato il palazzo per stare fra due mura opposte. Il Re, con lettera del 19 gennaio 1279, ordinò al Giustiziere di Terra di Bari di realizzare il Palatium con relativa cisterna, sotto la guida del soprastante Alberico de Mornay. Il Giustiziere s&#8217;impegnò immediatamente a realizzare un fabbricato lungo 10 canne, largo 3 canne e mezza ed alto 4 canne, con annessa cisterna di 10 canne per 3 (non furono date indicazioni precise nei documenti angioini sull&#8217;ubicazione del palazzo molese, che alcuni studiosi ritengono sia il nucleo del fabbricato poi ampliato da Gaspare Toraldo nel 1509, l&#8217;attuale castello; fatto improbabile, come vedremo tra poco).  Il palazzo fu completato nel luglio 1280, l&#8217;anno successivo la cisterna (o cisterne) e l&#8217;annesso giardino. Si deve ritenere che le cisterne, realizzate successivamente, affiancassero il palazzo: secondo le istruzioni regie dovevano avere una profondità necessaria fino a ritrovare acqua (usque quo perveniretur ad aquam vivam). Questo particolare ci fa presumere che il fabbricato non poteva trovarsi sul litorale, perché scavando avrebbero trovato soltanto acqua marina, non utile quindi per usi potabili. Ci fa ritenere anche che non poteva coincidere con l&#8217;attuale castello in riva al mare e fuori delle mura della città; il riferimento che si fa come &#8220;castello angioino&#8221; dovrebbe ritenere inesatto. Durante la prima dominazione veneziana, nel giugno/luglio 1495, anche gli abitanti di Mola preferirono arrendersi ai veneziani senza combattere. Per quanto riguarda Mola occorre dire però che fu conquistata solo la città, mentre il castello, che era separato dalle mura, rimase in saldo possesso degli Aragonesi. Tuttavia subì notevoli danni con l&#8217;assedio veneziano e Toraldo, il feudatario, attuò un radicale restauro tramite l&#8217;architetto militare Evangelista Menga da Copertino, che gli diede l&#8217;attuale forma di poligono stellato. Anche durante la seconda dominazione veneziana non fu possibile espugnare il castello di Mola che rimase, ancora una volta, nelle mani degli imperiali. Castello di Mola, come già detto, che era all&#8217;esterno delle mura e non all&#8217;interno come il palazzo fatto costruire da Carlo I d&#8217;Angiò. Nelle relazioni veneziane fu scritto: «Polignano è del tutto nostro et cussì Monopoli; la terra de Mola se ha reso, ma el Castello se tiene». Dal castello gli imperiali sparavano con le bombarde sulla città e sulle navi. Una galea veneziana (la Bemba) fu colpita da una bombarda. L&#8217;abitato di Mola, vicinissimo alle artiglierie, subì molti danni, come risulta da una relazione del barone di Lecce, il quale arrabbiato concluse: «vol levarsi e andare a prendere la rocha di Mola che ha molto danizà la terra». Il castello, quindi, era al di fuori delle mura e non risulta da alcun documento che le mura fatte costruire da Carlo d&#8217;Angiò dopo il 1277 fossero state modificate, &#8220;in peius&#8221;, peraltro, restringendo l&#8217;area della città che aveva invece bisogno di più spazio per l&#8217;aumento degli abitanti.</p>
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		<title>19 GIUGNO, NASCE DON SPORTELLI</title>
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		<pubDate>Fri, 12 Jun 2009 16:40:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Giovanni Miccolis</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 19 aprile era il giorno in cui morì il venerabile Cesare Sportelli. Qualcuno ha rievocato la ricorrenza? Ritengo di no, anche se si trattava di una domenica. Tra poco ricorre un altro anniversario, la nascita del nostro concittadino avvenuta a Mola il 19 giugno 1701 e con l&#8217;occasione voglio mantenere l&#8217;impegno che presi con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il 19 aprile era il giorno in cui morì il venerabile Cesare Sportelli. Qualcuno ha rievocato la ricorrenza? Ritengo di no, anche se si trattava di una domenica.<br />
