Articoli in:  Storia

LA CHIESA ED IL CONVENTO DI SAN DOMENICO

29 gennaio 2010 8 Commenti

Parte II

I lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella “Platea dei Beni Capitolari”; i Domenicani possedevano 862 opere; le monache di Santa Chiara avevano 137 opere; i francescani erano, per così dire, i più poveri, tanto che si occupavano di commercio che fu ritenuto attività di contrabbando.

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LA CHIESA ED IL CONVENTO DI SAN DOMENICO

2 gennaio 2010 5 Commenti

De Santis, nel ricordare la Chiesa di San Domenico, afferma: “E’ la più ampia fra quelle che adornano il borgo; è ad una sola navata, senz’arte e senza fregi, e prospetta una vasta piazza, che prende nome da lei. Vi è annesso un Convento pur vasto, fondato fin dal 1577 per una famiglia di Predicatori sotto l’invocazione di S.M. del Carmine, sostituita più tardi da un’altra di Padri Domenicani”.

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A PROPOSITO DEL CASTELLO

10 dicembre 2009 14 Commenti

Carlo d’Angiò, per un comodo soggiorno durante le sue visite, fece costruire sue residenze che chiamò “Palatia” a Bari, Barletta, Brindisi, Melfi, Mola e Villanova.

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19 GIUGNO, NASCE DON SPORTELLI

12 giugno 2009 0 Commenti

Il 19 aprile era il giorno in cui morì il venerabile Cesare Sportelli. Qualcuno ha rievocato la ricorrenza? Ritengo di no, anche se si trattava di una domenica.
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PRESENTATO IL LIBRO SUL MOLESE SPORTELLI

13 dicembre 2008 1 Commento

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L’Associazione “Città Nostra” ha presentato ieri sera nella ristrutturata cappella-oratorio dell’Assunta il libro “Il venerabile Cesare Sportelli ed il suo mondo”.

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STORIA – LA BATTAGLIA DI BITONTO

8 ottobre 2008 0 Commenti

Giovanni Miccolis – Durante la terribile peste che interessò Mola dal 19 gennaio 1691 al 13 marzo 1692 i territori dei paesi colpiti dal morbo furono isolati dal resto del Regno. Si trattò di un severissimo isolamento di Conversano, Mola, Castellana, Monopoli e Fasano dal resto della provincia per mezzo di un cordone di baracche controllate da soldati. La costa era sorvegliata continuamente da feluche che rendevano impossibile l’allontanamento dalla riva di qualsiasi barca. La quarantena era completata da un cordone di baracche controllate da soldati.Altra misura di sicurezza attuata dalle autorità fu una seconda delimitazione di territorio per un controllo totale del contagio e che comprendeva i territori di Bari, Bitonto, Palo, Modugno, Bitritto, Loseto, Cellamare, Turi, Rutigliano, Capurso, Triggiano e Noja. [vedere “Un triste periodo della storia di Mola”- Città Nostra n. 44].Il 5 aprile 1692 i sopravvissuti si raccolsero nelle chiese cittadine e tra canti di gioia salutarono la fine del terribile flagello; allo stesso tempo forse maledissero l’insensibilità del feudatario, Simone II Vaaz.Dimenticati i lutti, i molesi ripresero con tenacia a riorganizzare la loro esistenza e le loro attività. Costanza e fermezza ammirate dai cittadini dei paesi confinanti che definivano i molesi “capa tosta”. In breve la popolazione crebbe fino a novemila abitanti. Aumentarono le produzioni di carrube, olio, mandorle, legumi, fichi secchi. Si sviluppò il commercio dei prodotti agricoli dei paesi limitrofi. Furono costruiti frantoi che producevano olio pregiato. Le barche di Mola trasportavano i prodotti della terra in ogni porto dell’Adriatico e riportavano in patria derrate e manufatti di altri paesi. Molte famiglie borghesi si arricchirono e mostrarono il loro prestigio con palazzi grandiosi e splendide masserie.Il clero era anch’esso ricchissimo per i numerosi lasciti testamentari degli appestati. Possedeva notevoli proprietà terriere, tanti beni immobili, consistenti rendite. I francescani di Santa Maria del Passo si dedicavano anche alla commercializzazione, o per meglio dire al contrabbando di prodotti agricoli.L’Università di Mola chiese di passare sotto il Regio Demanio per allontanare gli odiati feudatari. Un obiettivo raggiunto nel 1755: i Vaaz perdettero la città di Mola, ma continuarono ad abitare nel castello e nei palazzi posseduti….. 

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AMERICA AMERICA – POSTINI E PORTONI

8 ottobre 2008 0 Commenti

                                                   Vittorio Capotorto   Alcuni anni fa l’attore e regista americano Kevin Kostner interpretò, in un bellissimo film, il personaggio di un postino a cavallo, nella nascente nazione degli Stati Uniti d’America.   Si trattava di una storia basata su avvenimenti realmente accaduti (così dicevano nella presentazione) tendente a mostrare l’estrema funzionalità delle Poste Americane, il cui servizio veniva assicurato anche a costo della vita e che in quel momento rappresentava…diciamo un dipartimento emblema dell’identità ed unità nazionale. Ed infatti è rinomato che è quasi impossibile che negli USA venga smarrito un plico o una lettera, in arrivo o in partenza.   Invece è poco noto, sulle italiche sponde, che i postini qui hanno in dotazione una chiave universale, con la quale aprono i portoni esterni dei palazzi, per accedere agli spazi interni, in cui sono generalmente collocate le singole cassette della posta. Una chiave la cui toppa è inserita nel quadro generale esterno (il cosiddetto citofono) contenente i nomi e relativi campanelli dei residenti, come si puo’ notare dalla foto, che riprende Mr. Jose’ Lopez, postino di New York City (precisamente della zona di Harlem, in Manhattan, dove abito).   Mentre invece mi pare che dalle vostre parti il postino debba suonare ad ogni campanello delle abitazioni, fino a quando qualcuno “in casa” non apra il portone.   Questa notizia, inerente la disparità organizzativa dei due “dipartimenti” oltreoceanici, potrebbe dare adito a qualunque interpretazione “politica”, amministrativa e sociale (maggior numero di casalinghe, pensionati, disoccupati….quindi a casa); certamente, pero’, vista la innata diffidenza dei molesi….per i molesi, qualcuno avrebbe potuto maliziosamente collegare il possesso della chiave da parte dei postini a qualche furto negli appartamenti, ad essere benevoli.   Per parte mia invece, da giocherellone quale mi considero, voglio invece pensare a “faccende d’amore”, nel senso che per i postini italiani sarebbe stato piu’ “anonimo” entrare nel tale appartamento, per far vedere alla signora Sempronia le bellezze esotiche contenute nei pa….palinsesti di numerosi depliants che offrono viaggi meravigliosi a prezzi stracciati.   Naturalmente in questi casi il pagamento per detti “viaggi sognanti”…al reale, sarebbe stato rigorosamente….in natura.   Concludendo, nell’epoca della globalizzazione, di cui tutti ormai parlano, la risposta al dilemma finale, sul se promuovere o no una sottoscrizione popolare per dotare i postini della suddetta chiave, al pari dell’America, lo rimanderei a quando Mola avrà finalmente imboccato la strada della rinascita, che vedrà almeno ridotta la disoccupazione.   In quel momento ci saranno meno persone in casa che potrebbero aprire al postino e la necessità di avere la posta quotidianamente forse farebbe optare per il sì.    Circa poi quello che avverrebbe in taluni appartamenti….lo capiremo dal vertiginoso aumento delle domande di assunzione che verranno fatte, per diventare postini.     

