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	<title>Città Nostra &#187; Storia</title>
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	<description>Il giornale dei molesi</description>
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		<title>LA MEMORIA E LA NOSTRA IDENTITA’</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jan 2012 10:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Renzo Grattegna* Il 27 gennaio 2012, nel sessantasettesimo anniversario dall’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, celebriamo per la dodicesima volta in Italia il Giorno... <a href="http://www.citta-nostra.it/2012/01/23/la-memoria-e-la-nostra-identita%e2%80%99/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Renzo Grattegna*</p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/manifesto-shoah.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9319" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/manifesto-shoah-209x300.jpg" alt="" width="209" height="300" /></a>Il <strong>27 gennaio 2012</strong>, nel sessantasettesimo anniversario dall’apertura dei cancelli di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa, celebriamo per la dodicesima volta in Italia il Giorno della Memoria. Una data che viene ricordata contemporaneamente in molti Paesi europei, e che è divenuta, in questi anni, importante e molto sentita dalla popolazione e dalle istituzioni. Perchè il tentativo di annientamento degli ebrei d’Europa perpetrato dal nazismo e dai suoi alleati, nel segno di una ideologia criminale che si abbattè anche contro altre categorie, teorizzando la supremazia di uomini su altri uomini e portando l’Europa e il mondo a una immane catastrofe, è una parte della nostra storia collettiva che scuote le coscienze, spingendo le persone a chiedersi come possa essere potuto accadere. Molti saggi e opere letterarie hanno posto questioni filosofiche e teologiche in merito alla tragedia della Shoah, quale abisso nella storia umana.</p>
<p><span id="more-9318"></span>Per questo, il monito chela Shoahrappresenta è valido per tutta l’umanità, e da esso nasce l’imperativo: dobbiamo conoscere quel che è stato, perché non dobbiamo permettere che accada di nuovo.L’orrore per quanto avvenuto durante la seconda guerra mondiale fu alla base della fondazione di una Europa  incentrata sui valori del rispetto dei diritti umani e della dignità di ogni persona. E proprio partendo dalla cesura storica chela Shoahrappresenta, fu promulgata nel 1948 dalle Nazioni Unite la “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”, il cui primo articolo, “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali, in dignità e diritti”, ne è il significativo fondamento. </p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/il-lavoro-rende-liberi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9320" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/il-lavoro-rende-liberi-300x203.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>L’Europa è culla e depositaria del bagaglio morale, filosofico e culturale che quegli eventi, tragicamente, ci hanno lasciato. E in un momento di crisi quale è quello che stiamo vivendo, è molto importante tenere presenti le radici e i valori sui quali si fonda il vivere nel nostro consesso civile. Perché la crisi può essere anche una risorsa, una opportunità e una occasione di riflessione e di verifica. </p>
<p>Al contempo occorre, senza allarmismi e con fermezza, tenere d’occhio le storture e i veleni, anche razzisti e xenofobi, che i momenti di difficoltà possono far emergere. Per questo oggi più di ieri dobbiamo prestare attenzione, operando per prevenire la deriva nazionalista e razzista di alcune frange della società, in Italia e all’estero. </p>
<p>Per molti secoli gli ebrei sono stati perseguitati perché legati tenacemente alla propria identità, e hanno dunque una plurisecolare esperienza dell’essere minoranza, molto spesso discriminata quando non perseguitata: la nostra storia può fungere dunque da esempio, per quei gruppi ed etnie che faticano a  integrarsi e che ritengo costituiscano, per le moderne società plurali e multiculturali, un vero patrimonio. </p>
<p>Il Giorno della Memoria, che è stato istituito con una Legge dello Stato che coinvolge, ed è fondamentale, il mondo della scuola, in questi anni ha contribuito a generare in tanti giovani gli anticorpi contro il pregiudizio, a diffondere una cultura dell’accoglienza, del rispetto delle diversità. E anche, ci auguriamo, a stimolare la voglia di conoscere, di studiare, di approfondire la storia. </p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/sopravvissuti_2764_1539.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-9321" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2012/01/sopravvissuti_2764_1539-300x223.jpg" alt="" width="300" height="223" /></a>Determinanti sono stati gli incontri con i testimoni della Shoah. E’ grazie alla loro disponibilità, che a volte comporta per essi impegni non poco gravosi, che è possibile tramandare una esperienza diretta di quanto avvenne nei campi di sterminio nazisti, e per questo desidero indirizzare loro il mio caloroso ringraziamento e un affettuoso abbraccio. </p>
<p>Nel 2012 cade il venticinquesimo anniversario dalla scomparsa di Primo Levi, lo scrittore torinese che con le sue alte testimonianze ha contribuito a descrivere e decifrare la barbarie dei campi di sterminio. I suoi libri sono un patrimonio di tutto il mondo, e uno degli strumenti di conoscenza di maggior valore. </p>
<p>“Se capire è impossibile, conoscere è necessario”, ha scritto. E’ con un pensiero rivolto a lui, fondamentale testimone e divulgatore dell’odissea e della tragedia degli ebrei italiani, che intendo salutare le iniziative e le celebrazioni del Giorno della Memoria 2012. </p>
<p><strong>A Mola il Giorno della Memoria sarà ricordato nel salone del Castello domenica 29 Gennaio, alle ore 19,30, con un percorso musicale attraverso le letture di pagine di storia della Shoah. Vi partecipano il coro “Apulia Felix”, il tenore Ivan Buonsante, la violinista Arianna Rosa Di Savino ed il pianista Stefano Augelli. Presenta: Carmela Surace. L’evento è organizzato dall’Avis di Mola e patrocinato dall’Amministrazione comunale.</strong></p>
<p><em>*Presidente dell’Unione Comunità Ebraiche Italiane</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>1943: ORRORI IN JUGOSLAVIA</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Dec 2011 09:48:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[A conclusione delle iniziative per ricordare i 150 della nostra Unità viene presentata a cura di “Città Nostra” la pubblicazione on-line di Giovanni Miccolis “1943: Orrori in Jugoslavia”... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/12/11/1943-orrori-in-jugoslavia/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A conclusione delle iniziative per ricordare i 150 della nostra Unità viene presentata a cura di “Città Nostra” la pubblicazione on-line di Giovanni Miccolis <em>“1943: Orrori in Jugoslavia”</em> che, partendo dal racconto del nostro concittadino Vito Vittorio Pagliarulo sulla sua drammatica avventura nel secondo conflitto mondiale, si sofferma sui fatti avvenuti a Spalato nel 1943. La pubblicazione può essere interamente scaricata. Si tratta di episodi dolorosi, crimini commessi da tedeschi, partigiani slavi ed anche italiani che, come è detto nella prefazione <em> “furono possibili per la mancanza di ordini e per la condotta irresponsabile dei generali, ma anche [per] quelle scellerate azioni, collegate agli avvenimenti predetti e dirette alla conquista di nuove terre, soprusi che scatenarono altre violenze, questa volta brutalità  incontrollate dei partigiani slavi. Si calpestarono più volte le norme di diritto internazionale e le leggi di guerra, si commisero crimini nei confronti della popolazione inerme…</em></p>
<p><em>…Un racconto che non lascia indifferenti, perché ha coinvolto tante persone innocenti e non è consolatorio, perché le ferite sono ancora aperte. La narrazione di quei fatti disturba, perché non ha risparmiato alcuno: in tutti i popoli belligeranti vi furono vittime e carnefici”.</em></p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/jugoslavia.pdf">DOCUMENTO IN PDF</a></p>
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		<title>L’INSURREZIONE PUGLIESE E LUCANA (II parte)</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Nov 2011 18:08:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Miccolis 1860 Senza necessità di lotta armata (così come riconobbe l’ex ministro borbonico Liborio Romano)la Basilicata era ormai nelle mani del “Governo Pro-dittatoriale Lucano” che si... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/11/14/l%e2%80%99insurrezione-pugliese-e-lucana-2%c2%b0a-parte/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Miccolis</p>
<p><strong>1860</strong></p>
<p>Senza necessità di lotta armata (così come riconobbe l’ex ministro borbonico Liborio Romano)la <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/terra-di-bari.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8314" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/terra-di-bari-300x207.jpg" alt="" width="300" height="207" /></a>Basilicata era ormai nelle mani del “Governo Pro-dittatoriale Lucano” che si insediò nel palazzo appartenente all’Intendente e cominciò ad emanare provvedimenti: fu affidato il comando della brigata al colonnello Boldoni; fu messa una giunta insurrezionale di tre cittadini in ogni comune; fu disposto che le autorità esistenti rimanevano al loro posto, ma in nome di Vittorio Emanuele, quale Re d’Italia, e di Giuseppe Garibaldi, dittatore delle Due Sicilie, in nome dei quali dovevano essere emanati gli atti; furono istituiti un Comitato di Sicurezza Pubblica ed una Commissione di Ingegneri per la fortificazione della città; fu istitutito un Comitato di Finanza per raccogliere fondi necessari all’impresa; fu formata una Giunta Sanitaria di Chirurghi e Farmacisti per soccorrere eventuali feriti.</p>
<p><span id="more-8313"></span></p>
<p><!--more--></p>
<p>La GuardiaNazionaledi Potenza, formata da cittadini volontari, era sotto il comando di Emilio Petruccelli, già reo di sedizione a Cosenza durante i fatti del 1848 (nato nel 1817, fu avvocato e rivoluzionario mazziniano; arrestato nel 1848 subì una lunga detenzione  e l’esilio in Inghilterra; morì rifiutando incarichi di prestigio nel 1884). Il Corpo era diviso in tre categorie: anziani da40 a60 anni in attività sedentarie nel comune; adulti da30 a40 anni per servizi di sicurezza in loco; giovani da18 a30 anni per servizi di sicurezza esterni. </p>
<p>Nelle città vi era un fermento crescente, dalla capitale giungevano notizie discordanti, da Garibaldi incitamenti alla diserzione: <em>“La tracotanza straniera signoreggia sulla terra italiana per le discordie italiane. Ma il giorno che i figli dei Sanniti e dei Marzi, stretti ai fratelli della Sicilia, daranno la mano agl&#8217;Italiani del settentrione, in quel giorno il popolo nostro, di cui siete la più bella parte, ripiglierà, come ne&#8217; passati tempi, il suo posto tra le prime nazioni dell&#8217;Europa. Soldato italiano, io ambisco solo di vedervi schierati accanto a questi soldati di Varese e di San Martino, per combattere insieme i nemici dell&#8217;Italia!”.</em></p>
<p>L’esercito napoletano era allo sbando e molti soldati abbandonarono la divisa nascondendosi nei boschi. Le milizie cittadine si trovavano senza protezione dell’esercito, così come accadeva in Basilicata. I gendarmi potentini, aggrediti dai ribelli, tentarono la fuga, ma furono circondati dalle armate rivoluzionarie e preferirono arrendersi all’ufficiale Ulisse Caldani della brigata del colonnello Boldoni.</p>
