Parte II

I lasciti, i legati, le donazioni e le disposizioni testamentarie dei fedeli molesi determinarono l’aumento progressivo del patrimonio del Capitolo e degli Ordini Religiosi presenti sul territorio. Alla metà del 1700: il Capitolo Collegiale possedeva 843 opere di terreni, così come indicato nella “Platea dei Beni Capitolari”; i Domenicani possedevano 862 opere; le monache di Santa Chiara avevano 137 opere; i francescani erano, per così dire, i più poveri, tanto che si occupavano di commercio che fu ritenuto attività di contrabbando.

Guido Lorusso attesta che: “Grandissimo peso economico aveva conseguito…il Convento di San Domenico: anche questo possedeva vaste proprietà terriere con oliveti, vigneti, terre seminatoriali e giardini…e aveva pure forti interessi nella produzione e nella commercializzazione dell’olio d’oliva (Mola e la Terra di Bari nell’Età Napoleonica, Schena, 1995).

Determinante per il prestigio del clero fu l’attività dei laici svolta nell’ambito delle Confraternite esistenti nella Matrice (Confraternita del SS. Sacramento, C. della Morte e C. di San Rocco), nella chiesa della Maddalena (Confraternita dell’Addolorata e C. Maria SS. Assunta), nella chiesa di Loreto (Confraternita del Sacro Monte del Purgatorio e C. della Purificazione di Maria) e nella chiesa dei Domenicani (Confraternita del SS. Rosario). A quest’ultima “…con decreto del 29 febbraio 1769, il re Ferdinando IV concedeva il regio assenso alle regole dell’Arcíconfraternita del SS. Rosario, attribuendole la personalità giuridica, con diritto non solo di associarsi, di acquistare, di possedere, ma anche di partecipare alle pubbliche processioni” (Mancini). Le Confraternite avevano un certo numero di congregati obbligati a determinate attività, organi direttivi che controllavano e regolavano le funzioni del sodalizio, arredi e rendite proprie. Tra i sodalizi non mancarono contrasti per diritti e precedenze. Uno fu quello tra la Confraternita dell’Addolorata e quella del SS. Rosario. Fino al 1859 la precedenza nelle processioni religiose spettava alla Confraternita del SS. Rosario. L’altra, avvalendosi di un decreto regio a suo favore del 1826, ne reclamò la precedenza. Per alcuni decenni, nelle processioni, se era presente una Confraternita, l’altra disertava il rito. La sentenza della Congregazione del Concilio del 25 maggio 1901 restituì il diritto alla Confraternita del SS. Rosario. L’altra fece ricorso civile nel 1906 presso il Tribunale di Bari. Nel 1910 vi fu la sentenza definitiva che riportava al ”SS. Rosario” l’antico privilegio. Da ultimo, vorrei ricordare l’esistenza della sfortunata Confraternita di San Giorgio, sparita unitamente alla cappella esistente sulla via vecchia per Conversano.

Il Convento dei Domenicani fu edificato a sinistra della chiesa – tra la seconda metà del 1500 ed il 1620 – fino alla strada che attualmente è denominata via Manzoni. Al lato opposto vi erano i giardini del sacerdote don Nicola de Leonibus, chiamati dai molesi “i ciardéine de liaun”, Alle spalle vi era un terreno adibito a sepoltura dei fedeli e, di seguito, i vasti giardini dei monaci. Il diritto di sepoltura (jus sepeliendi) fu dovunque oggetto di controversia con il Capitolo. Nel 1595 la Sacra Congregazione aveva emanato norme sulla questione dei funerali: “…portandosi i cadaveri de’ defunti a sepelire nelle Chiese di Regolari, e giunto il cadavere dentro la Chiesa loro, non potesse il Clero secolare farvi altre funzioni sopra…che i preti secolari non havessero altro che la quarta funerale della cera debita alla Parrocchiale, che i medesimi cadaveri li portassero à drittura alla Chiesa de’ Regolari nella quale devono essere sepolti, senza portarli prima alla Chiesa parrocchiale per pigliare l’ultimo vale, e che finalmente si portasse la Croce sola della Chiesa della sepoltura…”.

Di fronte alla chiesa partiva una strada (attuale via Cesare Battisti) sulla quale si incontravano la chiesetta di sant’Oronzo, la chiesetta del Cuore di Gesù, il monastero delle Clarisse e la cappella dell’Assunta. Alle spalle della chiesa ed il convento non vi erano abitazioni; di fronte era presente uno spiazzo (la futura Piazza degli Eroi) che era il ritrovo animato dei contadini, i quali cercavano lavoro (a premmèette) e discorrevano dei loro problemi.