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MATTEO SPINELLI ED I SUOI “DIURNALI”

7 luglio 2008 0 Commenti

  L’autore della prima opera volgare italiana in prosa

                                                                                             Giovanni Miccolis

 Mola è citata in alcuni antichi documenti, il più noto dei quali fu redatto da Matteo Spinelli, che nacque a Giovinazzo nel 1230, nel palazzo (casa-torre) ora conosciuto come Spinelli- Sagarriga, essendo stato il fabbricato acquisito da quest’ultima famiglia nel 1700.

Le notizie sulla sua vita si ricavano dal giornale (Diurnali) da lui stesso redatto e relativo agli avvenimenti dal 1247 al 1268 ( «Lo iorno di San Pietro de lo mese di Junio 1253 intrao in Napole Papa Innocentio…In quisto tempo Matteo era di XXIII anni» – par. 55). Egli fu sindaco della città di Giovinazzo e Legato presso Manfredi e Carlo I ed, essendo al loro servizio, ne seguì le milizie nei vari spostamenti. Da Federico II fu investito del feudo di Lavello, terra assegnata in seguito da Carlo I d’Angiò a Galard d’Ivry dopo la rivolta ghibellina del 1268. Suo fratello Eustasio (nato ca. 1245) nel 1276 ebbe il comando d’alcune navi da Carlo I e forse morì in quello stesso anno. Suo zio Coletta fu nel 1250 sindaco di Giovinazzo («Messer Coletta Spinello de Jovenazzo mio Zio, Sindico della Terra» – par. 32). Un suo discendente omonimo (Messer Matteo…Dottore in leggi, Ciambellano Regio, Maestro Razionale della Gran Corte e della Criminale d’Eboli), morto a Napoli il 25-1-1339, fu sepolto nella chiesa di San Domenico .

Altro celebre discendente fu Niccolò (Napoli 1325 – Padova 1406), diplomatico e uomo politico napoletano, famoso per la sua dottrina (dottore in legge, Canonico della Cattedrale di Napoli, Abate reggente di diverse chiese) il quale, quando abbandonò la carriera ecclesiastica per sposarsi, fu: diplomatico della Repubblica di Bologna e poi Consigliere di Giovanna I, quindi Gran Cancelliere del Regno di Sicilia dal 1366; 1° Conte di Gioia, Signore di Roccaguglielma, Toritto, San Giovanni, Tricarico, Celo e Pescosolido (feudi confiscati dai Durazzo nel 1381); Maestro Razionale della Contea di Provenza; Siniscalco del Piemonte e della Contea di Provenza; Ambasciatore angioino a Roma, Avignone e Firenze; Ambasciatore del Papa a Firenze. Alla caduta di Giovanna I fu imprigionato da Carlo III di Durazzo in Castel dell’Ovo nel 1381; quando fu liberato, espatriò e fu al servizio di Gian Galeazzo I Visconti, duca di Milano, del quale fu consigliere e ambasciatore in Francia nel 1394. Nel 1378 fu il promotore dell’elezione dell’antipapa Clemente VII e uno degli autori del seguente Scisma d’Occidente. Nella chiesa di S. Pietro a Majella di Napoli esiste la cappella della famiglia Spinelli di Giovinazzo con l’iscrizione:”…Memoriam Spinellorum A Juvenatio Una Cum Eorum Cinere Collapsam, A Nicolao Spinelli, Qui Reginae Ioannae P.ae A Poculis Fuit Giole Comite, Matteo Spinello, Dicto De Juvenatio…” (“Tesoro Lapidario Napoletano” di Stanislao d’Aloe, pag. 241).

Poiché i fatti narrati nei Diurnali si fermavano al 15 agosto 1268 («Lo iorno di Santa Maria di mezo Agosto» – par. 210), Daniel Papebroch (1628–1714), grande Bollandista che realizzò una traduzione in latino dell’opera (“Diarum rerum gestarum in regno Napoletano”), ipotizzò la morte di Spinelli nei combattimenti contro Corradino. Angelo di Costanzo (1507-1590), nel “Proemio alla Storia di Napoli” annotò: «In volermi porre a scrivere mi vennero in mano gli annotamenti di Matteo da Giovinazzo che scrisse del tempo suo dalla morte di Federico II, sino a’ tempi di Carlo II». Da tale affermazione alcuni storici dedussero che soltanto una parte dell’opera si salvò, altri che la dichiarazione del di Costanzo era del tutto generica, o completamente errata.

Il manoscritto di Spinelli fu la prima opera in prosa volgare e fu ritenuto il più importante documento storico dei fatti accaduti nel 1200: un riconoscimento unanime da parte di tutti gli storici e letterati italiani e stranieri. Altro elemento importante che si riscontra nell’opera di Spinelli, è che il dialetto pugliese ebbe grande rilevanza nel passaggio dal latino al volgare e fu parlato in tutto il Regno delle Due Sicilie quale lingua ufficiale. Nella grandiosa opera dell’abate Ferdinando Galiani (1728-1787)“Del dialetto napoletano”, stampata a Napoli nel 1789, è riferito che «i Diurnali di Matteo Spinello ci fanno conoscere primieramente, che in Giovinazzo, e nella Puglia parlossi allora quel dialetto, che oggi è passato alla capitale».  Lo dichiarò Giuseppe Maria Galanti (1743-1806) nella “Nuova Descrizione Geografica e Politica delle Due Sicilie”: «Il dialetto pugliese era comune a tutto il Regno, e dicevasi pur Siciliano, perché si parlava nella corte del Re di Sicilia». Lo affermò Cesare Balbo (1789-1853) ne La Vita di Dante” (Firenze, 1853). Anche Francesco de Sanctis (1817-1883) nella Storia della Letteratura Italiana”  ammise che «…si leggono non senza diletto i Diurnali, o come oggi si direbbe, giornali di Matteo Spinelli, la più antica cronaca italiana, non solo per la semplicità e naturalezza del racconto in un dialetto assai prossimo al volgare, ma per la vaghezza de’ fattarelli, che pare un favellatore e non uno storico». Quest’ultima osservazione si riferiva al fatto che Matteo descrisse episodi di piccola importanza rispetto agli avvenimenti dell’epoca, come quello del 13 marzo 1248: «nella Città di Trani uno Gentiluomo de li meglio, che si chiamava Messer Simone Rocca, aveva una bella mogliere, et alloggiava in casa sua uno Capitano di Saracini, chiamato Phocax: se ne innamorao, e a mezzo notte fece chiamare  Messer Simone; et come quello aperse la porta della camera, intrao per forza, et ne lo cacciao da là senza darli tempo, che si cauzasse et vestisse, et ebbe da  fare carnalmente con la mogliere». A Simone che chiedeva giustizia l’imperatore rispose ironico: «Simone, dove è forza, non è vergogna» (- par. 2).