<span id="more-1844"></span>Tra poco ricorre un altro anniversario, la nascita del nostro concittadino avvenuta a Mola il 19 giugno 1701 e con l&#8217;occasione voglio mantenere l&#8217;impegno che presi con la pubblicazione del libro sulla vita del nostro Venerabile, su invito del carissimo amico don Franco Fanizza.<br />
Nella presentazione ricordai che avevo utilizzato una copia poco leggibile e forse incompleta della pubblicazione del padre Claudio Benedetti, postulatore della causa di beatificazione. Ho provveduto ad acquisire altra copia, abbastanza leggibile e sicuramente completa, che metto a disposizione in formato &#8220;<a href="http://www.citta-nostra.it/pdf/sportelli1.pdf">pdf</a>&#8221;  su questo sito (mi sono accorto &#8211; successivamente alla pubblicazione del libro e con l&#8217;acquisizione di altra copia &#8211; che nella precedente mancavano le ultime sei pagine contenenti le notizie dei miracoli).<br />
Nel frattempo ho ricevuto copia della nota che il nuovo postulatore della causa di beatificazione, padre Benedetto D&#8217;Orazio, scrisse a don Francesco Bitetto il giorno 8 gennaio 1946 per nuove notizie sul Venerabile e copia delle trascrizioni fatte dall&#8217;arciprete di Mola circa il battesimo di Barbara Pavia e Felice Sportelli. Anche tali documenti sono presenti su questo sito.</p>
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		<title>PRESENTATO IL LIBRO SUL MOLESE SPORTELLI</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Dec 2008 13:53:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Katia Rizzi</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[L&#8217;Associazione &#8220;Città Nostra&#8221; ha presentato ieri sera nella ristrutturata cappella-oratorio dell&#8217;Assunta il libro &#8220;Il venerabile Cesare Sportelli ed il suo mondo&#8221;. Dopo l&#8217;introduzione del Direttore Nicola Lucarelli, hanno svolto le relazioni Don Franco Fanizza, parroco del Sacro Cuore e il dott. Giovanni Miccolis, autore del saggio. Ecco la relazione di Miccolis. Il libro che viene [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><img class="aligncenter size-large wp-image-681" title="3" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2008/12/3-1024x736.jpg" alt="3" width="491" height="354" /></p>
<p style="text-align: justify;">L&#8217;Associazione &#8220;Città Nostra&#8221; ha presentato ieri sera nella ristrutturata cappella-oratorio dell&#8217;Assunta il libro &#8220;Il venerabile Cesare Sportelli ed il suo mondo&#8221;.</p>
<p style="text-align: justify;"><span id="more-673"></span>Dopo l&#8217;introduzione del Direttore Nicola Lucarelli, hanno svolto le relazioni Don Franco Fanizza, parroco del Sacro Cuore e il dott. Giovanni Miccolis, autore del saggio. Ecco la relazione di Miccolis.</p>
<p style="text-align: justify;">Il libro che viene qui presentato intende far conoscere meglio il nostro Venerabile concittadino, il buon Cesare Sportelli che è sempre stato un personaggio poco conosciuto, seppur protagonista di tutto rilievo della meravigliosa avventura dei Redentoristi.<br />
La sua docilità, la completa disponibilità e la sincera umiltà nella missione da lui scelta, sono stati sempre superficialmente valutati, in maniera tale da indurre in errore ed offuscare i meriti di un personaggio principale nella costruzione della gloriosa Congregazione.<br />
Di lui purtroppo non solo mancano notizie sull&#8217;esatto luogo di sepoltura, ma si rilevano scarse conoscenze sulla sua vita e sulle sue attività per poter apprezzarne le virtù e le qualità umane, morali e spirituali.<br />
