di Vitangelo Palazzo

Il giorno di San Giuseppe i contadini tornano anzitempo dalla campagna. Non hanno bisogno di roteare la frusta negli schiocchi minacciosi: gli asini e i muli tirano allegramente i traini su per il selciato sconnesso delle strade, con le narici dilatate, quasi annusino l’aria di festa che avvolge il paese nel tiepido tramonto di fine inverno.

Con rapide e collaudate manovre, carri e animali vengono riposti nelle case, odorose di fieno, concime, aglio, fumo e fagioli cotti nella pignata con la conchiglia a mo’ di coperchio. E’ un desinare frettoloso: per le strade tornate sgombre, giacciono scompostamente legna di ulivo, ceppi di carrubo e fascine, offerti dai vicini di casa ai ragazzi che, irrequieti come puledri, trottando a briglie sciolte nell’incombenza, hanno accatastato in un angolo per non ostacolare il rientro dei carri. Persino i calzolai rinunciano a lavorare di notte alla fiammella sonnolenta della candela e chiudono bottega al vespro, quando la quiete della sera imminente rasserena gli animi e li dispone al dialogo scevro di egoismi.

Su di un mucchio di trucioli profumati di resina, accantonati dai falegnami per quella serata che appartiene loro di diritto, il più lesto incrocia i rami secchi della fascina, quindi vi adagia la legna di mandorlo, più arrendevole alla fiamma, ed infine, quella contorta dell’ulivo che sprigiona un fumo amaro, come amaro è il lavoro nei campi, prima di offrire una brace indomabile. In ultimo, fiutata la direzione del vento, posti i grossi ceppi intorno alla pira, dà fuoco ai trucioli con lo zolfanello, soffiando con le gote gonfie e gli occhi irritati dal fumo, fino a provocare la fiammata che avrebbe bucato la notte.

Dopo i rintocchi dell’Ave Maria, i cento roghi ardono negli incroci polverosi e sulle chianche dei vicoli, dove puoi respirare gli odori che risalgono per i camini e aggrediscono i passanti con lieve arroganza: soffritto d’aglio e acciughe, sarde alla brace, zuppa di ceci, zucca condita con aglio e mentuccia, cipolle novelle arrostite e aromatizzate dalla fragranza dell’olio d’oliva. Nelle case debolmente rischiarate, si soffia sul lume a petrolio. Dal buio degli usci, come lumache dal guscio, i vicini si affacciano con sedie e sgabelli e siedono attorno al falò nella muta attesa dell’anziano che di lì a poco avrebbe sgranato racconti e sentenze, oracolo vivente e pur tuttavia ossificato nell’esperienza di una lotta quasi secolare.

Il vecchio, un rametto di rosmarino sull’orecchio, svuota il fornello della pipa di creta che riposa nell’ampia tasca dei pantaloni, si frega rumorosamente le mani rinsecchite, stende le braccia e rimane immobile a inondarsi il volto con i bagliori della fiamma. Inquieti, in quel volto dal profilo di statua greca, gli occhi emanano lampi di antica saggezza, che sola riesce a rasserenare l’orizzonte sconosciuto delle umane vicende, nell’attesa dei doni del munifico Signore Iddio o nella rassegnata accettazione del peggio che il destino tiene in serbo e lancia nell’esistenza di ciascuno, quando gli gira la tramontana.

In lui vigila l’istinto del capo-villaggio, pronto a trarre auspici da una folata di vento che spande le fiamme in un nugolo di polvere; con la cantilena da liturgia sacra scolpisce la memoria dei giovani con quelle esperienze umane, che un proverbio racchiude nella sua veloce cadenza; misteriosa nella solennità delle pause, la sua voce, ora grave ora flautate, via via si spegne in un grugnito a bocca chiusa, a voler affermare che nessuno mai avrebbe avuto la forza per opporsi all’inesorabile e che, quindi,  è da stolti inalberare le teste in un orgoglio blasfemo. I suoi novanta  anni vibrano tutti in quelle mani nodose, che hanno zappato, dissodato, potato, raccolto e, non di rado protese al cielo, invocato Dio di mandare la pioggia nel proprio orticello, quando la disperazione soffocava la coscienza del buon cristiano.

Sedute intorno, le donne, cariatidi possenti che reggono l’architrave del tetto, raccontano le avventure paesane con la vivacità che imita le lingue di fuoco dei falò di San Giuseppe.

Il caldo bagliore illumina l’uscio delle case imbiancate su su fino ai pergolati spogli del terrazzo, per dove si arrampica il gatto, fuggendo da quell’inusuale trambusto.

I ragazzi spiano di corsa i cento roghi che ardono nei crocevia del paese, ironizzando su quelli miserevoli e “pronti per morire”, lanciando tra i ceppi pugni di sale che scoppietta in elettrizzanti faville; li inseguono le pacate invettive di chi, fingendosi infastidito, ne approva in cuor suo la bravata, riandando al tempo della propria giovinezza, che quella sera, pare volersi risvegliare come la brace sotto un manto di cenere.

Avvolte nei colori dell’imminente primavera, le più giovani lanciano con lo sguardo sciabolate roventi a chi è disponibile a lasciarsi ferire: è un febbrile cercarsi con gli occhi, rimettere a posto le ciocche scomposte e serrare le labbra perché nessuno possa sentire le urla del cuore che galoppa nel labirinto d’amore.

Focolare all’aperto, il falò accoglie nella quiete del bagliore le famiglie del vicinato, le cementa il racconto della tradizione, durante il rito che rischiara la notte dei tempi e scioglie il gelo lasciato dai marinai che affrontano la schiuma del mare e da chi, in cerca di fortuna,  si è imbarcato su un piroscafo per andare al di là dell’oceano, nelle Americhe lontane oltre l’immaginazione e, in taluni casi senza farvi ritorno. Oggi pane e cipolla irrobustiscono i più forti, gli altri, di salute più cagionevole, chiudono gli occhi su di un giaciglio di foglie secche, sparse sulla terra battuta, accanto alla mula che riposa nella stalla, al di là di un lenzuolo rattoppato. Fortunato chi parte, pur con la morte nel cuore, che racchiude come in una morsa d’acciaio le sacre immagini della famiglia e del paese. Il piroscafo custodisce nel suo ventre i propositi di riscatto da una condizione avvilente e di vendetta contro la malasorte, che solo una grama esistenza sa generare.

Ricordandone i nomi o lodandone coraggio e bontà d’animo, gli anziani attizzano il falò e aggiungono altra legna in offerta al Dio di Abramo. Ed è anche un rituale pagano quel bruciare l’inverno, l’invidia, la cattiva stagione, l’odio dei senza cuore e i e i tanti spiriti cattivi che si impegnano ad indispettire, perseguitare, mettere a soqquadro talune stanze con rumori infernali di catene; il fuoco diventa il centro dell’universo, che raccoglie i segreti di quelle ingenue creature e le soffia su nel cielo, purificate.

Quando i carboni ricadono su se stessi, ognuno ne preleva una palata, nell’illusione di possedere un pezzo di quell’universo che ha riscaldato la voglia di rinascita, il mattino dopo, con le tasche gonfie di sogni realizzati. Il canto metallico della civetta, presagio di morte, si infrange contro le nicchie dei Santi sotto i balconi e i ferri di cavallo inchiodati sul muro, a protezione dell’intimità.

La notte cala sul velluto delle ceneri, lì dove sono stati bruciati il sacro e il profano, il sipario di superstizione e la serena accettazione della vita.

 

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