Davanti al Convento vi era anche un grande frantoio che fu protagonista dei terrificanti avvenimenti del 1799. Infatti, dopo le incursioni nei palazzi dei notabili, all’alba del 6 febbraio Pietro Balzano distribuì ai suoi una lista delle persone da incarcerare e nelle ore successive vi fu un mesto pellegrinaggio verso il trappeto di San Domenico. Alle sei di mattina gli sventurati prigionieri erano rinchiusi nelle carceri improvvisate e venne letto il solenne decreto che condannava tutti alla fucilazione. Era il primo giorno di quaresima e l’Arciprete, accompagnato da altri sacerdoti, chiese un atto di clemenza. Allo stesso tempo, don Carlo Rinaldi e numerosi familiari dei carcerati si presentarono con grosse borse di denaro. Alle sante parole dei prelati, ma soprattutto alla vista di tanto denaro, i guardiani lasciarono liberi tutti i prigionieri, fuorché Michele Baldassarre, il poveretto che mesi prima, per dovere d’ufficio, aveva letto il dispaccio reale sulla leva forzosa. Nei suoi confronti fu stilato un nuovo decreto di condanna alla fucilazione ed immantinente Rocco Scarimbolo gli pose i “ceppi” ai piedi scalzi e lo trascinò dove era radunata una folla urlante. Sante Campanile, novello Pilato, si rivolse alla moltitudine per sapere cosa dovevano farne di quello sciagurato. E in tanti gridarono: “fucilatelo”. Il condannato chiese prima di essere graziato, quindi un sacerdote per confessarsi, ma i “carnefici” gli negarono anche quest’atto di misericordia. Lo consegnarono quindi a dei brutti ceffi che, spingendolo, colpendolo con calci e pugni, sputandolo ripetutamente, lo trascinarono fino alla Piazza, dove Vito Susca e la Papella gli tirarono due schioppettate. Il poveretto cadde sanguinante al suolo, mentre tutti gli altri che avevano un fucile od uno schioppo gli spararono contro rendendo il corpo irriconoscibile (Città Nostra n. 24- Furore).

Lasalandra afferma che: “L’incidenza dei padri domenicani nella vita sociale di Mola fu notevole non solo in ragione della loro azione religiosa, ma anche per i vasti possedimenti di cui disponevano. La loro presenza invogliò alcuni molesi ad entrare nel monastero. Infatti negli atti del capitolo generale dell’ordine tenutosi a Parigi nel 1611 si legge: « Fr. Vincentius de Mola assignatur studio S. Eustorgii de Mediolano»; ed in quelli del capitolo generale tenutosi nel 1618 a Lisbona: «Assignamus in studentes pro rata provinciae – Apuliae – in studio Bononiensi… fr. Jordanum de Mola »”. Pur confermando l’importanza ed il prestigio che i Domenicani ebbero nella città di Mola, ritengo che la notizia sui nomi dei monaci riferita da Lasalandra possa essere (in parte) non rispondente al vero. Infatti, l’Archivium Fratrum Praedicatorum (Archivio Generale dell’Ordine dei Predicatori- A.G.O.P.), presso l’Istituto Storico Domenicano di Roma, Convento di Santa Sabina, riporta che Vincenzo di Mola apparteneva al convento di Gaeta (AGOP IV. 13, f. 63). Ho trovato, invece, un omonimo nel convento di Rutigliano nell’anno 1695: “priorem Vincenzium a’ Mola”. Ciò non significa che i Domenicani non abbiano affascinato giovani molesi, inducendoli ad entrare in convento. I Frati Predicatori erano zelanti studiosi delle Sacre Scritture ed eccellenti oratori e tra essi si ritrovano personalità eccezionali quali Tommaso d’Aquino, Girolamo Savonarola, Giordano Bruno, Tommaso Campanella, Pio V e Benedetto XIII.

Dopo i disordini del 1799 giunsero in Puglia i Francesi e con le disposizioni napoleoniche furono soppressi gli Ordini Religiosi, risparmiando soltanto i conventi francescani. Inizialmente si salvarono le comunità con meno di dodici unità (legge del 13 febbraio 1807), ma anche queste furono oggetto di “liquidazione” col successivo decreto del 7 agosto 1809 ed a Mola ne fece le spese il Convento dei Domenicani che aveva appena 10 professi. Ai fini dell’applicazione della disposizione regia, il ministro della Marina e del Culto Nicola Luigi Pignatelli di Cerchiara richiese a tutti gli Ordinari Diocesani, in data 26 settembre 1807, il censimento dei monasteri con meno di dodici unità.