Dopo un primo e scarno profilo biografico pubblicato su &#8220;Città Nostra&#8221;, avvertii un certo interesse ad approfondire l&#8217;argomento in don Franco Fanizza, parroco del Sacro Cuore e mio caro amico d&#8217;infanzia. Nei primi mesi di quest&#8217;anno riuscii a reperire una copia del libro pubblicato nel 1937, contenente le lettere scritte da Cesare (Clemens M. Henze, &#8220;Epistolae Ven. Servi Dei Caesaris Sportelli&#8221;- Edizione &#8220;Sumptibus Domus Generalitiae&#8221;, via Merulana 31, Roma) e, dopo averlo scannerizzato, lo misi a disposizione sul sito della rivista &#8220;Città Nostra&#8221; per sensibilizzare i concittadini sulla figura del nostro Venerabile. La prefazione in latino del libro, che la prof.ssa Catia Campanile ha gentilmente trasposto in italiano, contiene, è pur vero, notizie biografiche, ma sicuramente insufficienti per coinvolgere i molesi nella riscoperta del nostro Venerabile. Le lettere, peraltro, poche notizie forniscono sulla vita di un uomo schivo, consacrato interamente alla missione che si era scelta. Mi misi alla ricerca quindi dei rari documenti scritti a suo tempo e delle eventuali biografie sul nostro insigne concittadino.<br />
Iniziali documenti possono essere considerati gli scritti di Alfonso de&#8217; Liguori nei quali si ritrovano numerose lettere dirette a Cesare Sportelli, delegato a reggere le Case Religiose di volta in volta costituite. Lo stesso Alfonso sentì il bisogno di scrivere un compendio della vita del suo amato compagno. Prese appunti e ne annunciò l&#8217;impegno al ministro del Re, Carlo De Marco (scrisse: &#8220;dovendosi dare alle stampe la storia di sua vita&#8221;), promessa non realizzatasi per l&#8217;incalzare degli eventi, difficoltà varie che portarono anche all&#8217;allontanamento di Alfonso dalla Congregazione per lungo periodo. Ed infatti, negli anni successivi al 1750, la vita della nuova Congregazione continuò ad essere sempre più travagliata. Nelle difficoltà legali Alfonso era stato coadiuvato egregiamente dall&#8217;ex avvocato Cesare, come nel caso di Pagani. Purtroppo, con la morte del molese, dovette personalmente combattere contro i nemici dell&#8217;ordine religioso e risolvere i problemi economici che divenivano spesso assillanti. Inoltre, nel 1762 il Papa Clemente XIII lo volle vescovo di Sant&#8217;Agata dei Goti, anche contro la sua volontà e potè rientrare in Congregazione &#8211; a Pagani &#8211; soltanto nel 1775, quando ormai era vecchio e sofferente per l&#8217;artrite che gli aveva deformato la spina dorsale e gli impediva di tenere alzata la testa. Se poco dopo il 1750 Alfonso si interessò per iniziare le pratiche di introduzione alla causa di beatificazione di Cesare, negli anni successivi la soluzione di numerose difficoltà fu causa di distrazione.<br />
Dalle ricerche fatte ho rilevato che una breve biografia fu scritta da un redentorista vissuto a Pagani ai tempi di Cesare e precisamente Giuseppe Landi, il quale riportò in una diecina di pagine le &#8220;Notizie del servo di Dio p. D. Cesare Sportelli sacerdote professo della Congregazione del SS. Redentore&#8221;. Il documento fu pubblicato dalla tipografia Guerra e Mirri di Roma nel 1893 e  diffuso anche tramite la stampa eseguita dall&#8217;Istituto Tipografico dell&#8217;Orfanotrofio di Avellino nel 1895.<br />
