Redazionale

Un Consiglio Comunale, quello di ieri, con molta “carne a fuoco”, che, tra le varie discussioni, ha portato ad approvare (con il voto favorevole di tutti i consiglieri di maggioranza e di due della minoranza –Diperna e Palazzo–, uno contrario –il consigliere Delre–, mentre Daniele e Di Rutigliano sono usciti dall’aula) la delibera di abbattimento delle ville abusive (in contrada Cozzetto e conosciute anche come “zona di via La Malfa”), costruite agli inizi degli anni novanta (sequestrate nel 1996), sulla base di lottizzazioni illegittime approvate nel 1992 dal Consiglio comunale dell’epoca (c’è da segnalare che quelle lottizzazioni furono approvate all’unanimità dei consiglieri presenti in aula, ed alcuni di loro, tecnici dell’edilizia, furono poi coinvolti nel processo penale –e condannati in primo grado, assolti in appello per intervenuta prescrizione–, in quanto progettisti e direttori dei lavori di alcuni di quei fabbricati).

La vicenda giuridica è tuttora complessa, in quanto pendono dinanzi la Corte di Strasburgo (CEDU) dei procedimenti (ce ne risultano tre), oltre ad altri due dinanzi i Giudici italiani. In questi giudizi alla CEDU parte in causa non è il Comune di Mola, ma lo Stato italiano, in quanto la questione giuridica è se uno Stato può comminare una sanzione di confisca dei beni, a seguito di un fatto di reato di abuso edilizio accertato, in assenza di condanna penale per intervenuta prescrizione. Dunque, la questione a Strasburgo non riguarda la legittimità o meno delle opere edili che i Giudici italiani hanno accertato, in via definitiva, essere abusive (con sentenza n. 17066 del 15.04.2013 della III Sezione Penale della Corte di Cassazione), ma se applicare la sanzione della confisca in assenza di condanna penale per intervenuta prescrizione violi o meno la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.

Pendono anche altri due procedimenti giudiziari, uno dinanzi il Tribunale di Bari e l’altro dinanzi al TAR Puglia, che vedono il comune di Mola chiamato in causa da una società proprietaria di suoli e costruttrice, per la restituzione degli oneri di urbanizzazione e dei costi di costruzione, oltre al risarcimento dei danni. In sede civile, la consulenza del perito del giudice (CTU) valuta in € 5.000.000,00 l’ammontare di un credito (per varie voci) per esborsi e danni subiti dall’attore del giudizio. È chiaro che il giudice dovrà accertare prima se c’è o meno il diritto alla restituzione di danaro versato ed al risarcimento, valutando anche se tutte le somme sono effettivamente dovute. Ma il contenuto della delibera approvata ieri dal Consiglio comunale non riguarda le domande proposte in queste sedi giudiziarie.

Quello che è certo, come chiarito anche nel parere pro veritate dell’avv. Profeta (di cui Città Nostra per prima diede notizia nell’articolo on line «Le ville a mare confiscate “vanno demolite”» del 29.05.2017, da dove si può scaricare il parere integrale), è che quei fabbricati abusivi non possono essere sanati e divenire “regolari” (c’è anche sentenza definitiva del TAR Puglia, che rigettava il ricorso contro il diniego alla concessione in sanatoria).

Anche un eventuale accoglimento dei ricorsi alla Corte di Strasburgo di restituzione dei suoli agli ex proprietari (che, tra l’altro, non è automatica, ma richiede un ulteriore giudizio dinanzi il Giudice italiano per dare esecuzione alla sentenza della Corte europea) non inciderebbe sul destino dei quei fabbricati abusivi, che è il loro abbattimento.

Si segnala che i ricorsi presentati alla CEDU il 15 ottobre del 2013 sono «in attesa della prima decisione» dal 24.10.2013 (è singolare che ognuno di questi ricorsi è «pronto per la decisione» da sei anni e non vengano ancora decisi da quella Corte che più volte ha condannato l’Italia per l’eccessiva durata dei processi).

Il Consiglio comunale, nella seduta di ieri, preso atto che, come si legge nella delibera, «da questo quadro consegue che il destino delle costruzioni è definitivamente e irrimediabilmente segnato, vale a dire che a prescindere dalle sorti del titolo di proprietà sui suoli, esse debbano essere demolite.

Questo è quanto impone all’Amministrazione la normativa richiamata dalla Suprema Corte nel riformare il capo relativo alla demolizione, vale a dire l’art.31, del TU 380/2001 e l’art.181, TU 42/04» ed accertato che «non sussistono le condizioni di “prevalente interesse pubblico” per gli immobili interessati dai provvedimenti demolitori cosi come qualificati dalle pronunce in narrativa, per ultima la sentenza n. 17006 del 15.04.2013 della Corte di Cassazione, III Sezione Penale» (d’altronde, sarebbe stato difficile dire che quei fabbricati non contrastino con «rilevanti interessi urbanistici, ambientali o di rispetto dell’assetto idrogeologico», come prevede la legge per il loro utilizzo ai fini pubblici).

Pertanto, il Consiglio comunale ha dato mandato al Capo Settore Urbanistica del nostro comune, ing. Vito Berardi, di «predisporre l’ingiunzione di demolizione (dei fabbricati abusivi, ndr.) avendo cura, in ossequio al superiore principio di leale collaborazione tra le Amministrazioni Pubbliche, di concertarla preventivamente con la competente Soprintendenza ex art.181 TU 42/04, autorità a cui compete la cura del vincolo paesaggistico gravante sulle aree».

L’area interessata dalla delibera

Non essendo ancora certo il futuro dei suoli (a differenza dei fabbricati), essendo tuttora pendenti i ricorsi dinanzi la CEDU, il Consiglio, nella delibera approvata ieri, chiarisce che non decide nulla sulla sorte di quei terreni, specificando al Capo Settore Urbanistica di «non produrre atto di disposizione dei suoli confiscati e acquisiti al patrimonio Comunale a seguito del procedimento de quo fino a quando resta pendente il giudizio adito dagli interessati presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contestando il conflitto tra confisca in difetto di condanna e Convenzione EDU».

Quello approvato ieri dal Consiglio comunale è un ulteriore tassello per riparare alle ferite subite dal nostro territorio a causa di uno dei più grandi abusivismi edilizi (in termini di estensione e di volumetrie) commessi nel Sud Italia.

 

 

 

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