Galiani, nell’opera già citata, sostenne della cronaca di Matteo da Giovinazzo che «la naturalezza, e la facilità dello stile semplice, e niente ricercato, farà pruova, che lo Spinello scrisse per appunto come parlava»; ed aggiunse che «Alfonso d’Aragona…deliberò, che messa da parte la corrotta, e straziata Latina lingua, di cui fino allora erasi  fatto uso, ed abbandonato del pari il Toscano Dialetto, come non nostro, s’inalzasse il volgar Pugliese ad esser la lingua nobile della Nazione».

Altra difesa meticolosa del dialetto pugliese la svolse Giuseppe Biamonti nelle “Lettere di Pamfilo a Polifilo sopra l’Apologia del libro della Volgare Eloquenza di Dante”  (Firenze, 1821).

Tuttavia, sull’aspetto storico dei Diurnali, gli storici riscontrarono numerosi errori cronologici ed alcuni sostennero addirittura che si trattava di un falso documento redatto nel 1500. Sull’argomento si scatenò nei secoli scorsi una polemica rovente tra i difensori della bontà del documento ed i detrattori. Nel merito il duca Honoré Théodoric d’Albert de Luynes (1802-1867), famoso archeologo, nell’opera “Commentaire Historique et Chronologique sur Les Ephémérides intituléès Diurnali di Messer Matteo di Giovenazzo” (Paris, Firmin Didot, 1839) rilevò che i critici dei Diurnali avevano omesso di considerare che a quel tempo in Puglia l’anno civile cominciava dal primo settembre dell’anno precedente e volle commentare i singoli passi dell’opera dell’autore pugliese ricostruendo l’esatta cronologia degli eventi narrati. Affermazioni contestate da Camillo Minieri Riccio (1813-1882) nella “Cronaca di Matteo Spinelli da Giovenazzo. Ridotta alla sua vera dizione ed alla primitiva cronologia con un comento in confutazione a quello del Duca di Luynes sulla sua stessa cronaca  e stampato a Parigi nel 1839”- [Bologna, Seab, 1978, ristampa anastatica dell’edizione del 1865]. Bartolommeo Capasso (1815-1900), il famoso archivista napoletano, inserendosi nel dibattito sull’autenticità dei Diurnali, ne sostenne decisamente la falsità in una memoria apparsa negli “Atti dell’Accademia di archeologia, lettere e belle arti”. Un intervento che infiammò molti intellettuali meridionalisti, che ritennero fosse stato gravemente oltraggiato l’onore del Regno Napoletano e scrissero articoli polemici sulla stampa quotidiana. Tutto questo suscitò la curiosità della regina Margherita (1851-1926), che chiese chiarimenti a Giosuè Carducci, in visita nell’estate 1889.

Giovanni Bernardino Tafuri (Nardò, 1695-1760) nella “Censura sopra i giornali di Matteo Spinello da Giovenazzo” affermò: «Nel considerare poi, che negli esemplari MSS. che corrono nel nostro regno, si trovano degli errori di cronologia di molto rimarco, m’induco a sospettare che gli esemplari medesimi per negligenza ed ignoranza di chi li trasse primieramente dall’originale, sieno stati in più luoghi corrotti nelle note numerali degli anni». Lo stesso Tafuri fornì una copia al Muratori, il quale la inserì nella grande opera “Rerum Scriptores Italicorum”. La traduzione di Papebroch, contenuta ne “Propyloeum ad Acta Santorum Maji”, si trova a Viterbo. Una ricopiatura dell’originale si ritrova nella “Bibliotheca Sicula” e nella “Raccolta di tutti i più rinomati scrittori del Regno di Napoli”. Una copia era in possesso della famiglia Gesualdo ed un’altra della Biblioteca Nazionale di Francia. Effettivamente tra le varie trascrizioni dell’opera vi erano delle diversità, ma rimaneva il problema dell’errata cronologia degli avvenimenti sul quale il duca de Luynes ritenne di aver risolto il problema ricostruendo le date degli avvenimenti con l’anno civile pugliese e con quelle usualmente conosciute.

 

Anche Mola è citata nell’opera di Matteo da Giovinazzo. Nel gennaio 1255 l’amministratore della chiesa di Foligno, in nome di Alessandro IV, invitò Manfredi a sottomettersi al Papa tramite il legato cardinale Ubaldino  («Et lo Papa fece prestamente Legato Apostolico lo Cardinale Ubaldino, et fece fare gente per tutte le Terre della Chiesa »par. 80. Il cardinale Ottaviano degli Ubaldini è accanto a Federico II nell’Inferno di Dante). Nel frattempo Manfredi attraversò la Terra di Bari per recarsi in Capitanata lasciando presidi armati in ogni località attraversata («Alli 17 di Giugno [1255] lassao gente a Monopoli, a Mola, a Polignano, a Bari, a Molfetta, Trani, Barletta, et se ne tornao malato in Terra de Lavoro»- paragrafo 84). Una circostanza ritenuta del tutto erronea dagli storici locali, poiché la nostra città fu “rifondata” da Carlo d’Angiò nel 1277, dimenticando tuttavia che Mola è citata in altri documenti precedenti alla sua rifondazione.

Alla fine del primo millennio la Terra di Mola si presentava come segue:

– alcune famiglie di pescatori costituivano l’antico nucleo del borgo abitato nel tratto costiero compreso tra il Torrione ed il Castello; un nucleo di piccola importanza che non ebbe mai l’appellativo di castrum o civitas, attribuito ai centri più rilevanti [soltanto nell’opera di Guidone si ritrova la denominazione di oppidum Moles ; «Item terno miliario a litore civitas ampia extitit Celia, oppidum Moles, Turris Caesaris » (In nota: Moles hodie Mola) – pag. 466];

– nei territori limitrofi vi erano antiche comunità degli “abitatori” di grotte, nonché contadini e mezzadri attorno ad una casa signorile e ad una chiesa per le funzioni religiose.