Ancora, presso la tipografia romana già menzionata (Guerra e Mirri) fu pubblicata nel 1911 la cosiddetta &#8220;postulazione&#8221; per la causa di beatificazione redatta da Claudio Benedetti in latino (Nucerina Panagorum beatificationis et canonizationis ven. Dei Caesaris Sportelli&#8230;positio super validate processuum). Per fortuna presso lo stesso editore era già stato riprodotto nel 1893 il documento, questa volta in italiano (Posizioni e articoli per i processi ordinarii su la fama di santità, delle virtù e dei miracoli del servo di Dio Cesare Sportelli).<br />
Dopo le infruttuose ricerche presso le normali biblioteche, è stato possibile reperire presso la Casa Generalizia Redentorista di Roma:<br />
-la biografia di Giuseppe Landi:  un compendio come dicevo di appena dieci pagine, ma atto di grande interesse, perché riporta la testimonianza diretta di un sacerdote che assistette di persona alle prediche e confermò l&#8217;emozione che le sue parole suscitavano; assistette, inoltre, alla riesumazione del corpo conservatosi incorrotto dopo tre anni e sette mesi dalla morte; testo riprodotto per intero sul volumetto;<br />
-la &#8220;postulazione&#8221; in italiano di Claudio Benedetti, composta di 87 pagine e 107 &#8220;articoli e posizioni&#8221;, un documento utilizzato spesso nella narrazione degli eventi che fanno parte del libro e che intendo mettere a disposizione sul sito di &#8220;Città Nostra&#8221; non appena mi sarà possibile acquisire fotocopie con un testo chiaro e facilmente leggibile (quelle attualmente  in mio possesso sono in alcune parti quasi indecifrabili, perché tratte da una copia in cattivo stato di conservazione).<br />
Ho fatto tuttavia ricerche di altri documenti in proposito ed ho accertato che il vescovo di Santa Severina, Alessandro de Risio, scrisse un corposo volume sulla Congregazione dei Redentoristi, nel quale dedicò un lunghissimo capitolo a Cesare Sportelli: Croniche della Congregazione del SS. Redentore. Un&#8217;opera che fu pubblicata a Palermo dall&#8217;editore B. Virzi nel 1858. Anche questo testo è riprodotto per intero nel volumetto di cui trattasi.</p>
<p style="text-align: justify;">Così i documenti reperiti hanno consentito di ricostruire le vicende della vita e della morte gloriosa del nostro concittadino ed esaminiamo qui per grandi linee gli avvenimenti, rimandando, per un approfondimento, alla lettura del libro.<br />
Le sue doti umane e caritatevoli furono subito evidenti nella prima giovinezza e nell&#8217;inizio della sua professione forense. Aveva dinanzi a sé una brillante carriera che gli avrebbe consentito fama e ricchezza. Era procuratore legale del Marchese di Procida ed aveva numerosi clienti tra i notabili della città, ma con la professione legale non trascurava il tempo da dedicare alla preghiera mattutina nella Chiesa di Santa Maria del Rifugio ed alle visite pomeridiane degli ospizi e degli ospedali, dove offriva conforto materiale e spirituale. I suoi risparmi li destinò alla fondazione della Congregazione dei Dottori che doveva avere lo scopo di assistere gratuitamente gli indigenti, abbandonati a sé stessi, soprattutto nel momento del bisogno e della malattia. Anche suo padre era medico e quindi sapeva molto bene quanto fosse necessario un intervento sincero e gratuito verso quegli ammalati che non avevano mezzi di sostentamento.<br />
Cesare era nato a Mola da Bernardino, medico originario di Putignano, e da Barbara Pavia, anch&#8217;essa nata a Mola. Visse nella nostra città per i primi due anni e fu portato da suo zio a Putignano dove venne assistito dalla nonna materna Giovanna Antonia Valerio. Sua madre, infatti, aspettava un altro bambino con una gravidanza che si presentava difficile. A Putignano visse fino all&#8217;età di quattordici anni e andò in seguito ad Acquaviva, dove si era trasferita la sua famiglia per motivi di lavoro. In quella città visse poco più di un anno, il tempo necessario di completare gli  studi superiori, e si trasferì a Napoli per