<p>Le forze ribelli lucane ritenevano che in Terra di Bari era difficile attuare una rivoluzione: “<em>Se diffìcile era la completa ed ardita rivoluzione nel barese, atteso la mitezza d&#8217; animo di quegli abitanti, la posizione topografica piena ed aperta di quei luoghi, la permanenza della truppa </em><em>regolare in diverse città, la gendarmeria moltiplicatasi in ciascuna località, il pronto attacco che il Borbone avrebbe potuto eseguire dalla parte di mare; ora diventava del tutto impossibile, essendosi pubblicato nel giorno 21 agosto dal Sindaco Beltrani di Trani, funzionante da sottointendente, un manifesto di accettare e rispettare la Costituzione borbonica, ordinandosi di prevenire e reprimere qualsiasi perturbamento, e sottoporre i perturbatori al maggior rigore delle leggi, ed alla immediata istruzione di processi” </em>(Michele Lacava- <em>Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860, </em>Napoli 1895)<em>. </em>Ritennero così necessario inviare forze armate ad Altamura per tenere desto lo spirito rivoluzionario.<em> </em></p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/BARI-Pref.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8315" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/BARI-Pref-300x251.jpg" alt="" width="300" height="251" /></a>In realtà, in Terra di Bari si tramava in diversi comuni quali Gravina, Spinazzola, Conversano, Trani e Altamura, i cui cospiratori si riunivano nelle sedi comunali e nell’abitazione di Tanzi a Bari per raccogliere volontari e fondi, per incitare i soldati regi a passare tra i rivoltosi, per spingere il popolo alla ribellione generale.</p>
<p>A Mola – a seguito della legge del 5 luglio 1860 e di due decreti dittatoriali di Garibaldi – si era formato un battaglione della “Guardia Nazionale” forte di 670 civili, di cui 318 ordinari e 252 di riserva. Il “corpo” era a disposizione del Ministero dell’Interno per azioni di polizia.</p>
<p>Padre Eugenio da Gioia, membro del “Comitato Permanente” di Altamura, nella lettera del 25 agosto diretta al presidente del “Comitato d’Ordine Provinciale” De Laurentiis, scrisse: <em>”Vorrebbero che il movimento della Provincia fosse iniziato costà, stante la posizione topografica di cotesto luogo ed essi concorrere secondariamente coi pochi mezzi che meglio potranno. Forse domani ragioneranno diversamente, quando forse si sentirà che la truppa di linea parte per Foggia. Forse domani, messi in tale condizione, scandaglieranno vieppiù lo spirito dei gendarmi e vedranno se quello che ha promesso il maggiore Cristini si avvererà, cioè la promessa di mettersi coi gendarmi a disposizione della città…I Baresi nostri corrispondenti alla lettura del tuo carissimo foglio si sono sbigottiti, gridando non essere ancora tempo; perché scoperti al mare e perchè la via di Napoli non ancora interrotta in Avellino. Quindi per ora non si può far nulla qui; niente è sperabile a Bari, nemmeno la formazione del Comitato… i Baresi di per loro stessi sono insufficienti; anzi sono negativi, perchè troppo attaccati al vile interesse. Dimani sera, che accompagnerò i volontari di qui, ti dirò a lungo quello che si pensa” </em>(Paolo Giancaspro, <em>La insurrezione della Basilicata e del Barese nel 1860- </em>Bari, 1890)<em>.<br />
</em>Una valutazione superficiale quella del prelato, che non teneva conto dell’attività di Tanzi, svolta in maniera frenetica e con risultati lusinghieri. Infatti, dopo qualche giorno, Leopoldo Pascale, alfiere a cavallo, e Giovanni Trombetta, aiutante di gendarmeria, consegnarono le armi ai ribelli e si misero a loro disposizione. Lo stesso fecero altri cinquanta gendarmi.</p>
<p>Tutte le armi raccolte furono inviate in Basilicata dove doveva scoppiare la rivoluzione a sostegno dell’azione di Garibaldi.</p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/napoli-ingresso_garibaldi.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8316" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/napoli-ingresso_garibaldi-300x219.jpg" alt="" width="300" height="219" /></a>Verso la fine di agosto si organizzò un’imponente manifestazione di popolo a Bari con i cittadini che inneggiavano all’Italia unita, a Vittorio Emanuele ed a Garibaldi.</p>
<p>Il 28 del mese il generale Flores decise di passare all’azione con un’esemplare punizione, ma non fece in tempo ad attuarla. I rivoltosi accorsero in Piazza Mercantile con armi di fortuna: i muratori con piccozze, i marinai con barre di ferro, i contadini con forconi. Allo stesso tempo i negozianti stranieri – in gran parte francesi – misero sulle porte un’insegna con scritto “domicilio francese” per evitare danneggiamenti.</p>
<p>La folla numerosa degli insorti si riunì in Piazza Ferrarese nominando una delegazione guidata da Domenico Sagarriga, il quale convinse il generale Flores a desistere dalla sua azione. Intanto, il sindaco Giuseppe Capriati emanò la delibera di arruolamento perla GuardiaNazionale.</p>
<p>Il 30 agosto ad Altamura si proclamò il “Governo Provvisorio” retto dal triumvirato Luigi De Laurentiis, Teobaldo Sorgente e Vincenzo Rogadeo. Lo stesso giorno passò da Gravina e diretta a Potenza una colonna di volontari di mille uomini al comando del colonnello capo Camillo Boldoni (Barletta, 1815-1898).</p>
<p>Il tre settembre Flores ricevette l’ordine di recarsi a Capua con le sue milizie, ma lasciò a Bari una piccola guarnigione al comando del maggiore Cristini il quale, tuttavia, ritenendo di non poter controllare la città, decise di abbandonare con i suoi uomini la caserma di Santa Teresa dei Maschi (ex convento situato nel borgo antico) per recarsi a Napoli. Ma lungo la strada cominciarono le diserzioni ed il povero maggiore rimase ben presto da solo.    </p>
<p>Flores, nel suo viaggio di trasferimento, passò da Altamura dove trovò a fronteggiarlo i volontari del Governo Provvisorio. Gli Altamurani misero in fuga la gendarmeria borbonica e si meritarono il plauso del colonnello Camillo Boldoni, capo militare dell’insurrezione, il quale designò a rappresentarlo nella città murgiana il colonnello Tommaso Melodia (1802-1888). La spedizione di Flores terminò ad Avellino dove fu trattata la resa con il capitano Stefano Turr (10/8/1825-3/5/1908), un militare ungherese al servizio di Garibaldi.</p>
<p>Il 4 settembre Garibaldi era in Basilicata per incontrare i rivoltosi, i quali si misero ai suoi ordini e gli consegnarono seimila ducati a nome del popolo lucano. Il Generale dispose che la somma doveva essere destinata ai soldati borbonici sbandati ed accolse i volontari che lo seguirono fino alla battaglia del Volturno.</p>
<p>Il giorno successivo l’Eroe dei Due Mondi nominò Giacinto Albini “Pro-dittatore e Governatore della Provincia di Basilicata”.</p>
<p>Il 6 settembre una delegazione del comitato barese andò a Modugno per condurre a Bari il colonnello Romano partito da Altamura con 1.200 volontari e per rifornirlo di armi.</p>
<p>Intanto, il 7 settembre, giungeva in treno a Napoli Giuseppe Garibaldi, il quale fu accolto in stazione da una folla plaudente e dal ministro borbonico Liborio Romano, che lo condusse in carrozza verso il Palazzo Reale tra le ovazioni dei napoletani.</p>
<p>A Napoli era Filippo Flores, l’ex comandante della guarnigione di Bari, il quale offrì i suoi servigi al nuovo Re. La sua carriera militare però terminò proprio quando fu proclamata la nascita del nuovo regno, il 17 marzo 1861, con un improvviso congedo.</p>
<p>Nella capitale borbonica era giunto anche il colonnello Camillo Boldoni con i suoi “Cacciatori Lucani”, quell’esercito di volontari che tenne sotto controllo tuttala Basilicatain un’insurrezione senza spargimento di sangue, ma determinante nel passaggio al nuovo regno unitario.</p>
<p>Le notizie dell’arrivo dell’Eroe a Napoli giunsero anche a Bari dove, in vista di un nuovo assetto istituzionale, fu nominato Governatore della Terra di Bari Vincenzo Rogadeo (1834-1899) e sindaco Nicola De Gemmis (1818-1883). Pochi giorni prima, il 10 settembre, il vice sindaco Nicola Bux aveva deliberato la soppressione degli emblemi borbonici dagli uffici comunali.</p>
<p>In quei giorni, a Mola, Pietro Antonio Pesce subentrò come sindaco a Giambattista Alberotanza; si trattò soltanto di “avvicendamento” tra componenti delle famiglie notabili molesi fedeli all’ordine costituito.</p>
<p>La partenza da Napoli di Francesco II e l’arrivo di Garibaldi furono avvertiti dalla popolazione pugliese come l’avvenuto crollo del regime borbonico ed i contadini erano ansiosi della spartizione di terre, come era stato più volte annunciato.</p>
<p>A Ginosa una moltitudine di disperati chiese con violenza la distribuzione delle terre demaniali in possesso del marchese Nicola Onofrio Spinola. A Taranto molti contadini aggredirono i galantuomini per avere i loro poderi e atti di violenza si ebbero in diversi altri comuni del Salento, quali Manduria, Oria, Otranto, Gallipoli, Soleto e Parabita. In Ostuni fu proclamato un Governo Provvisorio. A Molfetta altri contadini assediarono i  palazzi dei ricchi borghesi. Tumulti rabbiosi si ebbero a Spinazzola, Barletta, Bisceglie, Giovinazzo, Terlizzi, Bitonto, Carbonara, Cassano e Noci.</p>
<p>Il 7 ottobre il neo sindaco di Bari Nicola De Gemmis, accompagnato da Vincenzo Sylos Labini, si recò a Napoli per porgere l’omaggio della Terra di Bari a Vittorio Emanuele II, riconosciuto nuovo sovrano.</p>
<p>Il 21 ottobre 1860 si svolsero i plebisciti in tutto il Regno delle Due Sicilie, atto preliminare per la nascita del nuovo Regno d’Italia. Bari aderì in massa con 5.430 sì ed un solo no. Lo stesso avvenne a Mola dove si ebbero 1.920 voti favorevoli senza alcun voto contrario.</p>
<p>Il Mezzogiorno era andato incontro all’Unità d’Italia con fiducia, con la speranza di un migliore avvenire. Ma tutte le aspettative furono ben presto deluse (<em>“…le province meridionali, tenute da mille antiche e nuove cagioni separate e lontane dal resto d&#8217;Italia, dopo spento il primo ardore, sentirono la mano ferrea e fredda del passato che si appesantiva sopra di esse. Si riguardarono intorno e videro che la grande nazionalità si rimaneva tuttavia per esse alle sole condizioni di natura, ma che le famiglie, le proprietà, gl&#8217;interessi, le istituzioni non aveano ancora alcuna vera corrispondenza e solidarietà con quelle del resto d&#8217;Italia, e che tutti quelli stimoli li ricacciavano a loro malgrado verso un passato tristo, amaro, doloroso da cui le grandi novità fatte non ancora li liberavano” </em>[Giovanni Manna- <em>Le Province Meridionali del Regno d’Italia ­</em> -1862])<em>.</em></p>
<p>E si parlò in seguito di “questione meridionale”.</p>
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		<title>CURIOSITA’ SULLE NOSTRE CHIESE</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 12:21:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Giovanni Miccolis Qualche tempo fa chiesi a diversi amici molesi se conoscevano il santo al quale era dedicata la Chiesa Matrice molti risposero negativamente con un’alzata di... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/11/13/curiosita%e2%80%99-sulle-nostre-chiese/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Miccolis</p>