I rari documenti esistenti attestano la presenza di una comunità a Mola. E’ noto un atto notarile del 1077 con il quale un certo Mele, figlio di Colaianni di Bari, assegnò a suo figlio Stefano le proprietà possedute a Mola (pertinenti in  Maule). Altro documento del 1123, riportato nel “Codice Diplomatico Barese”, riferisce di un certo Grimoaldo Alfenarite che donò alla Basilica di S. Nicola diversi poderi ed una chiesa esistenti in Mola (in partibus Mauli). In Mola forse morì nel 1150 il misterioso Agosmundus [nome formato forse da due parole: una greca agos (colpa, peccato) ed una latina mundus (mondo)], seppellito nella chiesa Matrice, così come attesta la lapide murata nella Cappella del Santissimo. Nelle terre di Mola esisteva già un clero nel 1171 dipendente dall’arcivescovo di Bari (De Santis, nei suoi “Ricordi Storici”, riportò il documento con il quale il clero di Mola era ammesso alle funzioni della festività dell’Assunta nel turno del 18 agosto, unitamente a quello di Santeramo, Sannicandro e Binetto). Durante la dominazione normanna e quindi sveva il piccolo porto di Mola era utilizzato per gli spostamenti sull’altra sponda dell’Adriatico o per i viaggi in Terrasanta, così come riferì Giannone nella sua “Istoria civile del Regno di Napoli” («…nel Regno di Ruggiero, de’ due Guglielmi e degli altri re suoi successori…in congiunture di viaggi e di spedizioni navali i porti più frequentati e scelti a tal fine erano  que’ di Vesti, Barletta, Trani, Bisceglia, Molfetta, Giovenazzo, Bari, Mola e di Monopoli»pag. 509, edizione a cura del molese Lionardo Panzini [Leonardo Pansini] – Milano, 1824). Nel “Cartularium Cupersanense” si parla di un certo Chirico, figlio di Giovanni da Mola, che conferisce alcuni privilegi alla sua futura moglie, davanti a giudici ed al notaio, il giorno 31 gennaio 1244.

Matteo Spinelli non fu un personaggio importante od un illustre letterato. Il suo giornale, tuttavia, rimane un documento di grande rilevanza, sia per conoscere gli avvenimenti storici compresi tra la morte di Federico II ed il regno di Carlo I d’Angiò e sia per attestare, in modo inequivocabile, che la Puglia era in quel tempo terra di potere e di cultura. Il primo regno normanno si ebbe in Puglia (Questo Regno da che fu stabilito da’ Normanni fu chiamato Regno di Puglia… fino all’anno 1501, in cui fu diviso in due parti. Le Provincie di Puglia, Basilicata e Calabria furono tenute da Ferdinando Re di Spagna; il resto, che separato dalla Puglia, chiamossi ‘Regno di Napoli’, fu tenuto da Ludovico XII, Re di Francia. Dopo quattro anni tutte le provincie furono sotto la dominazione di Ferdinando, il quale forse per mostrarsi possessore di queste ultime, che la capitale contenevano, chiamar si volle ‘Re di Napoli’. [Saggio sulla popolazione del Regno di Puglia…pag. 39- Luca de Samuele Cagnazzi]). Dalla Normandia venne in Italia Tancredi, conte di Hauteville (Altavilla), e suo figlio Guglielmo Bracciodiferro fu primo conte di Puglia. Ultima degli Altavilla fu Costanza, moglie di Enrico di Svevia e madre di Federico II.

Il tallone d’Italia era, con i suoi lussureggianti boschi ed i suoi castelli, l’ambiente preferito dei sovrani; nei palazzi reali di Foggia e di Bari, alle tavole imbandite dei castelli della Terra di Bari, si declamavano poesie in volgare. La sede dello studio del volgare fu realizzata nella capitale del regno, a Palermo, ma in tante parti della Puglia fiorivano “cenacoli di poeti”. Lo stesso Federico II si dilettava in componimenti poetici e le sue due più belle liriche (Poi che ti piace amor” e “De la mia disianza”) forse furono dedicate alla sua dolcissima Bianca, madre di Manfredi. Quest’ultimo sposò Elena Angelo Comneno il 2 giugno 1259 a Trani e si trattenne per qualche tempo a Barletta dedicandosi agli ozi ed alla poesia. Lo Svevo era forte, coraggioso, esuberante e, come il padre Federico II, fu poeta della celebre Scuola Siciliana. Di lui scrisse un cronista: “et sciebat bene cànere et cantiones invenire”( e sapeva cantare bene e inventare canzoni).  Spesso si univa di notte a musici e trovatori e passeggiava per le strade cantando romanze d’amore: «Lo Re venne a Barletta, et ‘nce fece stantia molti mesi; et nelle feste di Natale se ´nce fece gran triunfo, perché ogni iorno se ne fecero balli, dove erano Donne bellissime d’onne sorte, et lo Re presentava equalmente a tutte, et non se sapea, quale chiù li piacea» (par. 136); «Lo Re spisso la notte esceva per Barletta,  cantando Strambuotti  et Canzuni, che iva  pigliando lo frisco,  et  con isso ivano dui Musici Siciliani, ch’erano gran Romanzaturi » (par. 140).

                                                                                                

 