conseguire la laurea in giurisprudenza. Dopo qualche anno fu raggiunto dalla madre e da suo fratello Felice. Vissero insieme e Cesare potè riconoscere ed apprezzare le grandi doti spirituali di sua madre, la quale, quando pregava, si estraniava e andava in estasi. Un giorno i fratelli rimasero perplessi durante un&#8217;estasi silenziosa e prolungata di Barbara, con le braccia alzate e sollevata dal suolo. La madre, ad un tratto, si girò verso i figlioli ed annunciò la morte del padre. Nell&#8217;estasi, infatti, aveva vissuto l&#8217;agonia di suo marito, con uno degli altri doni superiori che ella possedeva. Ed infatti, dopo due giorni giunse il corriere che portò la triste notizia e Cesare dovette partire per Acquaviva e vendere i beni del genitore, devolvendoli alle istituzioni caritatevoli; andò quindi a Putignano, dove fece atto di donazione del palazzo familiare alle Maestre Pie che erano dirette proprio dalla madre. Questa, infatti, era stata designata da mons. Tommaso Falcoia, padre spirituale suo e di Cesare, per dirigere un Conservatorio di fanciulle a rischio e la succursale delle Maestre Pie Filippini.<br />
Mons. Falcoia era anche padre spirituale di Alfonso Maria de&#8217; Liguori, già noto avvocato che aveva abbandonato la professione per dedicarsi ad attività missionarie, e fece incontrare i nostri due protagonisti. Alfonso aveva con sé nove collaboratori, religiosi e laici. Si unì subito dopo Vito Curzio, tesoriere del Marchese di Procida, antico amico di Cesare e suo fervente ammiratore.<br />
Con l&#8217;inizio dell&#8217;attività missionaria, Cesare sistemò i suoi affari legali e si sciolse da ogni responsabilità con i suoi clienti.<br />
Incominciò quindi la gloriosa avventura di quel gruppo di uomini nelle sperdute contrade abitate da contadini e da pastori. Erano tante le difficoltà e ben presto Alfonso fu abbandonato dai suoi compagni tranne Cesare Sportelli e Vito Curzio. L&#8217;attività potè in seguito riprendere e riguadagnare vecchi e nuovi proseliti fino alla costituzione nel 1732 della Congregazione.<br />
Le prediche di Cesare erano appassionanti, tanti provavano commozione e chiedevano con insistenza di essere confessati. Al fine di perseguire  appieno gli scopi della sua missione Sportelli desiderava ardentemente essere sacerdote, ma incontrò notevoli difficoltà perché risultava ancora  residente a Putignano e poteva essere ordinato sacerdote soltanto dal vescovo di Polignano, diocesi che comprendeva anche Putignano. E quel vescovo, mons. Antonio Pini, non voleva concedere la dimissoria, cioè l&#8217;atto che consentiva il conferimento degli ordini sacri da parte di altro prelato e lo svolgimento dell&#8217;ufficio in altra diocesi. Si interessarono in tanti, ma inutilmente. Vani furono i tentativi della duchessa di Andria, di mons. Tommaso Falcoja e del vescovo Costantino Vigilante. Quest&#8217;ultimo, il famoso vescovo di Caiazzo, nominato nell&#8217;incarico da Benedetto XIII, educatore dei giovani sacerdoti redentoristi (Liguorini), riuscì a strappare soltanto le testimoniali per la dimissoria che permettevano la prima tonsura. Cesare interessò anche il suo compagno Alfonso, al quale scrisse una lunga lettera (riportata nel libro) nella quale si parla anche della sua nascita e dei primi anni di vita.<br />
Finalmente, dopo la decisione di Tommaso Falcoja di andare a Roma per ottenere un provvedimento eccezionale, nel 1737 Cesare potè ricevere l&#8217;ordinazione e seguirono 13 anni intensi di attività sacerdotale.<br />
Fu rettore delle più importanti Case Religiose dei Redentoristi, come quelle di Ciorani, di Pagani e di Materdomini. Di quest&#8217;ultima fu egli stesso il fondatore. Incarichi svolti con tutta umiltà, con spirito di servizio, e senza imporre agli altri i diritti che comunque derivavano dal suo mandato.<br />