<p>Qualche tempo fa chiesi a diversi amici molesi se conoscevano il santo al quale era dedicata la <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/matrice_navata_centrale.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8284" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/matrice_navata_centrale-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>Chiesa Matrice molti risposero negativamente con un’alzata di spalle; altri, decisi, puntarono su San Rocco. In effetti, esiste una festa dedicata a San Rocco con relativa processione seguita da numerosi fedeli, ma non mi pare vi siano celebrazioni particolari per ricordare <strong>San Nicola di Bari</strong>, al quale è dedicata la Parrocchia.  La statua del Santo di Myra troneggia da sempre al centro nell&#8217;abiside, dietro l&#8217;altare maggiore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span id="more-8283"></span></p>
<p>La chiesa della piazza principale del paese è comunemente chiamata “<strong>La Maddalena</strong>”, ma è <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/Maddalena.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8285" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/Maddalena-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>soltanto un riferimento all’origine del tempio ormai dedicato esclusivamente all’”<strong>Addolorata</strong>” sin dal 1700. Santa Maria Maddalena è rappresentata da un piccolo dipinto in alto sull’altare, ma sfugge a molti; alla stessa non è dedicata alcuna celebrazione. La Madonna Addolorata, come tutti sanno, è la Patrona della nostra città ed ad essa è dedicata la &#8220;Festa Grande&#8221;. La confraternita che gestisce la chiesa è &#8220;dell&#8217;Addolorata&#8221;.</p>
<p>La chiesa annessa all’ex ospedale, in corso Italia, è chiamata di <strong>Sant’Antonio</strong> per la devozione <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/SantAntonio.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8286" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/SantAntonio-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>dei molesi verso il “santo delle tredici grazie”. A quest’ultimo santo si riferiscono anche i creatori del “Palio dei Capatosta” per individuare l’intero rione. In realtà, la chiesa e l’attiguo convento furono realizzati nel 1503 sul suolo donato da Pietro de’ Mietolo ed il tempio fu dedicato a <strong>Santa Maria del Passo</strong>.  Poiché la struttura fu abitata da monaci francescani (prima zoccolanti e poi minori osservanti), per tanto tempo si parlò della “<strong>Chiesa di San Francesco</strong>” ed al santo di Assisi si richiama ancora la confraternita che la gestisce.</p>
<p>La chiesa di via Cesare Battisti dell’ex complesso monacale è dedicata a <strong>San Giovanni</strong>.In realtà, <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/santa-chiara.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8287" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/santa-chiara-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>sul suolo acquistato dalla popolazione molese e dal clero nel 1723, furono realizzati il convento e la chiesa per le monache di <strong>Santa Chiara</strong>. Il tempio fu progettato dal famoso architetto Vincenzo Ruffo e dedicato a <strong>Santa Chiara</strong>, raffigurata nel quadro dell’altare maggiore (rappresentava il primo miracolo della santa di Assisi e fu realizzato dall’affermato pittore Fedele Fischetti). Dopo le note vicende di soppressione degli ordini monastici e la requisizione dei relativi immobili le suore si trasferirono in altro stabile della stessa strada. La chiesa, pur non avendo subito modifiche, è stata dedicata successivamente a San Giovanni, santo al quale era già stata consacrata la chiesetta rurale sulla via di Cozze. </p>
<p>Proseguendo sulla stessa via si arriva a Piazza degli Eroi con altra bella chiesa nota ai molesi <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/sandomenico.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8288" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/sandomenico-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>come chiesa di <strong>San Domenico</strong>. In effetti il tempio fu eretto dai Domenicani, i quali realizzarono un attiguo convento. Sempre per le richiamate vicende di soppressione degli ordini monastici, il convento fu requisito (adibito a gendarmeria, carcere e municipio). Poco dopo la costruzione della chiesa, fu trasferita dalla Chiesa Matrice nella stessa la Confraternita del SS. Rosario.  La festa della “Madonna della Vittoria” (la Madonna del Rosario) fu istituita da papa Pio V nel giorno del trionfo dei Cristiani sui Musulmani (battaglia di Lepanto). Col tempo quella chiesa e la parrocchia furono dedicate alla <strong>Madonna del Rosario</strong> e San Domenico è rimasto soltanto nel dire comune, come del resto anche la piazza, che è invece dedicata agli Eroi del Mare. </p>
<p>All’inizio del paese sulla via di Polignano esiste la bella chiesa di <strong>Santa Maria di Loreto</strong>, alla <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/loreto.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8289" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/loreto-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>quale è dedicata anche la parrocchia, ma il riferimento iconografico usuale (e non solo) è alla <strong>Madonna dell’Altomare</strong>, alla quale è dedicata la festa annuale, voluta dalla marineria molese.</p>
<p>La Madonna di Loreto si ritiene sia rappresentata dal dipinto sull’altare, ma la vera immagine della “Vergine Lauretana” è una Madonna “nera”, patrona dell’Aeronautica.</p>
<p>Per concludere le brevissime note vorrei richiamare l’attenzione sulla cappella di fronte al <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/madonna-delle-grazie-02.jpg"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-8290" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/madonna-delle-grazie-02-150x150.jpg" alt="" width="150" height="150" /></a>cimitero dedicata alla “<strong>Madonna delle Grazie</strong>” che di grazie ne ha ricevuto ben poche. Infatti: è stata sovrastata da un’orrenda cabina elettrica; ma anche affiancata e quasi occultata da fabbricati che avrebbero dovuto tenersi a rispettosa distanza; è stata lasciata deperire vergognosamente a tal punto che fra non molti anni il bel piccolo campanile a vela si sgretolerà completamente; è stata utilizzata soltanto come deposito di suppellettili. Ora si parla di possibile recupero. Speriamo bene!</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>NON SONO DISPERSI IN GUERRA</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Nov 2011 11:26:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Roberto Zamboni Per oltre un decennio ho raccolto i dati dei nostri Caduti (militari e civili), che furono internati o deportati nei campi nazisti e che, alla... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/11/12/non-sono-dispersi-in-guerra/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Roberto Zamboni</p>
<p>Per oltre un decennio ho raccolto i dati dei nostri Caduti (militari e civili), che furono internati o</p>
<div id="attachment_8274" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/Cimitero-Militare-Italiano-dOnore-di-Francoforte-sul-Meno.jpg"><img class="size-medium wp-image-8274" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/Cimitero-Militare-Italiano-dOnore-di-Francoforte-sul-Meno-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>
<p class="wp-caption-text">Il Cimitero Militare Italiano di Francoforte</p>
</div>
<p>deportati nei campi nazisti e che, alla fine del loro calvario, furono sepolti in Germania, Austria e Polonia. Chi nel dopoguerra si occupò di ricercare, riesumare e traslare i nostri Caduti nei cimiteri militari italiani, purtroppo si &#8220;dimenticò&#8221; d&#8217;informare i familiari dell&#8217;avvenuta inumazione, negando a migliaia di famiglie italiane di avere almeno una tomba su cui piangere. Lo studio, partito inizialmente come ricerca familiare, si è con il tempo sviluppato e dilatato in una vera e propria ricerca (tuttora in corso) su un aspetto poco conosciuto a ricercatori e storici e, come avrei potuto appurare col tempo, totalmente sconosciuto ai parenti dei Caduti.</p>
<p><span id="more-8273"></span></p>
<p>Dov’erano state sepolte le centinaia di deportati civili morti dopo le liberazioni dei campi di concentramento? E le migliaia di Internati Militari Italiani deceduti per le violenze subite nei campi di prigionia? Erano realmente tutti dei “dispersi” o avevano trovato degna sepoltura.</p>
<p>La ricerca che ho intrapreso (iniziata nel 1995) ha come scopo finale quello di far conoscere ai parenti di questi poveri sventurati le località di sepoltura dei loro cari. A questo proposito dal marzo del 2009 ho iniziato a catalogare, riscontrare e verificare gli elenchi in mio possesso per poterli rendere pubblici. Le liste, completamente inedite in forma integrale, provincia per provincia e comune per comune, sono il primo abbozzo di una lunga ricerca che spero venga ripresa in futuro da altri ricercatori (come già sta accadendo in alcune province), per poter essere approfondita e corretta da eventuali errori di trascrizione. Dalla fine della Seconda Guerra mondiale, questo è il primo elenco integrale (oltre 16.000 nominativi di base) che sia mai stato reso pubblico, riguardante i nostri connazionali deceduti in prigionia o per cause di guerra e <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/cimitero-1.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8275" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/cimitero-1-300x214.jpg" alt="" width="300" height="214" /></a>sepolti nei sei principali cimiteri militari italiani in Austria, Germania e Polonia.</p>
<p>E’ GIUSTO CHE LE FAMIGLIE DEI CADUTI SAPPIANO!  </p>
<p>Dopo l’8 settembre 1943 più di 800.000 italiani (civili e militari) furono fatti prigionieri e deportati nei campi di concentramento tedeschi dislocati nei territori del Terzo Reich. Un gran numero di questi vi trovò la morte dopo atroci sofferenze, solo ed esclusivamente a causa del loro pensiero, della loro religione o per la divisa che indossavano. Al termine della guerra, migliaia d’italiani che non sopravvissero alle vessazioni inferte, furono sepolti sul suolo tedesco, austriaco e polacco. Nell’immediato dopoguerra, a causa delle enormi difficoltà di comunicazione e di ricerca, la maggior parte di questi ragazzi furono dati per dispersi. Nel 1951 il Governo italiano ratificò una legge (204/51), che, con il secondo comma dell’articolo 4, vietava il rimpatrio delle salme sepolte nei cimiteri militari italiani all’estero dal Ministero della Difesa (Commissariato Generale Caduti in Guerra &#8211; Onorcaduti). Nel biennio 1957/1958 lo stesso Commissariato iniziò la ricerca dei caduti sepolti nei territori sopraccitati, riesumandoli e trasferendone i Resti nei cimiteri militari di Amburgo, Berlino, Francoforte sul Meno, Monaco di Baviera (Germania), Mauthausen (Austria) e Bielany-Varsavia (Polonia). Nei sacrari allestiti dal Ministero della Difesa furono raccolte le Spoglie mortali di 16.079 italiani. La quasi totalità dei parenti di questi poveri sventurati non furono mai informati del lavoro svolto da Onorcaduti, rimanendo in attesa di chi non sarebbe mai più tornato. Nella seconda metà degli anni &#8217;90, dopo una capillare ricerca, rintracciai il luogo di sepoltura del mio congiunto e, dopo aver fatto modificare la legge 204/51, ne feci rimpatriare i Resti. Avendo raccolto negli anni una grande quantità di materiale riguardante anche altri caduti sepolti nei cimiteri militari, decisi di ricercarne i parenti, fornendo loro indicazioni sul luogo di sepoltura del loro caro e indicando quali uffici contattare, presso il Ministero della Difesa, per l’eventuale rimpatrio dei Resti. Per senso civico, per dovere d’informazione e perché nessun altro lo faceva, dedicai (e dedico tuttora) gran parte del mio tempo libero (lo considero ormai il mio secondo lavoro non retribuito) a questo tipo di ricerche, che svolgo in modo autonomo e completamente a mie spese <a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/cimitero-2.