Redazionale

Banksy, Blu o Bros e tanti altri: sono writer e artisti indiscussi. Ma murales e street art sono ben altra cosa rispetto ad atti vandalici che deturpano muri e arredi urbani. Anche nel centro storico  di Mola interi edifici  e beni monumentali sono ricoperti di scritte apparentemente senza senso. Hanno il solo scopo di lasciare il loro segno, ma deturpano il luogo fruibile da tutti.

Per ripulire da scritte, scarabocchi e pseudo-disegni, da un po’ di mesi a Mola opera il gruppo di volontari Retake. In ordine di tempo, l’ultima loro impresa ha avuto come obiettivo la struttura monumentale di S. Chiara in via C. Battisti, deturpata ed imbrattata da atti vandalici.

A tal proposito ci scivono:” Una splendida mattinata all’insegna dell’amore per il nostro paese quella trascorsa oggi. In compagnia di nuovi “colleghi” Retakers ci siamo armati di spugne, detergenti e tanto olio di gomito per ridare lustro a un angolo suggestivo del nostro centro storico.

Le immagini sono eloquenti: in poco più di due ore abbiamo rimosso manifesti abusivi, pasticci e rifiuti che deturpavano il bell’edificio e gli arredi urbani. È stata nostra cura inoltre, piantare le bellissime primule del Centro di Aiuto alla Vita – Mola di Bari e contribuire alla loro causa con una donazione. Resta, purtroppo, qualche pasticcio sulla facciata e il portone dell’Accademia di Belle Arti su cui non siamo potuti intervenire in quanto bene storico. Speriamo comunque di aver vellicato la sensibilità delle autorità competenti, da cui ci auguriamo di ricevere una concreta risposta in termini di sorveglianza e tutela della zona”. Alla prossima”.

Retake è un movimento di volontari, spontaneo, che si pone come obiettivo quello di recuperare la città e di dare decoro. Mola è casa nostra e come tale va trattata.

Il primo atto di clean up, di pulizia spontanea, avvenne grazie a una cittadina statunitense trasferitasi a Roma, che mise d’accordo i condomini del palazzo per ripulirne la facciata a proprie spese.

Il carcere per i writer

Mettere in carcere chi viene sorpreso a imbrattare un muro o un vagone ferroviario è legittimo e compatibile con la Costituzione. Lo afferma una sentenza della Corte costituzionale. A chiedere una verifica di costituzionalità sul reato di imbrattamento era stato il tribunale di Milano. Con ordinanza, un giudice penale aveva sospeso un processo a carico di un writer, accusato di avere «apposto, con vernice non biodegradabile, un scritta su nove immobili siti in varie zone di Milano». E di avere «deteriorato tre vetture ferroviarie apponendovi una scritta indelebile, con l’aggravante di aver commesso il fatto su beni esposti per necessità e consuetudine alla pubblica fede e destinati a pubblico servizio e a pubblica utilità».

Il giudice di Milano, su istanza del difensore del writer, aveva posto la questione alla corte, sostenendo l’incostituzionalità del reato previsto dal secondo comma dell’articolo 639 del codice penale, che punisce l’imbrattamento con la reclusione da uno a sei mesi. Una pena più grave rispetto a chi un muro lo danneggia, prendendolo ad esempio a picconate.

Molti autori di graffiti a causa del cumulo di pena costruito negli anni, condanna dopo condanna, rischiavano di dover scontare la pena in cella. Dopo le modifiche legislative introdotte il 15 gennaio 2016, i colpevoli rischiano solo una sanzione pecuniaria civile da cento a ottomila euro. Non il carcere, visto che il danneggiamento semplice tecnicamente non è più reato.

Secondo il tribunale di Milano, ce n’era abbastanza per considerare l’ imbrattatore discriminato rispetto al danneggiatore, in violazione dell’articolo 3 della Costituzione, secondo cui tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge. La corte analizzò approfonditamente la questione e finì per dare ragione a Trenitalia, all’avvocatura dello Stato e all’avvocatura del Comune di Milano, concordi nel sostenere che la linea dura nei confronti dei writer è compatibile con la Costituzione.

Secondo la corte, l’apparente paradosso per cui sporcare un muro era più grave che prenderlo a picconate è in realtà frutto di «una scelta di politica criminale non manifestamente irragionevole». I giudici costituzionali diedero ragione all’avvocatura comunale la quale sostenne che, nel punire duramente chi sporca muri e altri oggetti pubblici, il legislatore avesse come obiettivo «la salvaguardia dell’estetica e della nettezza delle cose altrui».

Un altro argomento messo in evidenza dalla corte fù il fatto che il danneggiamento era stato sì depenalizzato, ma solo nella sua forma semplice. L’articolo 635 del codice penale continua a punire con la reclusione chi danneggi — ad esempio a colpi di piccone — «edifici pubblici o destinati a uso pubblico», oltre a una serie di altri oggetti, fra cui opere d’arte ed edifici storici. Quindi non c’è alcuna discriminazione: il writer può andare in prigione, e i padri costituenti non avrebbero nulla da dire al riguardo.

Un GRAZIE ai volontari di Retake. Città Nostra è con Voi!

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