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MOLA SU WIKIPEDIA

7 luglio 2008 0 Commenti

Di Giovanni Miccolis

L’autore sconosciuto che ha inserito la voce “Mola di Bari” nell’enciclopedia on-line Wikipedia ha reso giustizia a Giuseppe de Santis. Grazie al sito di Città Nostra, la nostra rivista viene letta in tutto il mondo!
Questo l’elenco dei personaggi riportati:
Cesare Sportelli (Mola di Bari, 1701, Pagani, 1750), religioso della congregazione del Santissimo Redentore, tra i più stretti collaboratori del fondatore Sant’Alfonso Maria de’ Liguori di cui fu il primo novizio. È ritenuto venerabile dalla Chiesa cattolica, che ha aperto la sua causa di beatificazione nel 1893.
Giuseppe De Santis (Mola di Bari, 1855-1925), avvocato e storico. A lungo direttore della biblioteca nazionale Sagarriga Visconti Volpi di Bari, fu autore dei “Ricordi storici di Mola di Bari” (Napoli, 1880) che per rigore metodologico gli valsero, tra gli altri, gli apprezzamenti di Theodor Mommsen.[2].
Niccolò van Westerhout (Mola di Bari, 1857 – Napoli, 1898), musicista e compositore, nato da una famiglia di origine fiamminga trasferitasi in Puglia agli inizi del XVIII secolo. Dopo gli studi a Napoli, si affermò come compositore e lasciò un’ampia produzione nonostrante la sua prematura scomparsa. La sua opera più importante è il dramma lirico Doña Flor, su libretto di Arturo Colautti, rappresentato per la prima volta il 18 aprile 1896 presso il Teatro Comunale di Mola, con l’orchestra del Teatro San Carlo di Napoli. Nel febbraio 2007, le sue spoglie sono state traslate da Napoli al cimitero comunale di Mola di Bari.
Piero Delfino Pesce (Mola di Bari, 1874-1939), intellettuale e politico. Accompagnò la sua attività di saggista e giornalista con l’impegno politico all’interno del Partito Repubblicano, di cui fu tra i massimi dirigenti pugliesi fino all’avvento del fascismo e allo scioglimento dei partiti. Successivamente si dedicò al teatro e alla pittura. A lui si deve la fondazione delle riviste Aspasia (1899) e Humanitas (1911).
Giuseppe Di Vagno (Conversano 1889 – Mola di Bari, 1921), deputato socialista, ucciso da una squadra fascista dopo un comizio a Mola.
Araldo di Crollalanza (Bari, 1892 – Roma, 1986), molese per parte di madre, fu tra i fondatori del Partito_Nazionale_Fascista, ministro dei Lavori Pubblici nel governo Mussolini e, dopo l’avvento della Repubblica, senatore del MSI dal 1953 alla morte.
Onofrio Martinelli (Mola di Bari, 1900 – Firenze, 1966), pittore. Dopo gli studi classici a Firenze, raggiunse Parigi nel 1925, legandosi a Filippo de Pisis e Giorgio De Chirico. Tornato in Italia, si trasferì a Firenze dove ottenne una cattedra all’Accademia di Belle Arti. Accanto all’attività di pittore, che lo vide partecipare a numerose esposizioni (Biennale di Venezia, Quadriennale di Roma), si dedicò attivamente anche all’organizzazione di mostre. Sposò Adriana Pincherle, sorella di Alberto Moravia.
Eduardo De Filippo (Napoli 1900 – Roma, 1984), commediografo, attore e regista italiano. Dal 1973 diresse il Teatro Van Westerhout di Mola, città della quale fu nominato cittadino onorario.
Bruno Calvani (Mola di Bari, 1904 – Milano, 1985), scultore, attivo tra l’Italia e Parigi.
Pietro Di Giorgio in arte Don Pedro, (Mola di Bari 1923-2007), pittore e progettista di spazi architettonici: emigrato in giovane età in Venezuela collaborò a lungo con gli architetti Carlos Raul Villanueva e Feliz Candela. Tornò quindi in Italia dove intraprese anche la carriera di pittore. La sua opera, oggetto di mostre in diversi Paesi europei e negli Stati Uniti, riflette una grande vastità d’interessi, dall’antropologia alla psicanalisi, dall’urbanistica alla filosofia. I suoi articoli, inoltre, sono apparsi nelle maggiori riviste d’urbanistica.
Cecilia Mangini (Mola di Bari, 1929), regista e documentarista.
Vito Tanzi (Mola di Bari, 1935), economista, già direttore del Dipartimento di Finanza Pubblica del Fondo Monetario Internazionale dal 1981 al 2000 e sottosegretario all’Economia e alle Finanze da giugno 2001 a giugno 2003.
Enzo Del Re (nato a Mola di Bari), cantastorie, autore del brano Lavorare con lentezza che ha dato il nome all’omonimo film di Guido Chiesa.
Domenico Padovano (Mola di Bari, 1940), vescovo cattolico della Diocesi di Conversano-Monopoli.
Felice Laudadio (Mola di Bari, 1944), giornalista e produttore cinematografico, già direttore del Festival del Cinema di Venezia e fondatore della Casa del Cinema di Roma.
Francesco Laudadio (Mola di Bari, 1950 – Bologna, 2005), regista cinematografico e televisivo.

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LA VITA E LE OPERE DI CESARE SPORTELLI

6 giugno 2008 0 Commenti

il Venerabile nato a Mola il 19 giugno 1701

Di Giovanni Miccolis

 

 

Nel 1937, a cura della “Sumptibus Domus Generalitiae”, via Merulana 31, Roma, fu dato alle stampe il volume contenente le lettere di Cesare Sportelli: “Epistolae Ven. Servi Dei Caesaris Sportelli”. L’introduzione (in latino) fu curata dal Redentorista Clemens M. Henze (a), il cui testo (con traduzione in italiano a cura di Catia Campanile) viene qui riproposto quasi integralmente (con l’aggiunta di alcune mie note), poiché contiene interessanti notizie sulla vita e sulle opere del nostro venerabile concittadino:

«Il decreto di introduzione della causa del ven. Servo di Dio Cesare Sportelli (28 nov. 1899) [b], non dubita nel definirlo “uno a guisa di fondatore della congregazione del SS. Redentore”, e il nostro catalogo più antico riporta: “Il P. Liguori , e Sportelli, e il fratello Vito Curzio furono le tre pietre fondamentali sulle quali S. D. M. si degnò gettare le prime fondamenta della nostra minima Congregazione”. Alla morte del ven. Cesare lo stesso Fondatore pensò di introdurre la sua causa di beatificazione a Roma, ma per la difficoltà dei tempi fu impedito nel proseguire in tale intento. Molto presto anche il progetto di pubblicare seriamente sulla vita del servo di Dio apparve chiaramente da piccole note raccolte da P. Antonio M. Tannoia (1) e dalle lettere che inviò il 2 marzo 1753, dunque nel terzo anno dopo la morte di Cesare, al marchese Carlo de Marco (2), ministro del re Carlo III e un tempo condiscepolo e amico di Cesare negli studi giuridici, per ricavare notizie più accurate sul periodo degli studi e per il sostegno della “causa”. Lì infatti scriveva con chiare parole sul ven. Servo di Dio: “dovendosi dare alle stampe la storia di sua vita”; grande attenzione meritano le prime parole della lettera: “L’esserle stata notificata da nostri PP. allorchè V. S. Ill.ma fu in Bovino la felice morte del fu nostro P. D. Cesare Sportelli, e le copiose grazie che il Signore si è degnato e si degna concedere per sua intercessione a pro di tanti e tanti suoi divoti, mi persuado che le sia stato di non poca consolazione”. Poiché il ven. Cesare Sportelli in vita e dopo la morte godette di fama di santità per niente comune, non c’è da meravigliarsi che, come sembra, per opera dello stesso S. Alfonso, molte sue lettere siano state raccolte, in parte originali, in parte esemplari trascritti. Senza dubbio non fu fatto con lo scopo di nascondere per sempre queste lettere in un altro archivio, ma perché fossero divulgate secondo un’istruzione comune. Tuttavia, fin qui trascorsi dalla morte del servo di Dio più di 187 anni, a mala pena qualcuna tra queste lettere vide la luce; né fino a questo momento è stato fatto, nonostante che nel 1894 circa Pietro Oomen, allora nostro procuratore generale, nel processo di beatificazione del servo di Dio, circa le sue lettere disse: “lettere, che noi crediamo di rendere pubbliche per la stampa “. Dunque facciamolo una buona volta, perché a lungo è stato omesso, e tutte le lettere del servo di Dio, tutte quante, mostriamole integralmente, fedelmente e in ordine cronologico, così le proteggeremo dalla rovina. Così dicemmo ed a Roma presso il nostro Postulatore generale è visibile il codice dal titolo “Autografi del P. Sportelli”. […] Da tali documenti si manifesta bene l’indole del ven. Cesare Sportelli. Già la stessa scrittura esterna indica un animo ordinato, fermo, coerente. Infatti dall’argomento e dalle parole del suo epistolario, ovunque si manifesta “l’uomo di Dio”, un religioso che valuta ogni cosa con la luce della fede, umile, benigno, particolarmente fedele con gli amici, che riserva un animo molto grato verso i benefattori, veramente amabile, e in certe occasioni anche ingegnoso e spiritoso. La nostra regola primaria, l’imitazione di Cristo, era a lui particolarmente familiare e argomento preferito per le esortazioni. Non mancano tuttavia gli errori di penna di chi scrive velocemente, né sbagli ortografici e grammaticali, tuttavia […] la penna del Servo di Dio supera la penna di molti scrittori dello stesso periodo e risplende in parte di ingenua bellezza. P. Fridericus Kunz nel suo processo giudica così: “Lo stile di tutte le sue lettere è florido, ma non manierato, ed a mio parere degno di essere messo a fianco delle lettere di S. Francesco di Sales” (3). Il ven. Servo di Dio non scrisse alcuna lettera dettandola, lettere che sono da attribuire a quel servo di Dio, delle quali, tranne una, sono sottoscritte col nome di Sportelli e conservate tra i suoi originali. Pertanto qui non possiamo ometterle .