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-8276" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/11/cimitero-2-300x200.jpg" alt="" width="300" height="200" /></a>da almeno quindici anni. All’inizio, con l’ausilio dell’Arma dei Carabinieri, sono riuscito a rintracciare i parenti di molti caduti, parte dei quali hanno fatto rientrare in Italia le Spoglie dei loro cari. Ho sempre riscontrato una grande collaborazione da parte dei comandanti delle stazioni dell’Arma da me interpellati, che per mio conto rintracciavano le famiglie dei caduti consegnando loro le informazioni e i dati da me acquisiti. Tutto filò per il verso giusto fino a quando, a seguito di una mia <a href="http://www.webalice.it/roberto2381/Documento%2019.pdf">comunicazione con il Commissariato Generale Onoranze Caduti in Guerra</a>, fui avvisato che non avrei potuto richiedere l’ausilio dei Carabinieri per le mie ricerche. Non potendo più appoggiarmi ai comandanti della Benemerita, ed essendo cresciuto in maniera esponenziale il numero dei congiunti da ricercare, ho iniziato a rivolgermi ai quotidiani locali perché pubblicassero gli elenchi dei caduti. Molti hanno aderito alla mia iniziativa divulgando gli elenchi completi, altri, per problemi di spazi e di costi, hanno pubblicato solo un sunto della mia ricerca, invitando gli interessati a consultare il mio sito. Fino ad ora ho controllato, trascritto e riscontrato i dati di migliaia di Caduti. Molti parenti sono venuti a conoscenza del luogo di sepoltura dei loro cari tramite i Carabinieri, i giornali o Internet.</p>
<p>Lo scopo finale di questa mia lunga ricerca, è quello di raggiungere in maniera capillare le famiglie di tutti gli altri e di quelli che riscontrerò in futuro.</p>
<p>Dal 17 luglio 2011, oltre a contattare i quotidiani locali per fornire le liste dei caduti, ho deciso di pubblicare integralmente sul mio blog gli elenchi fino ad ora controllati.</p>
<p>Le ricerche di singoli caduti possono essere effettuate anche utilizzando la <a href="http://www.difesa.it/Ministro/Commissariato_Generale_per_le_Onoranze_ai_Caduti_in_Guerra/Pagine/Ricerca_sepolture.aspx">Banca Dati</a> delMinistero della Difesa. Per richiedere altre informazioni sui Caduti o sul rimpatrio dei Resti mortali: MINISTERO DELLA DIFESA &#8211; COMMISSARIATO GENERALE ONORANZE CADUTI IN GUERRA &#8211; Direzione Situazione e Statistica &#8211; Via XX Settembre, 123/a &#8211; 00187 ROMA</p>
<p>Mail: <a href="mailto:dss.direttore@onorcaduti.difesa.it">dss.direttore@onorcaduti.difesa.it</a> &#8211; Tel. 0647355138 &#8211; 0647355135 &#8211; 0647355137 -0647355139 – 0647354287</p>
<p>Qui di seguito pubblichiamo i nomi ed i dati di dispersi molesi, rutiglianesi e conversanesi, le cui spoglie sono state ritrovate in diversi cimiteri di guerra. Data la vicinanza dei tre paesi, le loro storie potrebbero intrecciarsi con parenti oggi viventi e residenti in questi centri. Inoltre è consigliabile visitare il sito: <a href="http://www.robertozamboni.com/">www.robertozamboni.com/</a></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">MOLA DI BARI</span></strong></p>
<p>LAMANNA LEONARDO, nato il 4 gennaio 1924 a Mola di Bari – deceduto ad Halberg &#8211; fabbrica<br />
Halberg di Ludwigshafen am Rhein (Renania-Palatinato) il 21 luglio 1944 – inumato in prima<br />
sepoltura nel cimitero di Ludwigshafen sul reno – riesumato e attualmente sepolto a<br />
Francoforte sul Meno (Germania) &#8211; Cimitero Militare Italiano D&#8217;onore &#8211; posizione tombale:<br />
riquadro a &#8211; fila 6 &#8211; tomba 19.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">CONVERSANO</span></strong></p>
<p>CASTELLANETA FRANCESCO ANDREA, nato Il 6 Ottobre 1920 a Conversano (Bari) – Deceduto Il 19  Febbraio 1944 &#8211; Attualmente sepolto a Francoforte Sul Meno (Germania) &#8211; Cimitero Militare<br />
Italiano D&#8217;onore &#8211; Posizione Tombale: Riquadro N &#8211; Fila 7 &#8211; Tomba 5.<br />
PAPEO FRANCESCO, Nato Il 1° Gennaio 1924 a Conversano (Bari) – Carabiniere a piedi effettivo<br />
(Brigadiere) – Internato nello Stammlager XVIII A &#8211; Matricola 34269 &#8211; Deceduto a Wolfsberg<br />
(Carinzia) Il 2 Maggio 1944 / Presso l’ospedale del Lager – Inumato in prima sepoltura nel<br />
Cimitero Urbano di Wolfsberg – Posizione Tombale: Fossa 403 / Reparto II &#8211; Riesumato e<br />
Attualmente sepolto a Mauthausen (Austria) &#8211; Cimitero Militare Italiano &#8211; Posizione<br />
Tombale: Fila 9 – Tomba 955.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">RUTIGLIANO </span></strong></p>
<p>AVELLA ANTONIO, Nato il 19 Maggio 1924 a Rutigliano (Bari) – Deceduto l’8 Agosto 1944 -<br />
Attualmente sepolto ad Amburgo (Germania) &#8211; Cimitero Militare Italiano D&#8217;onore -<br />
Posizione Tombale: Riquadro 5 &#8211; Fila E &#8211; Tomba 25.<br />
DI FINO VITTORIO, Nato il 16 Novembre 1920 a Rutigliano (Bari) – Deceduto A ¯Ary/Sorau<br />
(Voivodato di Lubusz) il 28 Maggio 1944 &#8211; Attualmente sepolto a Bieleny/Varsavia (Polonia) -<br />
Cimitero Militare Italiano D&#8217;onore &#8211; Posizione Tombale da Richiedere al Ministero della<br />
Difesa.<br />
LOSITO MICHELE, Nato il 29 Gennaio 1915 a Rutigliano (Bari) – Deceduto il 28 Marzo 1945 -<br />
Attualmente sepolto a  Francoforte Sul Meno (Germania) &#8211; Cimitero Militare Italiano<br />
D&#8217;onore &#8211; Posizione Tombale: Riquadro D &#8211; Fila 5 &#8211; Tomba 11.</p>
]]></content:encoded>
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		</item>
		<item>
		<title>1860 – L’INSURREZIONE PUGLIESE E LUCANA</title>
		<link>http://www.citta-nostra.it/2011/09/26/1860-%e2%80%93-l%e2%80%99insurrezione-pugliese-e-lucana/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Sep 2011 15:54:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.citta-nostra.it/?p=7747</guid>
		<description><![CDATA[di Giovanni Miccolis Parte I Dopo i fatti del 1848 la repressione borbonica aumentò l’insofferenza diffusa tra gli intellettuali, professionisti e imprenditori, innescando una grossa carica di ribellione... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/09/26/1860-%e2%80%93-l%e2%80%99insurrezione-pugliese-e-lucana/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Giovanni Miccolis</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Parte I</span></strong></p>
<p>Dopo i fatti del 1848 la repressione borbonica aumentò l’insofferenza diffusa tra gli intellettuali, professionisti e imprenditori, innescando una grossa carica di ribellione in tutto il Mezzogiorno e l’impresa di Garibaldi fu l’occasione per far nascere un’imminente rivolta.</p>
<p><span id="more-7747"></span> </p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/1-BARI-V.E..jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-7748" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/1-BARI-V.E.-300x221.jpg" alt="" width="300" height="221" /></a>Vitantonio De Cagno, noto sovversivo e liberale barese, era proprietario di alcuni trabaccoli che portavano olio ed altri prodotti pugliesi lungo la rotta Bari-Marsiglia-Palermo-Bari e seppe dai suoi marinai che nel mese di maggio 1860 due navi piemontesi, cariche di volontari con le camicie rosse guidati da Garibaldi, erano dirette in Sicilia.</p>
<p>Fogli clandestini provenienti da Potenza ed Altamura, città dove vi erano state ribellioni contro i gendarmi, riferivano anch’essi di una spedizione garibaldina in Sicilia. Notizie diffuse in gran segreto, perché ormai non potevano circolare libri, riviste, quotidiani e periodici non conformi al regime. Peraltro, sin dal 1853, il Ministro dell’Interno Salvatore Murena aveva imposto ai Comuni l’autorizzazione preventiva per l’acquisto di libri in conformità del Decreto del 6 novembre 1849 (<em>“Decreto contenente delle prescrizioni circa l’introduzione</em>, <em>lo spaccio e la detenzione di libri, stampe ed oggetti figurati contrarii alla Religione, alla morale ed a&#8217; Governi).</em></p>
<p>I proclami alla ribellione arrivavano comunque alle popolazioni meridionali. Garibaldi in un suo proclama scrisse agli “Abitanti del Napoletano”: <em>“Tempo è d&#8217;imitare l&#8217;esempio magnanimo della Sicilia, sorgendo contro la più scellerata delle tirannidi. Alla razza spergiura e assassina, che sì lungamente v&#8217; ha torturati c calpesti, sottentri alla fine il libero governo onde godono altri undici milioni d&#8217;Italiani, ed al turpe vessillo borbonico il glorioso vessillo dai tre colori, simbolo fortunato dell&#8217;indipendenza e dell&#8217;unità nazionale, senza le quali è impossibile libertà vera e durevole. I vostri fratelli del settentrione non ambiscono altro che l&#8217;abbraccio vostro al consorzio della famiglia italiana”.</em></p>
<div id="attachment_7750" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/2-mille1.jpg"><img class="size-medium wp-image-7750" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/2-mille1-300x188.jpg" alt="" width="300" height="188" /></a>
<p class="wp-caption-text">I Mille a Quarto</p>
</div>
<p>Nel 1852, tra le persone allontanate dal Regno da parte dell’Intendente Ajossa, era Felice Garibaldi (1813-1855), fratello minore di Giuseppe, il quale era a Bari dal 1835 come dipendente di una ditta di esportazione di olio in Francia, la società “Avigdor” con sede sociale a Nizza e stabilimenti a Bari e Bitonto (A Bitonto nel 1828 il francese Pierre Ravanas aveva acquisito un vecchio frantoio per produrre olio con un nuovo metodo. All’esportazione di quell’olio fu interessato Federico Avigdor di Nizza che inviò in Puglia il suo dipendente Felice Garibaldi; quest’ultimo si mise anche in proprio rilevando un negozio a Bari nel 1851 dalla ditta “Fratelli Rocco”, sulla Strada della Marina [l’attuale Corso Cavour] che non aveva verso mare alcuna costruzione. Felice, un bel giovanotto alto e biondo, si era ammalato già prima dell’espulsione dal Regno delle Due Sicilie; andò a Nizza dove morì due anni dopo).   </p>
<p>La repressione borbonica non era riuscita ad annientare i gruppi di liberali che tramavano contro il regime. Si trattava, in genere, di intellettuali, avvocati, medici, professionisti, artigiani e religiosi che avevano mezzi per seguire comunque gli avvenimenti nazionali ed europei e influenzavano le masse sulle prospettive di un nuovo governo del paese, sul miglioramento delle condizioni di vita, sulla distribuzione di terre ai contadini. Per convincere contadini e braccianti alla ribellione si faceva leva sull’odio spontaneo verso il padrone, protetto dalle leggi del sovrano. Lo stesso Garibaldi riteneva che i contadini si potevano arruolare in massa se fosse stato soddisfatto il loro “diritto alla terra”.</p>
<p>Nel capoluogo pugliese, comunque, i rivoluzionari erano ben pochi. I ricchi commercianti erano, in genere, devoti al Re che aveva dimostrato tanta simpatia per la città e che aveva permesso loro di vivere in tranquillità ed agiatezza.</p>
<p>Il comandante territoriale della gendarmeria in Puglia era il generale Filippo Flores (17/6/1809-11/9/1867), originario siciliano, al comando di due squadroni di carabinieri, uno squadrone di gendarmi a cavallo ed un battaglione di gendarmi a piedi. Egli era inflessibile nell’esecuzione degli ordini sulla repressione politica in tutta la provincia.</p>