Svolse tutte le missioni che il suo Superiore gli comandava ed altre ne aggiungeva per guadagnare alla santa causa gli abitanti di villaggi sperduti. Nelle prediche cercava sempre il coinvolgimento emotivo dei presenti con parole ed esempi che facevano meglio comprendere lo spirito del Vangelo. Subito dopo tanti chiedevano di essere confessati e la sua disponibilità durava per tante ore, fino a dieci o dodici ore al giorno. Erano confessioni proficue con la conversione anche di persone che mai si erano avvicinate ai sacramenti. E la sua sapienza nell&#8217;arte del confessare era grandemente ammirata dallo stesso Alfonso che volle citarlo con l&#8217;esempio 45 sugli scritti per Maria Santissima.<br />
Cesare diceva spesso: &#8220;corri, corri peccatore che la Mamma t&#8217;incappa&#8221;. Intendeva cioè &#8220;pescare&#8221; i traviati con un&#8217;esca dolcissima, la Vergine Maria, alla quale era molto devoto e menzionata sempre nelle sue prediche, chiamandola &#8220;Mamma Maria&#8221;.<br />
Subiva con rassegnazione le cattiverie, le ingiustizie e le ingratitudini con esempi che troverete numerosi nel libro. Mai una reazione e tutto risolveva con sopportazione e dolcezza.<br />
Si spostava con frequenza dove la Missione lo chiamava: in Puglia, in Irpinia, a Ciorani, a Pagani, a Materdomini, a Caposele, a Conza, a Contursi e così via. Spostamenti fatti a piedi od al massimo con un asino, sotto il sole cocente, la pioggia sferzante e la gelida neve, per tratturi impervi ed attraversando torrenti con l&#8217;acqua che gli arrivava alle ginocchia.<br />
Quei sacrifici indebolirono alla fine il suo fisico e gli ultimi anni furono un susseguirsi di aggravamenti che fecero più volte temere per la sua vita. Sempre febbre e tosse, indebolimento generalizzato del fisico che talvolta lo lasciavano sfinito, crollato al suolo durante le prediche. Ma mai si arrese: si rialzava a fatica e continuava la sua Missione.<br />
Aveva doti superiori. Durante la preghiera si estraniava completamente dall&#8217;ambiente circostante e talvolta lo videro sollevato dal suolo. Le sue confessioni erano rigorose (come quelle che di recente abbiamo constatato per il nostro amato Padre Pio), ma dolci e persuasive; sempre assolveva e sempre otteneva un risultato positivo. Faceva affermazioni che si dimostravano profetiche, così come riconobbe lo stesso Alfonso per quanto riguarda Villa degli Schiavi e Pagani. Aveva visioni celesti, come quando disse di aver visto la Madonna durante una febbre altissima e gli aveva concesso di rimanere ancora un poco in vita.<br />
Il 14 settembre 1749 sembrò essere arrivata la fine: la febbre era altissima, il corpo immobile ed insensibile, il respiro assente. Ma durante le preghiere per il Santo Viatico mosse le labbra e si riprese pian piano. Seguirono pochi mesi di frequenti ricadute, congiunte a frenetica attività. Quando gli altri gli dicevano di smettere, lui riferiva di conoscere il momento finale della sua vita: nel giorno dedicato al santo sposo di Maria, durante le preghiere della sera e mentre il Superiore era a Melfi per le prediche.<br />
E così avvenne. Il 19 aprile 1750, il giorno in cui è celebrato il patronato di san Giuseppe, spirò mentre i padri erano nell&#8217;oratorio in preghiera ed Alfonso era a Melfi.<br />
A venerare la sua salma accorsero migliaia di fedeli dai paesi vicini e come dice Landi:<br />
&#8230; dopo il suo felice transito, si vide che ognuno cercava le sue robbe usate, come preziose reliquie, e che con queste fece il Signore, varj prodigi, e miracoli per ogni parte, restammo tutti fuori di noi stessi. Non si può credere, e colle sue imagini, e colle sue reliquie, e colla sua invocazione, quante grazie ha dispensato il Signore&#8221;.<br />