Come facemmo nelle epistole del ven. Paolo Cafaro (4) pubblicate nel 1934, così anche qui ci piace premettere gli eventi principali della vita del ven. Cesare Sportelli. Circa il giorno di nascita del nostro servo di Dio c’è una particolare discordanza. Un nostro antico catalogo riporta il 14 Febbraio 1699; Giuseppe Landi nelle sue Memorie Storiche, il 29 Marzo 1702; Antonio Tannoia nelle sue annotazioni riporta una data precedente rispetto agli altri. In verità negli atti del processo di beatificazione è inserito il documento originale del battesimo, da dove si constata che sia nato il 19 Giugno 1701 e il giorno dopo battezzato. In che modo lo stesso servo di Dio abbia potuto scrivere il 14 luglio 1748: “oggi è il mio compleanno”, per noi è un mistero (5). Nacque a Mola di Bari, cittadina della Puglia, ma poiché suo padre Bernardino Sportelli, medico di professione, era cittadino polignanese (?) [putignanese] e piuttosto forestiero residente a Mola di Bari, anche il figlio ebbe il proprio domicilio legale a Polignano (?) [Putignano]. In seguito, fu portato non ancora di due anni in quella cittadina, abitando nella casa della nonna materna fino al 1714 circa. Per qualche tempo visse nella cittadina di Acquaviva presso il padre (il quale lì si spense nel 1729). Nel 1716 giunse a Napoli, e lì rimase fino al suo ingresso nella congregazione (1733). Si dedicò sotto il dotto sacerdote Blasio Troisi, secondo il costume di quel periodo, agli studi filosofici, giuridici e teologici. Nel 1725 conseguì la laurea in diritto, sostenne la difesa con successo di molte cause, aiutato dall’egregio giureconsulto Vitale di Vitali, fu proposto inoltre quale avvocato/amministratore del principe Del Vasto. In quel periodo chiamò a Napoli anche il suo unico fratello Felice (che dopo divenne medico a Crotone), e la pia madre.

Tale madre Barbara Pavia era veramente una santa donna. Dopo l’educazione dei figli, con il consenso del marito e delle autorità ecclesiastiche, si congedò dalla vita coniugale indossando l’abito della Terziaria di S. Domenico e prendendo il nome di Suor Maria Anna Giuseppe di Gesù. A Napoli si mise con i figli sotto la guida di un sacerdote di egregia virtù della congregazione delle Pie Opere, Tommaso Falcoia (6), che fu trasferito nella sede vescovile di Stabia nel 1730. Egli, poiché aveva fondato a Stabia un conservatorio per fanciulle a rischio, mise a capo dell’istituto la sua figlia spirituale. Falcoia fu anche promotore con questa santa donna dell’invito, da Roma a Napoli, delle “Maestre Pie”, fondate da S. Lucia Filippini, e Cesare andò incontro a Capua alle prime due vergini. Il ven. Servo di Dio fece conoscenza e amicizia con Alfonso de’ Liguori nel periodo in cui esercitava a Napoli la professione di avvocato. Pertanto, quando S. Alfonso fondò il 9 nov. 1732 la sua congregazione, Sportelli aveva deciso fermamente di aggregarsi a lui; in quel giorno però non sembra essere stato presente a Scala. Falcoia scrive nel 1733 a S. Alfonso: “Il sig. Sportelli stà trattenuto ancora dalle sue emergenze. Poco dopo egli stesso afferma: “D. Cesare ha già preso l’abito clericale. Nello stesso periodo Cesare sembra essersi avvicinato definitivamente a Scala, e, così disponendo Dio, fu di sostegno e di singolare conforto per il S. Fondatore , sconvolto da grandi sofferenze per il venir meno dei primi compagni. Lì dunque, sotto lo stesso Alfonso, compì il suo noviziato, anche se non era istituito un formale tirocinio. Con un così grande maestro continuò gli studi teologici iniziati prima a Napoli, nello stesso tempo maestro di gioco dei piccoli in quella scuola elementare, che gli affidarono i cittadini scalensi. Contemporaneamente gli fu permesso tenere qualche catechesi o piccola adunanza popolare od in missione o nel conservatorio di Stabia. Dallo stesso epistolario falcoiano veniamo a conoscenza di quante pene abbia creato l’ordinazione dello stesso Cesare; benchè la diocesi polignanese (?) [putignanese] abbondasse di sacerdoti, il suo vescovo non voleva dare il suo benestare. Questo è ciò che Falcoia scrisse il 15 Agosto 1735: “Per don Cesare stò afflittissimo, perché non si vede l’effetto del grandissimo impegno preso dalla Sig.ra Duchessa d’Andria. (7) Temo, che, se io non vado in Roma, non si spunterà questa faccenda”.

Il 2 ottobre dello stesso anno il vescovo Calatino Vigilante (8) si espresse in favore di Cesare nella S. Congregazione EE. e RR., e in quella occasione, probabilmente la curia romana sentì parlare per la prima volta della fondazione della Congregazione del S. Salvatore. Tuttavia il vescovo potè dare a Cesare la “Tonsura” soltanto il 6 aprile 1736. Era dunque necessario che il vescovo di Stabia, alquanto vecchio, andasse a Roma per trattare personalmente la questione. Nel mese di Febbraio 1737 intraprese con il suo Cesare un viaggio e attraverso il mare, soffrendo per calcoli ai reni, raggiunse la città di Alma […] Falcoia tornato a casa, dopo aver imparato a riconoscere durante il viaggio per mare la visibile protezione del SS. Dio Padre contro i pirati, i1 25 marzo conferì in nome di Cristo al suo carissimo figlio gli ordini minori e nei giorni 1, 3, 5 maggio gli ordini maggiori. Quanto fu grande la felicità del Servo di Dio, poiché gli fu possibile a 36 anni celebrare il primo sacro rito (il nostro S. Clemente aveva celebrato la prima messa a 33 anni, S. Alfonso a 30!), probabilmente alla presenza della dolcissima madre che poco dopo morì. Sui 13 anni di sacerdozio concessi da Dio a Cesare non è opportuno dire altre cose, perché su questo periodo ci sarebbero state date altre testimonianze eloquenti nelle lettere successive. Principalmente ci interessano le cose che Sportelli fece per la congregazione nascente. Singolare fu la sua devozione per S. Maria Maddalena (della cui devozione appaiono molte prove nell’epistolario), perché la prima professione o l’offerta fu fatta il giorno della vigilia di questa festa (21 giugno 1740). Nel tempo in cui il S. Fondatore era trattenuto dalle missioni napoletane, Sportelli era a capo dell’unico collegio “Iuranense” [di Ciorani]. Nel 1743 assistette alla morte del vescovo di Stabia. Nel Capitolo Generale, dopo la morte di costui, fu eletto superiore del Capitolo, fino all’elezione del Rettore maggiore S. Alfonso e, successivamente, Consultore generale. Già in precedenza era stato nominato primo Superiore della nuova casa paganense, e dopo riuscì a fondare la casa di Materdomini (9).