<p>La tranquillità in città dopo l’arrivo di Garibaldi a Messina era solo apparente. I cospiratori, che negli anni precedenti avevano animato le vendite carbonare, erano irrequieti, ansiosi di nuove notizie, desiderosi di passare all’azione.</p>
<div id="attachment_7753" class="wp-caption alignleft" style="width: 220px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/4-MoisÃ¨_Maldacea.jpg"><img class="size-medium wp-image-7753" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/4-MoisÃ¨_Maldacea-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Moisa Maldacea</p>
</div>
<p>Il più intraprendente rivoluzionario barese era Nicola Gabriele Tanzi che nel1856, a seguito del rapporto dell’Intendente Mandarini, venne espulso dallo “Squadrone della Guardia d’Onore ammesso alla presenza del Re” e sottoposto a frequenti  perquisizioni.</p>
<p>Verso la fine di maggio 1860 Tanzi si recò da De Cagno dicendogli: <em>«ho ordinato delle stoffe pregiate a Nizza e vorrei sapere quando è previsto l’arrivo del trabaccolo di vostro fratello Beniamino». </em>La richiesta suonò abbastanza strana all’armatore considerate le notizie già riferite dai suoi marinai. Dopo qualche giorno arrivò la barca in questione proveniente da Marsiglia carica di rotoli di stoffa, balle di cotone e zucchero, merce destinata ai negozianti di via Melo e di via Argiro. Tra le balle però vi erano volantini, giornali e comunicati che il“Comitato Centrale Insurrezionale” di Napoli aveva segretamente consegnato nel porto della capitale. I volantini erano a firma di Garibaldi il quale riferiva, tra l’altro: <em>«al grido di sofferenza dei siciliani, che si sono sollevati in nome dell’Unità d’Italia, non ho esitato a mettermi alla testa della spedizione»</em> e invitava la popolazione a <em>«sostenere la lotta colla parola, coll’oro, coll’armi e soprattutto col braccio».</em></p>
<p>Il comitato napoletano aveva consegnato anche molti ritratti di Vittorio Emanuele II e Garibaldi che vennero sistemati in fusti di olio vuoti.</p>
<p>Gran parte del materiale fu consegnato a Tanzi. La polizia era in allarme, ma non riuscì a trovare il materiale pericoloso, sia nei magazzini dell’armatore che nell’abitazione del sovversivo.</p>
<p>Altre numerose notizie arrivavano dal “Comitato Centrale Pugliese” di Altamura sui progressi dei Mille in Sicilia. Luogo di smistamento delle missive segrete era la farmacia di Michele Brandonisio in via Melo.</p>
<p>I pochi rivoluzionari trovarono numerosi altri simpatizzanti desiderosi di avere nuove notizie sui clamorosi avvenimenti, in città e nei comuni della provincia.</p>
<p>A Gioia del Colle padre Eugenio Covelli, guardiano del Convento dei Cappuccini di Altamura, tenne una riunione il 17 luglio nel corso della quale si dichiarò decaduta la dinastia borbonica e si decise di passare all’azione non appena Garibaldi fosse sbarcato in continente.</p>
<p>Il 28 luglio a Putignano, presso il presidente del Comitato d’Azione barese, il medico Camillo Morea (1825-1891), seguì altra riunione nella quale si stabilì che occorreva trovare armi e che bisognava incitare le truppe regie a disertare. Il 15 agosto ad Altamura altra solenne riunione del Comitato Centrale nel corso della quale fu eletto presidente Luigi De Laurentiis, delegato alle più ardite iniziative. Il 18 agosto il segretario del Comitato Centrale Vincenzo Rogadeo (nato a Bitonto da antica famiglia ravellese) invitò Tanzi a partecipare alle loro attività ed il giorno dopo giunse notizia che Garibaldi era sbarcato in Calabria, a Melito di Porto Salvo.</p>
<div id="attachment_7751" class="wp-caption alignleft" style="width: 229px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/3-Giacinto_Albini.jpg"><img class="size-medium wp-image-7751" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/3-Giacinto_Albini-219x300.jpg" alt="" width="219" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Giacinto Albini</p>
</div>
<p>La Basilicataera in fermento e squadre di rivoltosi si diressero a Potenza: un drappello comandato da Francesco Garaguso, una colonna al comando di Davide Mennuni, un’altra preceduta dal sacerdote Nicola Mancuso, una squadra di Giambattista Rabilotta, volontari con Rocco de Petruccellis, Nicola Albini e Pietro Bonari.</p>
<p>Tutti si misero agli ordini del colonnello Camillo Boldoni ed il 21 s’insediò a Potenza il cosiddetto “Governo Provvisorio” con “pro-dittatori” Nicola Mignogna (1808-1870) e Giacinto Albini (1821-1884).</p>
<p>Con la formazione di autorità dichiaratamente illegittime e rivoluzionarie i funzionari regi, anche di alto livello, si trovarono nella impossibilità di svolgere il loro mandato, mancando la protezione delle forze armate regolari e le opportune disposizioni del governo centrale. E così Cataldo Nitti (1808-1898), arrivando a Potenza per svolgere il compito di Intendente, si sentì offrire un “incarico di prestigio” nel Governo Provvisorio rivoluzionario. Immediatamente Nitti rifiutò e, non ritenendo di poter svolgere i suoi compiti governativi, rimise il mandato nelle mani del sindaco Luigi Lavagna e si allontanò dalla città. Il Tribunale, nel giudicarlo, ritenne che la sua condotta fu esemplare, tale da evitare inutili violenze (una condotta, peraltro, molto apprezzata dai nuovi “padroni” tanto che, con la nascita del Regno d’Italia, fu nominato Governatore della Provincia di Bari, quindi presidente del Consiglio Provinciale di Terra d’Otranto, infine senatore del Regno).</p>
<div id="attachment_7752" class="wp-caption alignleft" style="width: 214px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/5-Nicola-Mignogna.jpg"><img class="size-medium wp-image-7752" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/09/5-Nicola-Mignogna-204x300.jpg" alt="" width="204" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Nicola Mignogna</p>
</div>
<p>Mignogna era in corrispondenza con Garibaldi. Il 31 luglio l’Eroe gli aveva scritto: <em>“Caro Mignogna, io prima del 15 agosto spero di essere in Calabria. Ogni movimento rivoluzionario, operato nelle Province Napoletane, in questa quindicina, non solo sarà utilissimo, ma darà una tinta di lealtà in faccia alla Diplomazia, al mio passaggio sul Continente. Qualunque uffiziale dell’Esercito Napoletano, che si pronunzi pel movimento nazionale, sarà accolto fraternamente nelle nostre file, col proprio grado, e promosso, secondo il merito. Dite ai vostri prodi del continente Napoletano che, presto, saremo insieme a cementare la sospirata, da tanti secoli, Nazionalità Italiana”.</em></p>
<p>Nicola Mignogna, nativo di Taranto, era stato con i Mille di Garibaldi fino allo sbarco in Sicilia; ebbe poi dall’Eroe incarichi di servizio nel “continente”. Gli altri sette pugliesi che avevano fatto parte dei Mille erano: Filippo Minutilli (1813-1864) di Grumo, Moisè Maldacea (1822-1898) di Foggia, Guglielmo Gallo (1826-1896) di Molfetta, Giuseppe Fanelli (1827-1877) di Martina Franca, Vincenzo Carbonelli (1822-1901) di Taranto, Cesare Braico (1816-1887) di Brindisi e Tommaso Columbo (1844-?) di Bari (Francesco Raffaele Curzio, nato a Turi, era al momento della spedizione residente a Firenze e non fu considerato pugliese; con il Regno d’Italia fu eletto deputato nel collegio di Acquaviva).</p>
<p>(nei prossimi giorni la seconda parte)</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>COME ERAVAMO: LE PALME</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2011 10:57:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Mario Ventura Noi ragazzi ci svegliavamo presto, quella Domenica, per andare al Calvario a far benedire le palme. Le palme erano semplicemente i rami di ulivo e... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/04/16/come-eravamo-le-palme/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_6331" class="wp-caption alignleft" style="width: 225px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/04/1930-Giochi-al-Calvario-Don-Pedro.jpg"><img class="size-medium wp-image-6331" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/04/1930-Giochi-al-Calvario-Don-Pedro-215x300.jpg" alt="" width="215" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Il Calvario anni &#039;30 (Don Pedro)</p>
</div>
<p>di Mario Ventura</p>
<p>Noi ragazzi ci svegliavamo presto, quella Domenica, per andare al Calvario a far benedire le palme. Le palme erano semplicemente i rami di ulivo e quella mattina i contadini ne portavano al Calvario intere fascine, dalle quali noi ragazzi attingevamo per la nostra provvista (con il beneplacito dei proprietari),</p>
<p>Rientrati a casa con una buona scorta di rami d’ulivo, le mamme ci davano uno dei quei fazzolettini colorati a quadroni e noi partivamo per il “giro delle palme”.</p>
<p>Avevamo l’obbligo di portare la palma ai vicini di casa: a quella di <em>faccembrounde</em> (dirimpetto), a quella <em>d’apparàite</em> (a fianco), alla comare, alle zie, ai nonni, ai cugini, ai parenti, agli amici.</p>
<p><span id="more-6330"></span></p>
<p>Un giro che durava sino a mezzogiorno. A ciascuna di queste persone si dava la palma e si diceva la famosa frase:”Cume te piesce a segnerégghie” (“Come piace a vossignoria”), che voleva dire:”Dammi ciò che più ti piace”. E tutti ci davano quelle cose che avevano preparato per l’occasione; e il fazzoletto cominciava a riempirsi.</p>
<p>Una cosa importante in questo giorno era: fare la pace.</p>
<p>Se qualche famiglia era in lite con un’altra famiglia, era d’obbligo mandare la palma per i propri bambini in segno di pace.</p>
<p>Se due amici avevano litigato e non si salutavano più, ebbene, il più piccolo andava incontro all’altro con la palma in mano.</p>
<p>Non vi pare bello tutto questo?</p>
<p>Tutte le cose buone raccolte nel fazzoletto dovevano essere conservate perché dovevano essere consumate al <em>papreiule</em> (la Pasquetta). Ma si decimavano strada facendo, perché, noi ragazzi, di tanto in tanto, durante il giro, ci sedevamo a qualche pesèule (gradino) e cominciavamo a mangiarle. Molte volte, quando il giro era lungo, il fazzolettone si riempiva e allora noi andavamo di corsa a casa a svuotarlo in un canestro per poi ritornare a riprendere il giro.</p>
<p>A quei tempi (1930/1940 n.d.r.) si usava, in alcuni ambienti, che il fidanzato ufficiale regalasse alla fidanzata una bambola, che, dopo le nozze, la sposa teneva sul letto come soprammobile. In alcune case e presso alcune famiglie esiste ancora quella bambola adagiata sul letto.</p>
<p>Era in voga una canzone di Redi e Nisa che diceva:”<em>Voglio offrirti una bambola rosa piccolina come te, è il regalo che si offre a una sposa piccolina come te</em>”</p>
<p>Oggi si regala l’uovo di cioccolata.</p>
<p>Il dovere di portare la palma non spettava solo a noi ragazzi. Anche gli adulti erano tenuti ad alcuni doveri: la fidanzata portava la palma alla futura suocera; le nuore e i generi alle suocere ed ai suoceri; i coniugi al compare e alla comare d’anello; i battezzati e i cresimati ai rispettivi padrini e madrine; i figli sposati ai propri genitori e…si stava molto attenti a non venir meno a questi doveri.</p>
<p><strong>Dalla Redazione di Città Nostra un modesto omaggio ad un grande Amico e Maestro, in un momento di tristezza e di dolore. Noi gli siamo vicini con tutto l’affetto. Forza Mario!</strong></p>
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		<title>NOTIZIE STORICHE SUL CLERO DI MOLA</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Feb 2011 09:16:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Miccolis   II parte Dopo la peste del 1690-1692 i lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/02/15/notizie-storiche-sul-clero-di-mola/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Miccolis</strong></p>