La sepoltura fu provvisoria, sotto terra, perché non era stata ancora completata la cappella destinata alla tumulazione dei Padri.<br />
Nella relazione di Benedetti è scritto:<br />
&#8220;Corse notizia della sua morte, tutta la città di Nocera de&#8217; Pagani ne fu commossa.<br />
La mattina seguente da questa città e dai paesi circonvicini concorsero di ogni ceto in grandissimo numero ad assistere al suo funerale in cui fu recitata un&#8217;orazione funebre che commemorava le sue eroiche virtù e le incessanti sue fatiche apostoliche.<br />
La sera colle lacrime dei circostanti fu deposto in una nuova sepoltura provvisoria, donde fu più volte estratto per verificare i miracoli che glorificavano il suo sepolcro&#8221;.<br />
La sepoltura provvisoria era dovuta al fatto che la Casa di Pagani, voluta e profetizzata da Cesare, era in fase di completamento ed al momento della sua morte mancavano alcune strutture accessorie.<br />
La tomba fu più volte riaperta come afferma Benedetti. Dopo pochi mesi fu nuovamente riaperta (come è riportato nella prefazione di Henze), forse in occasione della sepoltura di un confratello e si accorsero che il corpo era intatto e non puzzava. Inoltre, come dice Tannoia:  &#8220;diede sangue avanti i Giudici Ecclesiastici, anche mesi sei dopo la sua morte&#8221;.<br />
Finalmente era stata completata la Cappella destinata a ricevere i corpi dei Padri della Congregazione e come dice Landi:<br />
&#8220;Dopo poi tre anni, e sette mesi, essendo fatta la sepoltura nuova, si stimò cacciarlo via da<br />
quel luogo così umido, e basso, e metterlo insieme cogli altri nella già detta sepoltura. Trattanto si portò sopra il Collegio, e propriamente nella cappella di Maria Addolorata la cassa dove stava riposto il suo corpo, a questo fine appunto, mentre giacchè si sentivano da ogni parte dei suoi miracoli, volevamo vedere, se in nostra presenza avesse dimostrato qualche altra cosa prodigiosa, e come si fosse trovato dopo questo tempo di anni tre, e sette mesi&#8221;.<br />
Dopo quel lungo periodo il corpo era ancora intatto, flessibile e senza puzza. Dai medici fu praticata un&#8217;incisione nel braccio ed uscì sangue. Il tutto fu verbalizzato.<br />
La definitiva sepoltura fu forse la &#8220;Cappella di Maria Addolorata&#8221;, come riferisce Landi, ovvero &#8220;in quella dell&#8217;oratorio che ora sta a sinistra di chi entra nel nostro collegio di Pagani&#8221;, come riferisce Benedetti. Forse gli autori parlano del medesimo luogo, denominato &#8220;Cappella di Maria Addolorata&#8221; nella seconda metà del settecento e &#8220;Cappella dell&#8217;Oratorio&#8221; alla fine dell&#8217;Ottocento.<br />
Occorre precisare, al riguardo, che, con il rientro di Alfonso a Pagani e dopo la sua morte, tutto fu trasformato nella primitiva Casa Religiosa. La costruzione della chiesa era iniziata nel 1756 ed i lavori, con varie interruzioni, durarono ben 47 anni. Tali lavori furono eseguiti sotto la direzione degli architetti regi Antonio e Pietro Cimafonte, allievi del Vanvitelli. La chiesa fu ultimata e consacrata nel 1805, ma successivamente vi furono varie aggiunte e rimaneggiamenti, così che l&#8217;attuale facciata ed altare maggiore risalgono al 1883.<br />
Da aggiungere che, dopo il grave sisma del 1980, fu effettuata una ristrutturazione radicale di tutto il complesso basilicale.<br />
A questo è dovuta l&#8217;affermazione di Henze: &#8220;&#8230; accadde al punto che adesso il luogo della sua sepoltura si ignora completamente&#8221;.<br />