Tutti devono aver ignorato a lungo la natura del suo morbo mortale (tisi), come mostrano le sue lettere. Il 14 settembre 1749 fu considerato già morto, ma improvvisamente riprese la parola e le forze, al punto che a novembre potè celebrare nuovamente messa e compiere qualche altro piccolo viaggio. Tuttavia il 19 Aprile 1750 con una santa morte finì la vita santa a Pagani. Dopo pochi mesi, quando fu riaperta la tomba, fu ritrovato il suo corpo intatto e nello stesso modo si verificò dopo tre anni e sette mesi; infatti così nella scheda cartacea di quel tempo sullo scritto di Cesare Sportelli si legge: Morto a 19 aprile 1750. Dopo 3 anni e sette mesi dissotterato, per porlo in luogo più decente, si trovò alla presenza dei Padri, del Vicario Generale de Mastrodatti e de R.mo Abbate Tortora incorrotto, e flessibile, e la carne che avea un color d’oro dava un certo bell’odore, il ventre elastico e tutte le membra flessibilì. Si cavò del Sangue e diede vivo Sangue. Il corpo tutto intiero senza verun segno di fracidume con tutto che le vesti fossero infracidite, e tanto che si dovettero cambiare ecc. Si pose il cadavere in una cassa suggellata ecc.

Tuttavia al ven. Servo di Dio anche questo infortunio (se è lecito parlare così nei riguardi degli abitanti del Cielo) accadde al punto che adesso il luogo della sua sepoltura si ignora completamente (10).

E’ stato fatto da Dio, affinché non solo le preziose reliquie del Servo di Dio fossero ritrovate in un secondo momento, ma anche al fine di poter dar seguito alla pubblicazione delle sue lettere, con la divulgazione di una nuova biografia degna di un simile eroe, l’invocazione più impetuosa con la gloria dei miracoli, la beatificazione e la canonizzazione di un simile amabile Redentorista! »

 

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Immagine del Venerabile Sportelli conservata nella Casa Generalizia a Roma

Note:

(a) Autore della nota opera:“Lourdes. Storia documentata delle apparizioni e del Santuario”- Roma, 1947. Dal testo si rileva che non conosceva la distinzione tra Polignano e Putignano.

[b] Nel 1893, presso l’editore Guerra e Miri, furono pubblicati due libri: Claudio Benedetti “Posizioni e articoli per i processi ordinari su la fama di santità, delle virtù e dei miracoli del servo di Dio p. Cesare Sportelli”; Giuseppe Landi “Notizie del servo di Dio p. D. Cesare Sportelli sacerdote professo della Congregazione del SS. Redentore”.

(1) Nacque il 27 ottobre 1727 a Corato. Professò i voti nel 1747 e fu ordinato sacerdote nel 1750. Per lungo tempo fu Maestro dei novizi, Procuratore e Consultore. Morì il 12 marzo 1808 in Deliceto (Foggia). E’ noto come il primo biografo di S. Alfonso per la monumentale opera scritta tra il 1798 e il 1803: Della Vita ed Istituto del venerabile servo di Dio Alfonso M. Liguori vescovo di S. Agata de Goti e fondatore della Congregazione de Preti Missionari del SS. Redentore”, 4 libri in tre tomi- Napoli 1798-1800-1802.

Sull’incontro di Cesare con Alfonso disse: “Lo seguì il Dottor D. Cesare Sportelli, Gentiluomo della Città di Acquaviva, ed oriundo da quella di Potignano. Faceva questi l’Avvocato ne’ Tribunali di Napoli, ed era uno de’ migliori professori dell’età sua. Sin da giovanetto erasi diretto nello spirito con Monsignor Falcoja, allora pio Operaio, e fatto Vescovo, nè anche si allontanò da’ di lui consigli. Stanco del Mondo, voleva ritirarsi in qualche osservante comunità; ma consigliato dal Falcoja a farsi coadjutore di Alfonso in un’Opera di tanta gloria di Dio, lo fece con suo compiacimento, e fu poi di molto vantaggio della nostra Congregazione”.

Sul decesso di Cesare Sportelli scrisse: “Nell’atto, che stava in Melfi, ebbe notizia Alfonso del passaggio al Cielo, come speriamo, del P. D. Cesare Sportelli, suo primo Compagno nell’Istituto. Questo fu un taglio amaro per Alfonso, sebbene sin da due anni prima si ci era apparecchiato, vedendolo sorpreso da un tocco apopletico. Godette bensì delle circostanze, che precedettero un tale passaggio. Profetizzato si aveva sin da mesi addietro lo Sportelli il giorno, ed anche l’ora della sua morte. Come avevasela predetta, cioè in tempo, che i Fratelli della nostra Segreta stavano in Chiesa i loro divoti Esercizj, così accadde. Partendo Alfonso da Ciorani Per questa Missione, disse ancora ad uno de’ nostri Padri, che doveva seco unirsi: Baciate per me la mano al P. Rettore Maggiore, e ditegli, che in Melfi, quando avrà la notizia della mia Morte, che facci raccomandare a Gesù Cristo l’Anima mia. Così fu. Morì lo Sportelli con fama di gran Santità, e videsi glorificato da Dio con molti prodigi, come tutto giorno accade, invocato da’ suoi divoti. Il suo Corpo si conserva incorrotto, e diede sangue avanti i Giudici Ecclesiastici, anche mesi sei dopo la sua morte”.

(2) Compagno di studi di Cesare a Napoli. Uomo di grande prestigio fu ministro della giustizia e degli affari ecclesiastici del Regno di Napoli con Carlo III di Borbone e – dopo la partenza di questi per la Spagna- con Ferdinando IV. Subito dopo il conseguimento della laurea pregò il suo amico principe del Vasto e signore di Procida di assumere Cesare come avvocato- amministratore. Con la rivoluzione del 1799 fu deposto dalla carica e gli fu assegnata una pensione di 200 denari, elargizione che egli rifiutò dicendo “di essere stato sempre attaccato alle autorità costituite ed al Vangelo, e che ancor ha tanto da poter vivere i restanti suoi pochi giorni, e però impiegassero in altro uso i D/. 200 al mese, attese le urgenze della Repubblica”.