<p><strong>  II parte</strong></p>
<p>Dopo la peste del 1690-1692 i lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella <em>“Platea dei Beni Capitolari”</em>; i Domenicani possedevano 862 opere; le monache di Santa Chiara avevano 137 opere; i francescani erano, per così dire, i più poveri, tanto che si occupavano di commercio che fu ritenuto attività di contrabbando.</p>
<p><span id="more-5701"></span></p>
<p>Nel 1659, ai tempi dell’arciprete Angelo Antonio Zuccarino (1627-1680), la Collegiata aveva un arciprete, due primiceri, 23 canonici, 74 sacerdoti.</p>
<p>Fecero seguito gli arcipreti: Giuseppe Zuccarino (1680-1725), Valeriano Fanizza (1725), Antonio Cerulli (1726-1727), Valeriano Fanizza (1727-1728), Michele L. Bardi (1728-1739), Valeriano Fanizza (1739).</p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1753-Arciprete-Sante-Noya.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5703" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1753-Arciprete-Sante-Noya-201x300.jpg" alt="" width="201" height="300" /></a>Nel 1753, ai tempi dell’arciprete don Sante Noya (1739-1758), il capitolo molese si componeva di un Arciprete, due Primiceri, 24 canonici ed un numero illimitato di preti extranumero. E’ facile immaginare quanti problemi dovettero esservi tra i membri del clero, interessati a conquistare prerogative e diritti nella gestione dell’immenso patrimonio della <em>“Platea dei Beni Capitolari”</em> di ben 851 opere e 22 ordini nel 1787. Da Michele Garruba (<em>Serie critica de’ sacri pastori baresi…, </em>1844) si rileva che nella Collegiata di Mola: <em>“si assegnino ducati 200 all’Arciprete parroco per la sua congrua; si stabiliscano 24 porzioni maggiori per ducati 65 l’una, da servire per i 24 canonici quoad honores; sei porzioni minori in ducati 50 l’una e che il residuo in grani 81 s’impieghi secondo la regola generale di dividersi tra’ partecipanti alla fine dell’anno…”.</em></p>
<p>Con tali disposizioni l’arciprete, i canonici e sei preti potevano vivere in concreto di rendita. Ed erano proprio gli stessi che beneficiavano anche degli introiti per le “intenzioni” dei fedeli più agiati. Nelle chiese erano celebrate anche venti messe giornaliere, quasi tutte per onorare le pie intenzioni delle varie famiglie, spesso facoltose. Gli altri preti dovevano svolgere, oltre al ministero sacerdotale, anche altra attività, spesso per la coltivazione dei terreni.</p>
<p>A Sante Noya fecero seguito: Francesco Lauro (1758), Ambrogio Petrella (1758-1759), Emilio De Marinis (1759), Ambrogio Petrella (1759), Nicola Vitulli (1759-1775), Giacomo De Marinis (1775-1779), Giovanni Martinelli (1779-1813).</p>
<p>Nel 1788 era in viaggio Pietro Paolo Remon, castellano di Gallipoli, che era stato nominato Preside della Provincia di Catanzaro e che stava raggiungendo la sua nuova sede col segretario Bartolomeo Ravenna. Il segretario scrisse un “Diario” nel quale annotò le sue impressioni sui luoghi visitati.</p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1953-La-processione-della-Madonna-3.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5704" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1953-La-processione-della-Madonna-3-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" /></a>Il sei gennaio giunsero a Mola ed alloggiarono nell’albergo cittadino. Subito li raggiunse don Ermenegildo Pepe, il quale si rammaricò per la sistemazione poco consona agli illustri visitatori e fece le sue lagnanze al preside Remon per non essersi recato nel suo palazzo unitamente al segretario. Bartolomeo Ravenna scrisse nel suo Diario che Mola era una città <em>“piccolissima, per cui non potendo abitare nel recinto delle sue mura, la sua numerosa popolazione composta di circa ottomila persone, si è costruito al di fuori un gran borgo, il quale si è talmente ampliato che quasi tutta la popolazione, e la più culta, abita in questo borgo, restando ora di dentro poca gente e della più popolare”.</em></p>
<p>Il clero di Mola non fece una buona impressione ai viaggiatori, anzi suscitò molta ilarità il loro comportamento. Pungente fu un’osservazione del Ravenna, il quale obiettò che i canonici non erano nominati per merito <em>“ma per anzianità, motivo per cui, essendo tutti decrepiti poco pensavano alla pulizia”. </em>Il segretario fu ancora più offensivo nei confronti del clero dopo aver incontrato un corteo funebre; con irriverente sarcasmo definì alcuni ecclesiastici <em>“veramente da teatro”.</em></p>
<p>Erano tanti gli appartenenti al clero e non tutti brillavano per fervore religioso, per idoneità, per correttezza nei costumi. Tuttavia, se l’aspetto e l’atteggiamento dei prelati molesi lasciavano a desiderare, ad essi doveva comunque riconoscersi il bagaglio culturale acquisito con il tirocinio presso le sedi vescovili e con gli studi nella capitale, Napoli. Erano gli insegnanti, educatori e precettori dei figli delle famiglie agiate, prima della istituzione di scuole regolari.</p>
<p>Scuole pubbliche con insegnanti laici furono istituite verso la fine del 700. Il testamento di Luigi Tanzi, con il quale si fondava in Mola una scuola secondaria da amministrarsi da una Commissione eletta dal Municipio, risale al 4 luglio 1799.</p>
<p>Gli arcipreti dell’800 furono: Ermenegildo Pepe (1813-1817), Giovanni Berardi (1817-1818), Vito L. Intini (1818-1848), Giuseppe Affaitati (1848-1868), Antonio M. Capozzi (1869-1874), Vincenzo Susca (1874-1902).</p>
<p>Alcuni preti parteciparono con fervore alle attività rivoluzionarie dei Carbonari in un mondo che cambiava e che chiedeva maggiori diritti e libertà dalla tirannia dei sovrani.</p>
<p>Nel “<em>Dizionario geografico-ragionato del Regno di Napoli” </em>di Lorenzo Giustiniani (Napoli, 1816) Mola era così descritta e conosciuta: <em>«Mola di Bari città regia della provincia, che porta il nome appunto di Bari, e per distinguerla dall&#8217;altra appellata di Gaeta, va così nominata nella carte. Dista miglia 12 da Bari e si vuole antica, ma non sappiamo assegnare alcun&#8217;epoca di sua fondazione. Nel 1117, quando governava Costanza la città di Bari in nome di Boemondo suo figlio, era un luogo di non molta considerazione. In oggi è grande per ragione dei suoi borghi. Nella medesima vi si vedono delle buone fabbriche di chiese e di edificj. Vi sono tre Monti di Pietà una Regia dogana ed il fondaco di sale. La tassa de fuochi del 1532 fu di 464, nel 1545 di 745, nel 1561 di 770, del 1595 di 1044, del 1648 anche di 1044, e del 1669 di 1436. Nell&#8217;ultima del 1737 fu di 1043. Nel 1436 da Alfonso I fu venduta a Landolfo Maramaldo per ducati 6.300. Per la sua ribellione nell&#8217;anno 1446 da Ferdinando fu venduta a Niccolò Toraldo, nella cui discendenza si conservò fino al 1551, quando ad istanza de creditori fu venduta insieme colla terra di Polignano a Giovanni Francesco Carafa per ducati 35.000. Nel 1583 fu poi venduta a Vincenzo della Tolfa per ducati 50.000. L&#8217;università cercò il Regio demanio, ed avendolo ottenuto, vendè tutti i corpi feudali al Conte di Conversano per ducati 53.500».</em></p>
<p>Il 29 aprile 1813 fu nominato arciprete don Ermenegildo Pepe. La sua fu una gestione travagliata, non per i tumulti e le sommosse popolari che erano ormai un ricordo, ma per le continue pretese dei canonici della Collegiata in una città che prosperava con i suoi commerci ed aveva superato i 9 mila abitanti. Con la ricchezza di tante famiglie molesi aumentarono, allo stesso tempo, l’autorità del Clero ed il potere dei canonici. Questi, durante le funzioni religiose, avevano il diritto di occupare gli stalli superiori del coro e di indossare l’almuzia (piccolo mantello di pelliccia che completava la cappa corale). Il 16 settembre 1815 l’arciprete concesse, con parere favorevole dell’arcivescovo Baldassarre Mormile, la cappa magna (ampio mantello con strascico). Occorrevano molta diplomazia e notevole pazienza per amministrare i numerosi religiosi e queste doti non mancavano al buon Ermenegildo, molto apprezzato dalla Nunziatura di Napoli.</p>
<p><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1959-Chiesa-Matrice-interno-.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-5705" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/1959-Chiesa-Matrice-interno--300x212.jpg" alt="" width="300" height="212" /></a>L’ottocento fu un periodo molto tormentato anche per il clero molese, poiché le leggi dei Borbone, sulla scia di quelle francesi, portarono sostanzialmente alla diminuzione del potere temporale della Chiesa. La popolazione aumentava e diminuivano il numero dei preti e la platea dei loro beni.</p>
<p>Nel 1848, in ogni modo, la Chiesa di Mola era ancora riconosciuta come “ricettizia numerata” con un arciprete, 24 canonici e sei partecipazioni della ricettizia numerata.</p>
<p>Nel 1855 fu richiesta dall’arcivescovo di Bari, mons. Michele Basilio Clary, l’elevazione del Capitolo di Mola a Collegiata Insigne di “vera natura” e non soltanto di puro titolo. La richiesta fu accolta con bolla del papa Pio IX, munita di regio <em>exequatur</em> del 24 ottobre 1857, e resa esecutiva il 28 novembre 1857.</p>
<p>Non ebbe esito positivo invece l’istanza per attribuire le insegne minori corali al ceto inferiore dei Mansionari, rivolta a Ferdinando II nel gennaio 1859 mentre transitava febbricitante da Mola e diretto a Bari per incontrare Maria Sofia di Baviera, promessa sposa del figlio Francesco II.</p>
<p>Con le leggi del decennio francese sull’eversione della feudalità, con l’assoggettamento dei vescovi al sovrano borbonico al quale dovevano giurare fedeltà, con le successive leggi eversive dello Stato Italiano del 1866 e del 1867, con la vendita o la confisca dei beni ecclesiastici, si verificò la disgregazione della comunità soprattutto parrocchiale. I sovrani borbonici utilizzarono il clero per controllare il consenso delle masse sulle attività di ordine pubblico e sanitario (con decreti e dispacci i parroci erano chiamati ad intervenire anche per sollecitare la popolazione a vaccinarsi).</p>
<p>Dopo l’Unità d’Italia, con petizione n. 10.863, Bellantuono Francesco e altri sei sacerdoti addetti al servizio della chiesa cattedrale di Mola di Bari si rivolsero alla Camera, perchè fossero rispettati i loro diritti nella conversione dell&#8217;asse ecclesiastico.</p>
<p>Nella seduta del 24 gennaio 1866 il deputato Lazzaro disse: “<em>Chiedo alla Camera che si compiaccia di dichiarare di urgenza la petizione 10,863, mediante la quale alcuni appartenenti al clero così detto fuori numero, cioè non beneficiato, della città di Mola di Bari, domandano che la loro petizione sia presa in considerazione allora quando la Camera delibererà sulla legge dell&#8217;asse ecclesiastico”.</em></p>
<p>Poco dopo, con legge per la liquidazione dell’asse ecclesiastico del 15 agosto 1867, il Capitolo fu soppresso.</p>
<p>La popolazione molese era nel 1815 di 8.388 abitanti, passando a 12.574 nel 1861 (Unità d’Italia) ed a 13.962 nel 1901; nello stesso tempo la popolazione dell’intera provincia era di 339.309 abitanti nel 1815, 554.042 nel 1861 e 827.698 nel 1901.  </p>
<p>All’inizio del 1900 era aumentata notevolmente la popolazione ed era diminuito il numero dei sacerdoti. Tre erano le “associazioni partitiche”: Repubblicano, Monarchico, Clericale. La fine del secolo diciannovesimo era stata caratterizzata da scioperi e rivolte nelle campagne, dall’insofferenza dell’ingerenza della Chiesa nella gestione pubblica, dalla nascita del pensiero socialista. Saverio La Sorsa ritenne così la situazione politica barese: «<em>&#8230;sezione socialista che ha pochi iscritti&#8230;i repubblicani si contano sulle dita&#8230;la sezione radicale è ancora nascente&#8230;il partito clericale si mostra meglio disciplinato» </em>(La vita di Bari durante il secolo XIX, Bari 1915).</p>