Purtroppo i Redentoristi si dimenticarono per tanto tempo del buon Cesare e quando decisero di avviare la causa di beatificazione (dopo oltre 140 anni) tutto era stato trasformato, tanto da non poter ritrovare più la sua tomba, e si erano avvicendate troppe generazioni, tanto che dei suoi miracoli c&#8217;era un vago ricordo, insufficiente a definire la causa di beatificazione.</p>
<p style="text-align: justify;"><strong>Al fine di portare a termine il progetto di riscoperta di questo straordinario personaggio, &#8220;Città Nostra&#8221; invita chiunque sia in grado di dare notizie o produrre documentazioni sul Venerabile Sportelli a contattare la Redazione.</strong></p>
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		<title>STORIA &#8211; LA BATTAGLIA DI BITONTO</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Oct 2008 11:43:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giovanni Miccolis &#8211; Durante la terribile peste che interessò Mola dal 19 gennaio 1691 al 13 marzo 1692 i territori dei paesi colpiti dal morbo furono isolati dal resto del Regno. Si trattò di un severissimo isolamento di Conversano, Mola, Castellana, Monopoli e Fasano dal resto della provincia per mezzo di un cordone di baracche [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><!--StartFragment--><strong>Giovanni Miccolis</strong> &#8211; Durante la terribile peste che interessò Mola dal 19 gennaio 1691 al 13 marzo 1692 i territori dei paesi colpiti dal morbo furono isolati dal resto del Regno. Si trattò di un severissimo isolamento di Conversano, Mola, Castellana, Monopoli e Fasano dal resto della provincia per mezzo di un cordone di baracche controllate da soldati. La costa era sorvegliata continuamente da feluche che rendevano impossibile l’allontanamento dalla riva di qualsiasi barca. La quarantena era completata da un cordone di baracche controllate da soldati.Altra misura di sicurezza attuata dalle autorità fu una seconda delimitazione di territorio per un controllo totale del contagio e che comprendeva i territori di Bari, Bitonto, Palo, Modugno, Bitritto, Loseto, Cellamare, Turi, Rutigliano, Capurso, Triggiano e Noja. [vedere “<em>Un triste periodo della storia di Mola</em>”- Città Nostra n. 44].Il 5 aprile 1692 i sopravvissuti si raccolsero nelle chiese cittadine e tra canti di gioia salutarono la fine del terribile flagello; allo stesso tempo forse maledissero l’insensibilità del feudatario, Simone II Vaaz.Dimenticati i lutti, i molesi ripresero con tenacia a riorganizzare la loro esistenza e le loro attività. Costanza e fermezza ammirate dai cittadini dei paesi confinanti che definivano i molesi “capa tosta”. In breve la popolazione crebbe fino a novemila abitanti. Aumentarono le produzioni di carrube, olio, mandorle, legumi, fichi secchi. Si sviluppò il commercio dei prodotti agricoli dei paesi limitrofi. Furono costruiti frantoi che producevano olio pregiato. Le barche di Mola trasportavano i prodotti della terra in ogni porto dell’Adriatico e riportavano in patria derrate e manufatti di altri paesi. Molte famiglie borghesi si arricchirono e mostrarono il loro prestigio con palazzi grandiosi e splendide masserie.Il clero era anch’esso ricchissimo per i numerosi lasciti testamentari degli appestati. Possedeva notevoli proprietà terriere, tanti beni immobili, consistenti rendite. I francescani di Santa Maria del Passo si dedicavano anche alla commercializzazione, o per meglio dire al contrabbando di prodotti agricoli.L’Università di Mola chiese di passare sotto il Regio Demanio per allontanare gli odiati feudatari. Un obiettivo raggiunto nel 1755: i Vaaz perdettero la città di Mola, ma continuarono ad abitare nel castello e nei palazzi posseduti….. <!--EndFragment--></p>
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