Le clarisse riuscirono a mantenere un patrimonio sufficiente per le proprie necessità. Anche il Capitolo Collegiale superò il difficile momento con danni sopportabili; nel 1842 la Collegiata era composta da un arciprete, due primiceri, ventidue canonici e un clero ricettizio di diciotto partecipanti.

L’effettivo esproprio dei domenicani avvenne nel 1813 a favore del Comune. Tale Ente utilizzò i locali per la Gendarmeria Reale, il Carcere e per gli uffici del Municipio; nel contempo vendette, con aste pubbliche, le ricchissime terre già appartenute ai monaci. Gli acquirenti furono naturalmente i cittadini benestanti delle ricche famiglie molesi.

Giuseppe Napoleone, con decreto dell’8 dicembre 1806, aveva istituito nuove sedi circondariali mandamentali e, tra queste, era compresa Mola, che utilizzò parte dei locali dell’ex convento a Gendarmeria Reale e Carcere Mandamentale, come riferito in precedenza. Gli uffici comunali comprendevano anche l’Ufficio di Conciliazione, il Corpo di Polizia Urbana, i Corpi delle Guardie Campestri e Notturne, il Servizio Sanitario, le Poste e Telegrafi, la Ricevitoria del Registro.

La Pretura Mandamentale fu soppressa tra il 1923 ed il 1924 per modifiche dei Distretti Giudiziari ed i locali adibiti a carcere furono utilizzati, per altri due decenni circa, come custodia provvisoria dei detenuti.

Nel 1928, con l’intervento dell’ing. Vincenzo Chiaia, l’immobile adibito ad uffici comunali fu notevolmente modificato nell’aspetto esterno e nell’articolazione interna: la facciata del palazzo richiamava ampiamente gli stili architettonici del regime fascista. L’ing. Vincenzo Chiaia di Rutigliano era un rinomato professionista, molto stimato come direttore di imponenti lavori pubblici: egli fu, tra l’altro, direttore dei lavori per la realizzazione della Banca d’Italia a Bari, progettata dall’ing. Biagio Accolti Gil. L’edificio ristrutturato fu sede del Municipio fino al 1993.

Alla fine del 1700 la popolazione di Mola era di 8.400 abitanti ed una nuova espansione urbanistica si ebbe nei decenni successivi nel primo tratto dell’attuale via Matteotti (nei pressi del Calvario) e sul suolo dei giardini del sacerdote don Nicola de Leonibus ( l’attuale via V. Emanuele).

Nel 1940 la popolazione di Mola era di circa 25.000 abitanti e le case delle strade periferiche distavano circa un chilometro dall’unica parrocchia esistente, quella della Matrice. Per questo mons. Marcello Mimmi istituì il 4 novembre 1945, nella chiesa di San Domenico, la nuova parrocchia della Beata Vergine del Rosario e conferì il possesso canonico a don Bruno Aloja. Tale intervento fu ritenuto insufficiente dal Prelato, il quale, il 10 dicembre 1949, istituì altra parrocchia, quella di Santa Maria di Loreto.

Don Bruno Aloja, appena insediato, volle istituire una sezione dell’Azione Cattolica per rendere la nuova comunità religiosa centro di ritrovo e di crescita sociale e culturale, ma tale attività fu osteggiata dall’arciprete mons. Francesco Bitetto. Questi, in realtà, non voleva allontanare dalla Matrice tanti fedeli che animavano le attività della chiesa, e per giustificare la sua contrarietà avanzò pretesti vari, tra i quali l’offerta annuale di una candela alla Matrice quale sottomissione al tempio che aveva dato origine alla nuova parrocchia. La paziente insistenza di don Bruno riuscì a vincere la resistenza di mons. Bitetto. Il nuovo curato ritenne anche che era necessario acquisire alcuni locali dell’ex convento, confinanti con la chiesa, per le attività della comunità e per la creazione della casa parrocchiale. Anche in questo caso vi fu un’azione tenace di don Bruno, questa volta verso i politici locali, per acquisire il piccolo edificio tra il tempio ed il Municipio, già adibito a carcere, ed alcuni locali retrostanti che si affacciavano nel chiostro dell’antico convento. Negli anni successivi il vecchio edificio fu abbattuto ed al suo posto fu edificata la casa canonica con il decisivo contributo del nuovo parroco e di sua sorella. Nel 1980 fu realizzato nella Chiesa un grande affresco del pittore barese Umberto Colonna (1903-1993), in omaggio alla Madonna del Rosario; lo stesso autore aveva già realizzato nel 1965 altro splendido affresco nella Chiesa della Maddalena, sempre dedicato alla Madonna del Rosario.