<p>Era diminuito il numero delle messe celebrate nelle chiese e vi era una “incredulità dilagante” come nel resto della provincia.</p>
<p>L’ingaggio dei salariati agricoli avveniva nei pressi della Chiesa di San Domenico con una paga “al ribasso”: scarsa era l’offerta di lavoro e c’era sempre qualcuno che si offriva ad un prezzo inferiore a quello precedentemente pattuito. </p>
<p>Gli arcipreti dell’inizio del secolo ventesimo furono: Angelo Roberti (1902-1903), Gennaro Mansione (1903-1919), Giuseppe Palumbo (1919-1920), Pietro Novelli (1920-1927).</p>
<p>Una visita <em>“ad limina” </em>(alle soglie del secolo) era stata compiuta dall’arcivescovo Giulio Vaccaro (1851-1924) in tutta la diocesi di Bari. Una nuova e più accurata visita fu affidata nel maggio 1907 al redentorista Ernesto Bresciani (1838- 1919), dal cardinale Gaetano De Lai. In Puglia il Bresciani visitò le diocesi di Bari, Conversano, Monopoli, nonché le chiese palatine di Altamura, Acquaviva, San Nicola di Bari e Monte Sant’Angelo.</p>
<p>Dalla relazione del visitatore si desumono i seguenti sintetici elementi relativi alla nostra città.</p>
<p>La Collegiata di Mola era retta dall’arciprete, anche con la funzione di parroco (non esistevano altre parrocchie), e da sette viceparroci.</p>
<p>Il parroco aveva il compito dell’insegnamento del Vangelo e del Catechismo agli adulti ed ai bambini; erano a suo carico anche le predicazioni nelle diverse occasioni dell’anno liturgico.</p>
<p>I viceparroci si alternavano, due per volta, in turni settimanali per la cura dell’amministrazione dei sacramenti e per l’assistenza degli ammalati. Non potevano essi confessare le donne.</p>
<p>Nelle messe domenicali era obbligatoria l’omelia (il sermone).</p>
<p>Il catechismo dei fanciulli era spesso trascurato e limitato in alcuni periodi dell’anno, perchè i ragazzi delle famiglie non facoltose erano impiegati spesso nei campi e nelle attività artigianali. Se deficitario era il catechismo dei fanciulli, quello degli adulti era pressoché sconosciuto.</p>
<p>Le predicazioni erano invece svolte con regolarità.</p>
<p>Il clero non ricevette un giudizio lusinghiero: <em>«I vecchi, ignoranti ed avvezzi a far nulla, in passato hanno piuttosto scandalizzato il popolo e non hanno idea della vita e del ministero sacerdotale». </em>  Alcuni preti avevano prole e non provavano alcuna vergogna. Diversi giovani preti non avevano sufficiente vocazione e cultura teologica: <em>«Uno si è fatto prete per godere 12.000 lire lasciate dal nonno, un secondo era fornaio, un terzo falegname, un quarto calzolaio, e tutti incominciano tardi gli studii, e li compirono alla meglio. Dal vedere poi come si combattono per guadagnare pochi soldi, e come assistevano alle funzioni fino all’anno scorso, e facciano i Preti per mestiere».</em></p>
<p>L’arciprete don Gennaro Mansione, comunque, fu giudicato buono, rispettato e zelante.</p>
<p>Le scuole comunali femminili erano tenute dalle suore d’Ivrea (<em>«Deve ascriversi a speciale misericordia di Dio verso questo paese che da 40 anni tutte le scuole comunali femminili, ora frequentate da 750 bambine divise in 11 classi, sano affidate</em> <em>a dieci buone e brave suore d’Ivrea. Ogni giorno queste insegnano un po’ di dottrina e di storia sacra e approfittano di ogni occasione per istillare sentimenti cristiani&#8230;Quest’opera è visibilmente protetta dal Signore, ben veduta da tutte le classi di persone, e perciò tollerate dai massoni. Il Comune con le Suore risparmia L. 2.000 l’anno»).</em></p>
<p>I Galantuomini furono giudicati <em>«in gran parte atei e frammassoni»; </em>le donne delle classi agiate disertavano volentieri chiesa e sacramenti; nessuno dei Signori <em>«osteggerebbe apertamente la religione se non temesse il popolo».</em> </p>
<div id="attachment_5702" class="wp-caption alignleft" style="width: 151px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/4-don-bitetto_n.jpg"><img class="size-medium wp-image-5702" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/4-don-bitetto_n-141x300.jpg" alt="" width="141" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Mons. Francesco Bitetto</p>
</div>
<p>Il 28 agosto 1927 fu nominato mons. Francesco Bitetto, delegato arcivescovile fino al 1929, e quindi arciprete dal 1929 al 1966. Il 2 aprile 1967 l’arcivescovo Enrico Nicodemo conferì il possesso canonico al nuovo arciprete don Giuseppe Buonsante che fu in carica fino al 1987, anno della sua scomparsa. Per diciassette anni resse la Chiesa Matrice don Fedele Sforza. L’attuale parroco della Matrice è don Mimì Moro.</p>
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		<title>EMPIRE DACE, UNA TRAGEDIA DIMENTICATA</title>
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		<pubDate>Mon, 07 Feb 2011 09:02:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Giovanni Miccolis   Le informazioni fornite dall’amico Francesco Vacca mi hanno indotto a riprendere l’argomento sulla polemica circa la toponomastica molese e l’oblio di persone degne di... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/02/07/empire-dace-una-tragedia-dimenticata/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giovanni Miccolis</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Le informazioni fornite dall’amico Francesco Vacca mi hanno</p>
<div id="attachment_5618" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/Tower-Hill-Memorial2.jpg"><img class="size-medium wp-image-5618" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/Tower-Hill-Memorial2-300x198.jpg" alt="" width="300" height="198" /></a>
<p class="wp-caption-text">Il Tower Hill Memorial a Londra</p>
</div>
<p>indotto a riprendere l’argomento sulla polemica circa la toponomastica molese e l’oblio di persone degne di perenne memoria, come gli otto molesi morti nel 1944 per l’affondamento della nave inglese su cui prestavano servizio. Ecco il risultato delle mie ricerche:</p>
<p><strong> <span id="more-5612"></span></strong></p>
<p>La “Empire Dace” era una nave da trasporto di 716 tonnellate GRT &#8211; dimensioni di metri 54,7&#215;12,3&#215;3,4 – capace di sviluppare 11 nodi. Fu costruita nel 1942 dalla società “Swan, Hunter &amp; Wigham Richardson Ldt.”, Newcastle-Upon-Tyne ed assegnata al “Ministry of War Trasport (WOWT)” London, per il trasporto di armi e truppe. Si trattava di una “coaster”, cioè una nave di cabotaggio che effettuava viaggi generalmente non lontano dalle coste.</p>
<p>Apparteneva alle “Empire Ships”, navi che facendo parte del governo britannico avevano il prefisso “Empire”. Durante il secondo conflitto mondiale erano assegnate in proprietà al Ministero della Guerra per i Trasporti che talvolta le gestiva direttamente, altre volte le cedeva a varie compagnie di navigazione.</p>
<p>Il 1° dicembre 1944 era in viaggio verso la Grecia con 12 ufficiali di complemento, un equipaggio di 21 marittimi e 100 soldati, truppe indiane da inviare a Krioneri nel Peloponneso. Trasportava anche camions e carburanti.</p>
<p>Alle ore 7,50 del due dicembre la nave aveva lasciato Patrasso, dove aveva effettuato una sosta, ed era ripartita verso Missolungi, la città dove il 19 aprile 1824 era morto Lord Byron.</p>
<p>Galleggiava sull’acqua un relitto che sembrò innocuo, ma che nascondeva invece una micidiale mina. La nave stava per passarci sopra ma, all’improvviso, uno scoppio terrificante squarciò la prua che cadde in mare con due grossi veicoli. Il resto del natante si piegò all’indietro per affondare rapidamente.</p>
<p>Non fu possibile utilizzare le scialuppe di salvataggio. I sopravvissuti dallo scoppio si gettarono in mare e furono soccorsi da imbarcazioni locali di piccole dimensioni.</p>
<p>Perirono quasi tutti gli ufficiali inglesi di complemento, 20 marinai dell’equipaggio e 56 soldati.</p>
<p>L’equipaggio era formato in gran parte da marittimi pugliesi e tra gli scomparsi c’erano otto molesi (Battista Marino, via Tripoli 62; Colombo Cristoforo, via S. Spaventa 105; Napoli Francesco, via Trieste 110; Panzini Onofrio, via Mazzarelli 1; Recchia Vincenzo, corso R. Margherita 13; Salvai Donato, via Tripoli 210; Santoro Leonardo, via Dante 95; Scorcia Vito, via Alfieri 64) e quattro molfettesi (Gaudio Giuseppe, Laforgia Leonardo, Losito Domenico, Spadavecchia Angelo). </p>
<p>La Royal Navy, al fine di onorare la memoria dei caduti e dispersi in mare, ha realizzato alcuni “Memorial”, in pratica sacrari con sculture e lapidi che ricordano i marittimi scomparsi. Si tratta del “Chatham Naval Memorial” nel Kent, del “Portsmouth Naval Memorial” nell’Hampshire, del “Tower Hill Memorial” a Londra.</p>
<p>Nell’archivio di uno di quei sacrari, il “Tower Hill Memorial”, ho trovato i nomi di sei degli otto molesi dispersi in mare, la cui nazionalità risulta della Gran Bretagna, una nazione orgogliosa dei propri marinai, considerati figli da onorare con degna memoria:</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Battista Marino</span></strong>- “Nationality: United Kingdom, Rank: Able Seaman, Extra Info: Son of Francesco and Francesca Battista; husband of Giovanna C. Battista, of Buenos Aires, Argentine; Regiment: Merchant Navy, Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne), Casualty Type: Commonwealth War Dead, Grave Reference: Panel 39”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Colombo Cristoforo</span></strong>- “Nationality: United Kingdom, Rank: Able Seaman, Extra Info: Son Of Giuseppe And Antonia Colombo, of Mola Di Bari, Italy., Regiment: Merchant Navy, Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne), Casualty Type: Commonwealth War Dead, Grave Reference: Panel 39”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Napoli Francesco</span></strong>- Initials: F Nationality: United Kingdom Rank: Fireman Regiment/Service: Merchant Navy Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne) Age: 38 Date of Death: 02/12/1944 Additional information: Son of Vito Napoli and Maria Atteniese; husband of Del Re Francesca Napoli, of Mola Di Bari, Italy. Casualty Type: Commonwealth War Dead Grave/Memorial Reference: Panel 39.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Panzini Onofrio</span></strong>- “Nationality: United Kingdom, Rank: Able Seaman, Extra Info: Son of Domenico Panzini, and of Adriana Panzini, of Mola Di Bari, Italy; Regiment: Merchant Navy, Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne), Casualty Type: Commonwealth War Dead, Grave Reference: Panel 39”.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Recchia Vincenzo</span></strong>- Initials: V Nationality: United Kingdom Rank: Fireman Regiment/Service: Merchant Navy Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne) Age: 32 Date of Death: 01/12/1944 Additional information: Son of Nicola and Caterina Clemente Recchia; husband of Angela Recchia, of Mola, Bari, Italy. Casualty Type: Commonwealth War Dead Grave/Memorial Reference: Panel 39.</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline">Santoro Leonardo</span></strong>- Initials: L Nationality: United Kingdom Rank: Fireman Regiment/Service: Merchant Navy Unit Text: S.S. Empire Dace (Newcastle-on-Tyne) Age: 29 Date of Death: 01/12/1944 Casualty Type: Commonwealth War Dead Grave/Memorial Reference: Panel 39.</p>
<p>Ma nella nostra città esiste una lapide od altro ricordo di quei nostri sfortunati paesani? Inutile cercare, non trovereste nulla!</p>