(3) Francesco di Sales (Thorens-Glières, 21 agosto 1567Lione, 28 dicembre 1622) vescovo francese, venerato come santo dalla Chiesa cattolica e dalla Chiesa anglicana. Le sue principali opere furono “Introduzione alla vita devota” e Trattato dell’amore di Dio”, testi fondamentali della letteratura religiosa di tutti i tempi.

(4) Il buon S. Alfonso ne scrisse la biografia: “Vita del Rev. Padre D. Paolo Cafaro – Sacerdote della Congregazione del SS. Redentore”; scrisse anche del compagno di Acquaviva di Cesare: “Breve ragguaglio della vita di Fr.Vito Curzio”.

(5) Nella lettera del 14 luglio 1748 Cesare scrisse: “Oggi è il mio compleanno: almeno in questa vita che resta…”[il buon molese non dette molta importanza ai suoi fatti personali e col tempo dimenticò persino la data di nascita]. Nel periodo in cui ebbe difficoltà ad ottenere il benestare dalla diocesi di Putignano per l’ordinazione di sacerdote nella diocesi di Stabia scrisse nella lettera del 29 gennaio 1735: “Berardino mio Padre per un inopinato incontro prese moglie in Mola et ivi vi si tratenne alcuni anni, e poi passò in Aquaviva ove morì. Ma nell’uno e nell’altro luogo le dimora qual forastíere e cittadino di Putignano, godendo sempre di quella cittadinanza lo credo, che non avea ancora toccato i due anni, quando da Mola fui condotto in Putignano presso dell’ Ava mia materna, et colà fui allevato circa 1′ età di tredici anni: di la per non molto tempo mi tratenni in Aquavíva, poichè nel 1716 venni in Napoli, ove sempre son dimorato, a riserba di certi mesi, quando andai ad assistere alla morte di mio Padre, e quando fu la guerra in Sicilia [Forse si riferisce al 1719 quando gli Spagnoli attaccarono la Sicilia contrastati dalla Quadruplice Alleanza. Gli Spagnoli furono inizialmente sconfitti a Capo Passero, ma il conflitto continuò fino alla pace di Utrecht e proseguì fino all’anno successivo terminando con la Pace dell’Aia], e quando sono uscito per Accessi, e negozij della Professione.

Da Mola ho fatto già fare la fede del Batt.mo e matrimonio de miei Genitori. Da Putignano, ove fui allevato già ho avuto lo stato libero, e questo credo ancora, che sia sbrigato in Napoli, secondo gli riscontri, che me ne ha dato mia Madre, se pure la morte del Cardi­nale non 1′ avesse remorato. In Napoli gia ho persone, che sanno d’essere io andato colà nel 1716, e queste restai [fissai] per favo­rírmí per lo stato libero, come penso, che gia abbino fatto. Et in sostanza tutta la casa del Sig. Principe di Aquaviva [Carlo II de Mari] sà questo, mentre per i primi giorni io dimorai in casa di esso Sig. Principe, a cui è nota ancora la continuazione di mia dimora in Napoli.[…]”.

(6) Tommaso Falcoja dei “Pii Operai” (14/3/1663- 20/4/1743), vescovo di Castellammare di Stabia.

(7) Maria Francesca de Guevara (29/6/1710-4/3/1795), figlia di Inigo, Duca di Bovino e di Eleonora de Cardenas dei Marchesi di Laino, sposò il 30/6/1726 Ettore II Carafa (11/4/1701-15/5/1764), Duca d’Andria e di Castel del Monte, Conte di Ruvo, Marchese di Corato, Principe di Chiusano e Grande di Spagna, Vicario Generale di Terra di Bari e di Lecce, Gentiluomo con esercizio del Re di Napoli dal 1734, Cavaliere dell’Ordine di San Gennaro e Gran Siniscalco del Regno di Napoli.

(8) Si tratta di Costantino Vigilante (1685-1754), vescovo Calatino (di Caiazzo), nominato da Benedetto XIII (il papa di Gravina), il quale si interessò della diffusione dell’Ordine dei Redentoristi (i Liguorini), con il compito di preparare i nuovi sacerdoti.

(9) Cesare fu il primo rettore della fondazione di Materdomini (Caposele). S. Alfonso nelle sue scelte fondamentali, a volte anche rischiose, faceva spesso affidamento a Cesare. Ecco, ad esempio, cosa scriveva ad uno dei padri consultori della sua Congregazione che muoveva molte difficoltà al progetto di ottenere dal Re l’approvazione dell’Istituto: “Dico la verità, se non fosse proprio per la Congregazione, lascerei qui ogni cosa e me ne verrei a chiudere dentro una cella a Ciorani, senza intrigarmi più di niente; ma non mi fido farlo in coscienza. M’immaginava che V. P. e gli altri costì si fossero in quest’affare, dove vedono che io procedo con tante riflessioni, rimessi a me, o almeno a me e a D. Cesare (…)”.

(10) Durante l’esposizione della salma di Cesare, la cassa fu portata in soffitta (doveva servire per altro funerale? Forse. Il tutto è legato al mistero della scomparsa del corpo del venerabile molese!). San Gerardo Maiella, allora di 24 anni, nei momenti di sconforto tornava in soffitta, si calava nella cassa che aveva ospitato il suo caro amico e dormiva per qualche ora.

* Per finire una piccola annotazione sull’iscrizione dell’immagine del Venerabile “Caesar Sportelli a Formiano…”. L’autore del dipinto si riferiva erroneamente a Mola di Gaeta, laddove anticamente era individuato il “porto formiano”.

Il testo integrale del libro”Epistolae Ven. Servi Dei Caesaris Sportelli”, a cura della Sumptibus Domus Generalitiae (Roma 1931) può essere scaricato dal nostro sito

www.citta-nostra.it

 

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UNA POLEMICA:GIUSEPPE DE SANTIS

5 giugno 2008 0 Commenti

 Di Giovanni Miccolis

Dalle pagine di questa rivista l’amico Aniello Rago ha esaltato l’opera del suo professore di storia don Giovanni Pinto e, tra i meriti dell’illustre docente, ha voluto citare “l’ipotesi di studio” che conclude “l’introduzione storica”, in altre parole la presentazione della ristampa anastatica dei “Ricordi Storici di Mola di Bari”. Una teoria, una congettura, che porta a considerare l’avv. Giuseppe de Santis un “ladro” del lavoro e delle ricerche di suo nonno.

(Continua su Città Nostra in edicola)

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Epistole di Cesare Sportelli

3 giugno 2008 0 Commenti

Da oggi è possibile leggere su questo sito le lettere del Venerabile Servo di Dio Cesare Sportelli

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