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		<title>VOX POPULI, VOX DEI</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Feb 2011 11:17:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lucarelli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storia]]></category>

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		<description><![CDATA[di Anna Consiglio Una tragica vicenda di 60 anni fa: l’universitario Giovanni Tateo muore presso i binari della stazione. La sentenza popolare è: suicidio!  Ma i dubbi sono... <a href="http://www.citta-nostra.it/2011/02/04/vox-populi-vox-dei/">Read More &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Anna Consiglio</p>
<p><strong>Una tragica vicenda di 60 anni fa: l’universitario Giovanni Tateo </strong></p>
<div id="attachment_5592" class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/VOX-giovanni-tateo-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-5592" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/VOX-giovanni-tateo-1-200x300.jpg" alt="" width="200" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Giovanni Tateo nel 1948</p>
</div>
<p>muore presso i binari della stazione. La sentenza popolare è: suicidio!  Ma i dubbi sono tanti.<em> </em>Oggi i fratelli riabilitano la sua memoria, forse volutamente bollata dall’infamia. <em></em></p>
<p>“<em>Vox Populi, vox dei</em>”. Questa allocuzione latina, nel suo significato più comune e letterale, viene utilizzata per affermare che &#8220;una diceria assume i caratteri della verità quando una moltitudine è concorde nell&#8217;assumerla come tale&#8221;. Così, per secoli, in nome di &#8220;vox populi, vox Dei&#8221; sono stati elevati agli altari santi mai esistiti, tramandati falsi storici, condotte sanguinose guerre (al grido &#8220;Dio lo vuole!) e sono state diffuse, spacciandole per verità, dicerie malevoli su famiglie o su singole  persone.</p>
<p><span id="more-5591"></span></p>
<p>Se oggetto di affermazione malevola è una diceria di piccolo conto, come spesso accade in luoghi di provincia, gli esiti possono non essere considerati concretamente dannosi; ma in casi in cui una maldicenza abbia per oggetto un&#8217;affermazione che mina profondamente l&#8217;immagine di un individuo, le conseguenze possono compromettere anche la vita stessa di altri che con esso  hanno legami di amicizia, affetto, parentela.</p>
<p>In Mola di Bari, dopo gli anni difficili dell&#8217;ultimo conflitto mondiale, si respirava aria di ripresa. Nelle campagne, attraverso l&#8217;esportazione di uva da tavola, con la marineria, con imbarchi presso compagnie di navigazione italiane ed estere e con l&#8217;apertura di cantieri, le attività produttive ricominciavano a produrre lavoro ed introiti. Anche gli emigranti avevano ripreso a percorrere il viale della Stazione &#8211; voluto da Monetti &#8211; consumando il triste rito dell&#8217;addio con l&#8217;accompagnamento, come  in processione, di parenti ed amici, in attesa poi del fischio di quel treno delle 23 per Napoli che li avrebbe portati via per lunghi tempi, e in molti casi  per sempre. Questa era in sintesi l&#8217;atmosfera degli anni intorno al 1950.</p>
<p>Nelle primissime ore di un mattino del giugno &#8217;49 uno studente della Facoltà di Lettere dell’Università di Bari nato a Mola di Bari e di nome Giovanni,  notoriamente buono e mite nel carattere come brillante negli studi, percorreva anche lui come molti giovani pendolari il viale Matteotti (ultimo tratto di Corso Umberto I) che conduceva alla stazione ferroviaria: si recava in Università, assiduamente come sempre. Era persona schiva: negli anni di frequenza del  Liceo Classico &#8220;Domenico Morea&#8221; di Conversano aveva riscosso ammirazione e ricevuto encomi dai docenti e dall&#8217;illustre Preside Raffaele Chiantera (che fu allievo in Napoli del Torraca e dello Schipa), il quale  aveva in più occasioni pubblicamente dimostrato particolare palese stima ed ammirazione per lui, additato come esempio di dedizione agli studi, con particolare predilezione per le lettere. La&#8221; storia&#8221; scolastica di Giovanni Tateo è lì documentata.</p>
<p>Gli studenti, e non loro soltanto, erano soliti guadagnare l&#8217;accesso alle carrozze del treno &#8220;pendolare&#8221; evitando di percorrere la lunga curva del viale che immetteva all&#8217;ingresso in stazione,  superando invece la sbarra del passaggio a livello che immetteva direttamente alla strada ferrata e quindi alle carrozze. Giovanni non fu visto da alcuno fare altro che quello che tanti facevano, nessuno fu in grado di raccontare, descrivere o denunciare alcuna particolare dinamica dei fatti. Nessun verbale risulta sia stato redatto dalle Ferrovie dello Stato in merito ad incidente o altro accaduto in zona di sua competenza, cosa da formalizzare ove vi fosse stata una qualche verbalizzazione della dinamica dell&#8217;accaduto che avesse avuto una relazione con l&#8217;arrivo o passaggio del treno. Il corpo esanime di Giovanni era lì per terra. I frettolosi spettatori si dileguarono tutti. Uno studente, coetaneo di Giovanni, si recò a primissima mattina in via Matteotti 293 (abitazione della famiglia) a dare laconicamente notizia del fatto che Giovanni fosse passato a miglior vita: fu visto dai familiari dileguarsi  subito, nel momento in cui la madre, disperata per l&#8217;accaduto,  esternò tutta la sua incredulità pretendendo di sapere anche &#8220;come&#8221; ciò fosse accaduto.</p>
<p>Nessuna inchiesta risulta sia stata svolta da parte della magistratura o delle forze dell’ordine, o mai se ne ebbe notizia, neanche da parte dei parenti stretti: la voce del popolo sostituì tutto. Solo la malignità prese il sopravvento e qualcuno si peritò, forse anche per depistare chi avesse voluto ricercare le vere cause di quanto accaduto, di diffondere notizia di &#8220;tragica decisione al suicidio da parte di uno studente ginnasiale bocciato&#8221;. La notizia così diffusa era evidentemente falsa ed infondata sotto ogni aspetto in quanto non trattavasi di studente nè del ginnasio nè del liceo, ma di universitario del secondo anno della facoltà di Lettere con curriculum scolastico eccezionale, documentato anche da premi  e riconoscimenti di eccellenza.  Tale notizia, come suole accadere in occasione di una disgrazia del genere, venne infarcita anche da particolari fantasiosi frutto dell&#8217;invidia e della malignità. Così per voce popolare giunse tale notizia alle autorità ecclesiastiche, che negarono le esequie religiose: tanto bastò per consolidare ancor più l&#8217;infondata &#8220;voce popolare&#8221;. Ciò accadde nonostante tutta la famiglia di Giovanni, con Giovanni stesso, fosse costituita da cattolici credenti e praticanti  appartenenti alla stessa Parrocchia di San Domenico.</p>
<p>Basta tra l&#8217;altro leggere un endecasillabo terzinato dedicato a sua madre e composto proprio da Giovanni Tateo all&#8217;età di 14 anni  per aver idea di quanto fosse ricco di sentimenti sereni l&#8217;animo di quel giovane capace di esternare il suo amore verso la natura.</p>
<div id="attachment_5593" class="wp-caption alignleft" style="width: 227px"><a href="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/VOX-Tateo-Fernando-più-piccolo-di-10-anni-di-Giovanni-piccolo.jpg"><img class="size-medium wp-image-5593" src="http://www.citta-nostra.it/wp-content/uploads/2011/02/VOX-Tateo-Fernando-più-piccolo-di-10-anni-di-Giovanni-piccolo-217x300.jpg" alt="" width="217" height="300" /></a>
<p class="wp-caption-text">Il ritratto del fratello Fernando, dipinto da Giovanni</p>
</div>
<p>Geniale anche nell&#8217;arte della pittura, Giovanni seguiva le orme del nonno Francesco: la copia del dipinto a sua mano che accompagna questo scritto ritrae il suo fratello più piccolo di lui di dieci anni e rende grazia al grande amore sempre  dimostrato per la sua famiglia.</p>
<p>Ma la prova tangibile della inconsistenza della diceria popolare sul volontario impatto con un mezzo in movimento della dimensione di un treno è data fondamentalmente dalla inesistenza sul suo corpo di segni attribuibili ad un impatto del genere: tant&#8217;è che il corpo esanime di Giovanni fu anche detto fosse stato ritrovato a ridosso del muretto che costeggiava, a buona distanza, le rotaie. E ciò nel tratto, come s&#8217;è detto, frequentato da tutti coloro che percorrevano la distanza compresa fra il passaggio a livello e l&#8217;edificio della Stazione costeggiando la &#8220;strada ferrata&#8221;, proprio durante l&#8217;arrivo del treno nella stazione stessa.</p>
<p>Fu concessa al tempo, tra l&#8217;altro, la sola visione frettolosa della salma di Giovanni da parte del padre Saverio: sul corpo, intatto in ogni sua parte, era soltanto visibile una piccola ecchimosi a livello di una tempia. Fu tale particolare a creare smarrimento da parte del padre di Giovanni, che stentò ad accettare come credibile l&#8217;ipotesi forzata da diceria popolare in merito alla causa di morte. Non fu promossa dalle autorità nè indagine istruttoria nè autopsia e comunque non risulta che la famiglia o altri ne abbiano ricevuta  mai nota. </p>
<p>L&#8217;inesistenza di motivo alcuno che potesse avvalorare una frettolosa diceria popolare, l&#8217;inesistenza di una sola deposizione fatta all&#8217;epoca in merito all&#8217;accaduto, nonostante l&#8217;inequivocabile presenza al tempo di tanti frettolosi e non qualificati &#8220;presenti&#8221;, il flebile ricordo d&#8217;oggi da parte di qualcuno che vide Giovanni in quel giorno da non lunga distanza, ma non nell&#8217;atto di provocar danno a se stesso (ne avrebbe dovuto dar notizia, o fornire soccorso)  ripropone l&#8217;allocuzione &#8220;vox poluli, vox Dei&#8221; come assolutamente infondata  e restituisce tutta la dignità di cattolico credente e praticante a Giovanni Tateo ed alle sue spoglie.</p>
<p>Il silenzio degli uomini ha parlato da sè e lascia il campo a tutt&#8217;altra verità, ben diversa da quella delle dicerie e delle malignità popolari.  Con una cerimonia sobria e semplice, i due fratelli hanno voluto ricordare il loro sfortunato congiunto: martedì 31 agosto, nel Cimitero di Mola di Bari, alla presenza dei familiari più stretti e di alcuni amici, Don Vincenzo Rizzi, Parroco di quella Comunità che all&#8217;epoca negò i funerali religiosi, ha benedetto la tomba dove riposa Giovanni Tateo accanto ai suoi genitori e con la lettura di alcuni significativi brani del Vangelo ha voluto dare ai familiari quella consolazione che solo la fede può dare.</p>
<p>Al pomeriggio dello stesso giorno, nella Chiesa del SS.Rosario è stata celebrata una Messa in suffragio del defunto, alla presenza dei fedeli e della famiglia. Attimi di commozione hanno pervaso la navata unica dell&#8217;ex convento quando Don Vincenzo nella preghiera dell&#8217;Offertorio ha recitato:</p>
<p><strong>&#8220;Accogli nel  tuo regno il nostro fratello Giovanni e tutti i giusti che in pace con te hanno lasciato questo mondo: concedi anche a noi di ritrovarci insieme a godere per sempre della tua gloria&#8230;.&#8221;  </strong></p>
<p>Con questo rito si possono considerare sepolte tutte le false e tendenziose dicerie che tanto male hanno arrecato alla famiglia di Giovanni  per sessant&#8217;anni.</p>
<p>Con un volume dal titolo &lt;La musica &#8220;nuova&#8221; di Niccolò van Westerhout&#8221;&gt; (Ed.Cacucci, 2010), a lui dedicato, i due fratelli di Giovanni Tateo hanno voluto contribuire sia alla buona fama di un altrettanto sfortunato  concittadino, sia a dare, comunque, un segno di amore per la loro città natale. </p>
<p>(dal mensile &#8220;Città Nostra&#8221; n. 94 &#8211; Gennaio 2011)</p>
<p><strong> </strong></p>
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